il Fatto Quotidiano, 13 luglio 2026
Per i rider nessuna svolta salariale
Il percorso dei rider ricorda sempre più il gioco dell’oca e rischia ora, ancora una volta, di tornare alla casella di partenza. Le piattaforme Deliveroo e Glovo – che ne impiegano quasi 60mila – hanno trovato la sponda di un sindacato disposto a fare concessioni sul loro modello di precariato spinto. Se nel 2020 fu l’Ugl, questa volta è la Cisl, unica sigla rimasta al tavolo con l’Assodelivery e la Conftrasporto, mentre la Cgil e la Uil hanno abbandonato il negoziato. Il timore è quindi che, malgrado l’iniziativa forte della Procura di Milano, che ha commissariato le due società, la partita si possa chiudere di nuovo a favore delle aziende.
Le trattative unitarie sono saltate il 26 giugno. Insieme con le associazioni delle imprese, entrambe del recinto Confcommercio, c’erano Nidil Cgil, Felsa Cisl e UilTemp, i tre sindacati dei lavoratori “atipici”. I fattorini, va ricordato, non vengono assunti con contratti da dipendenti ma reclutati con rapporti di lavoro autonomo, con o senza partita Iva, quindi senza salari orari né diritti connessi, ma solo con pagamenti a consegna. Una struttura organizzativa di fatto “a chiamata” che in Deliveroo e Glovo ha resistito negli anni malgrado le sentenze della Cassazione che l’hanno definita illegittima, stabilendo al contrario che ai rider spettano le tutele del lavoro dipendente.
Ora le piattaforme stanno cercando di uscire indenni dalle indagini coordinate dal pubblico ministero Paolo Storari, che a febbraio di quest’anno hanno portato al controllo giudiziario, avendo riscontrato paghe da 2,50 euro a corsa e ritenute sotto la soglia di povertà. Le app dovranno dimostrare, sotto la supervisione dei commissari nominati dal Tribunale, di aver adottato un modello che superi l’accusa di sfruttamento. Per la Cgil e la Uil ci sarebbe una via per chiudere la questione: riconoscere la subordinazione, assumere i rider, applicare il contratto collettivo con tanto di paga oraria, ferie e altre tutele stabilite dagli accordi sindacali. È però una linea che le app – a eccezione di JustEat – hanno sempre rifiutato, aggrappandosi al contratto firmato nel 2020 con la favorevole Ugl, disposta ad accettare le paghe a cottimo.
Allora l’aiuto del sindacato di destra servì per trovare la scappatoia dalla legge approvata dal governo Conte Due, che aveva imposto alle piattaforme l’adozione di un contratto collettivo. Che cosa prevede quindi quel contratto firmato con l’Ugl rider? Le paghe sono rimaste ancorate al numero di ordini portati a termine; è previsto un meccanismo per cui ogni ora di effettivo lavoro vale dieci euro. Attenzione, non parliamo di un’ora di orologio, parliamo di sessanta minuti trascorsi a consegnare. Per intenderci: il tempo tra una corsa e l’altra, in cui pure il fattorino resta a disposizione, non viene pagato. Questo contratto, firmato a settembre 2020, fu bocciato nel giro di ventiquattrore da una circolare del ministero del Lavoro. Nel corso dei mesi successivi anche vari Tribunali lo hanno definito illegittimo, e alcuni di loro – come quello di Firenze – lo hanno censurato come contratto “di comodo”.
L’accordo, infatti, accettava il paradigma delle aziende, l’Ugl non aveva dimostrato di essere rappresentativa nel settore, non aveva organizzato azioni sindacali, tantomeno scioperi per ottenere condizioni migliori. Malgrado la raffica di pronunce giudiziarie, però, le due app hanno mantenuto in piedi il loro modo di operare, applicando il contratto “amico”, ampiamente tollerato dal governo Meloni in questi anni.
Ora però è intervenuta anche la Procura di Milano, quindi serve un nuovo soccorso. La Felsa Cisl ha teso la mano, dichiarandosi disponibile a mantenere il sistema del lavoro autonomo, a patto di migliorare un po’ le condizioni a partire dalla “struttura del compenso – si legge in un comunicato del sindacato – elemento fondamentale per la nostra proposta di coniugare flessibilità e tutele e dare dignità al lavoro autonomo tramite piattaforma”. Completamente opposto il commento della Nidil Cgil: “Le aziende – si legge – non hanno mostrato alcuna apertura reale sulla modifica della loro organizzazione del lavoro, né sulla subordinazione per chi lavora con continuità, né su compensi che superino il cottimo, né su tutele per chi è esposto al rischio di colpi di calore”. Si aggiunge la UilTemp che ha definito “grave” la scelta di proseguire il tavolo con la sola Cisl.
Da qui la sensazione che nemmeno questa volta la palla vada in buca. Le app sperano di uscire dal commissariamento facendosi il meno male possibile, per questo hanno schierato importanti studi legali. Deliveroo, per esempio, è difesa da Paola Severino. Tra i consulenti della Procura sembra che le idee non coincidano del tutto. C’è chi sarebbe più rigido, chi invece disposto a ritenere sufficiente che le app, pur mantenendo il modello di lavoro a cottimo, adottino significativi miglioramenti sui compensi e sull’organizzazione del lavoro per poter uscire dal commissariamento. Glovo ha già mosso il primo passo, promettendo di portare a un minimo di 3 euro il compenso per le consegne e a 14 euro il compenso per l’ora effettiva di lavoro. In base a queste tabelle, ha versato rimborsi retroattivi ai rider, ma anche qui i sindacati segnalano che si sono tradotti in pochi spiccioli. “Le fatture esaminate da Nidil Cgil per il periodo dal 9 febbraio al 31 maggio 2026, quasi quattro mesi di attività, – ha spiegato la sigla – mostrano “integrazioni una tantum” inferiori di media ai 10 euro totali”. Questo meccanismo di adeguamento è stato dettato dagli algoritmi di Glovo, attraverso un calcolo automatico, e non dalla situazione reale. “Il nuovo minimo orario di 14 euro – ha aggiunto Nidil Cgil – non si calcola sul tempo di lavoro realmente impiegato, ma su un “tempo effettivo calmierato”, cioè tagliato da tetti massimi calcolati dalla stessa Glovo su base statistica: attese ai locali, ricerca di citofoni, traffico imprevisto, se superano la mediana, semplicemente, non vengono retribuiti”. Glovo e Deliveroo si difendono in giudizio spiegando di aver smesso di valutare i rider con gli algoritmi reputazionali. Il punto, sottolineato anche nel decreto di controllo giudiziario, è che i sistemi automatizzati restano ampiamente usati per l’organizzazione del lavoro. Secondo il decreto legge sul “salario giusto”, l’impiego di algoritmi può essere uno degli indicatori per far scattare l’obbligo di assumere i rider come dipendenti. È troppo presto, però, per valutare l’impatto di questa nuova, bisognerà aspettare qualche caso in Tribunale.