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 2026  luglio 13 Lunedì calendario

Elogio di P.G. Wodehouse: gli inglesi lo fanno meglio (lo humour)

Gli inglesi lo facevano meglio. Odio ammetterlo, ma gli inglesi lo humour (con la u) lo maneggiavano meglio di noi, è una di quelle cose che semplicemente sembrava venirgli naturale, come recitare bene o scottarsi orrendamente al sole. Oh, anche noi ce la caviamo, eh! Io, ad esempio, mi scotto orrendamente ancora oggi, e qualche attore buono lo possiamo schierare anche noi, ma sullo humour ci sovrastavano. Sì, noi avevamo qualche campione, qualche capitano di ventura, come Manzoni, prima che la Provvidenza lo schiacciasse, o Flaiano, e Benni, certo, ma loro avevano legioni di umoristi. Noi eravamo bravi a far ridere, ma a colpi di battocchio – l’arma di Arlecchino –, loro tiravano di scherma. Parlo al passato perché scrivo di un passato idealizzato e letterario quanto quello di Wodehouse e Tolkien, con qualche apertura sulla realtà appena accennata, e perché il presente è confuso e delirante al punto da non permettere nemmeno di giocare con gli stereotipi (ma non è sempre stato così, forse? Non è stato sempre il best of times, il worst of times?. Forse a cambiare non è il tempo, ma la nostra capacità di trovare dei racconti o dei modi di raccontare su cui essere tutti d’accordo – o in disaccordo, ma lascio queste riflessioni a qualcuno più bravo di me).
In un tempo in cui le parole si sgretolano, perdono senso a furia di essere utilizzate a sproposito, o vengono usate come clave sui social per percuotere il clan avversario, senza momenti per l’ascolto, per il dialogo, che spazio rimane per il gioco di parole, per l’arguzia, per il sapido calembour, per l’understatement, o anche solo per l’ironia? Che spazio c’è per la letteratura, nell’era del meme che brucia in pochi giorni? E P.G. Wodehouse era maestro di queste arti, maestro della trama e del linguaggio, al punto che si fa fatica, nell’epoca delle trame semplificate e dell’IA che ti chiede di continuo: «Il documento sembra essere molto lungo, prova il riepilogo generativo» (no, maledetta macchina, no, non lo provo), si fa fatica, dicevo, a leggere, con la mente intorpidita dal doomscrolling – parola inglese che sotterra quelle più raffinate –, gli intrecci, i giochi verbali, la confusione che caratterizza persino il narratore, che dovrebbe essere in prima persona, ma a volte parla di sé in terza, ed è confuso a sua volta dalla piega degli eventi anche a posteriori, si fa fatica.
Ma, come ho avuto la fortuna di imparare prima delle nuove tecnologie, l’opera vale la pena, e il viaggiatore che si sia incamminato per queste strade di campagna inglesi troverà ad accoglierlo un cottage ospitale dove togliersi la polvere dalla gola con una bevanda rinfrescante, e avrà riso lungo la strada, alle facezie delle buffe élite inglesi alle soglie della guerra, e si sarà affezionato a quella straordinaria coppia comica costituita da Bertie Wooster e il suo fido (più o meno) maggiordomo Jeeves, e sarà felice di vederli uscire indenni dalla «questione supervischiosa» in cui erano caduti. Non sono facili nemmeno da tradurre – lo dico da traduttore amatoriale – gli infiniti (non è un’esagerazione retorica: sono davvero infiniti, a ben guardare frattali) giochi di parole, su tutto, sui nomi, sulle cose, le citazioni sbagliate e l’erudizione affettata, le storie convolute, ma tradotti funzionano, perché non è solo la Vecchia Inghilterra che Wodehouse prende in giro, ma il Vecchio Adamo: tutta l’umanità, che comprende anche noi lettori italiani, e di questo gli siamo grati.
Siamo abituati a pensare in termini gerarchici persino in letteratura: la comicità sembra avere date di scadenza più brevi, la tragedia è a lunga conservazione, piangiamo ancora oggi per Amleto o Antigone, ma scordiamo in fretta Falstaff o Evelpide e Pisetero. Le battute sui politici invecchiano in fretta, spariscono coi nomi dei loro bersagli, i giochi di parole più elaborati muoiono con la lingua in cui sono scritti, per cui la comicità sembra un’arte più fragile della sorella seria, la tragedia, che insegna a uomini e donne qual è il loro posto, che insegna loro quanto sono fragili, vulnerabili, soli. La comicità sembra più bassa, immediata, destinata a bruciare presto, a intrattenere, a distrarre, ma non è così e il vecchio caro P.G. ce lo ricorda di continuo: il motore della comicità è l’uomo («homo sum, humani nihil a me alienum puto», fa dire il comico Terenzio a un magnaccia), la scimmia nuda, l’animale biforcuto, che crede di darsi un tono con vestiti costosi di sartoria, con lunghi pedigree, con lauree e diplomi e titoli nobiliari, ma che alla fine è una bestia buffa, di cui si può ridere di continuo: siamo tutti squilibrati, anche i cosiddetti grandi, persino (sacrilegio!) Shakespeare. Ma se siamo creature risibili, la buona notizia è che possiamo ridere di tutto, della paura, della malattia, persino della morte, e ridendo siamo meno vulnerabili, persino meno soli, meno esposti su questa terra che così diventa meno ostile: «Il pianto può durare per una notte, ma la gioia giunge al mattino» (Salmi, 30,5). La commedia non è ancella della tragedia: è la sua compagna, assieme ci guidano durante la vita, preziose eredità dei nostri antenati, più preziose di spille e titoli e cottage.
E questa cosa Wodehouse l’ha insegnata a tutti i suoi lettori, alcuni dei quali – contagiati dal suo virus – sono diventati scrittori, una schiera, un’orda che annovera anche alcuni tra i miei preferiti: Douglas Adams e Terry Pratchett (ma anche, pare, Salman Rushdie), i quali mi hanno dimostrato – prima ancora di conoscere il loro sensei – la superiorità degli umoristi inglesi. Adesso i tempi sono turbolenti, il vecchio non vuole passare e il nuovo tarda a nascere, e si fa fatica a ridere di qualcosa insieme, siamo divisi anche su questo, ma tutto scorre e avremo presto nuovi umoristi (già alcuni giovani ci danno grandi speranze) che leggeranno i racconti di Wodehouse e ruberanno l’arte dell’umorismo per noi tutti, che siamo un po’ Jeeves e un po’ Bertram, ma anche zia Agatha e zio Percy, e Boko, e Edwin, e Stilton Cheesewright e… (Pennacchi continua a snocciolare nomi mentre si allontana su di una bicicletta nella campagna inglese, verso un cartello con l’indicazione Steeple Bumpleigh. Attenzione: qui ci sono i draghi).