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 2026  luglio 13 Lunedì calendario

Tasse, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale: chi le pagherà se i lavoratori sono già sempre di meno?

Se ne parla da tempo, ma adesso sta succedendo davvero. Almeno in alcuni settori e almeno negli Stati Uniti, che spesso anticipano le tendenze poi destinate ad arrivare nelle altre economie mature, la perdita di posti di lavoro a causa dell’intelligenza artificiale è già realtà. Gli ultimi dati del Bureau of Labor Statistics americano lasciano pochi dubbi in proposito: i settori più colpiti da una perdita netta di posti di lavoro (al netto dell’amministrazione pubblica, falcidiata dagli interventi di Elon Musk) non sono affatto in crisi. Al contrario: si tratta del settore dell’«informazione» e di quello delle «attività finanziarie». Comprendono settori come l’industria digitale, l’audiovisivo, le banche, le assicurazioni, tutte aree in forte crescita dell’economia americana. Eppure nell’ultimo anno hanno iniziato a perdere rapidamente addetti. 
Un’occhiata più da vicino rivela che il calo dell’occupazione è concentrato nei mestieri più immediatamente soggetti all’automazione tramite l’intelligenza artificiale. Per esempio in un solo anno il numero dei lavoratori dell’audiovisivo è collassato di più del 9% e quello in attività come software, analisi dei dati e sistemi digitali è sceso di oltre il 4%.   
Anche a Wall Street e nel settore finanziario in genere le tendenze sono simili. Si contano sempre meno addetti in aree esposte alla sostituzione con l’intelligenza artificiale come le assicurazioni e i servizi di noleggio.  
Se questo è l’inizio di un fenomeno più ampio, fra qualche anno si inizieranno a notare cali degli occupati in tutti i settori dei servizi e poi in assoluto. Già questo è in sé un tema abbastanza delicato. Ma avete pensato al resto? Voglio dire, chi pagherà le tasse se e quando negli Stati Uniti – o in Italia – ci sarà anche solo l’uno o il due per cento di occupati in meno? Non è una domanda da poco perché, secondo l’Ocse, negli Stati Uniti la componente «redditi da lavoro» copre qualcosa come il 67% di tutte le entrate pubbliche grazie alle imposte sul reddito e ai contributi ai sistemi di assicurazione. In Italia, tasse e contributi sul lavoro dipendente coprono il 54% di tutte le entrate pubbliche. Sono entrambi fra i Paesi avanzati per i quali l’importanza del lavoro dipendente per il fisco è maggiore. Riduci quella parte della popolazione e i bilanci degli Stati rischiano di andare in crisi di fronte alla domanda di spesa crescente in sanità, educazione, pensioni, difesa. E pensate al paradosso: l’intelligenza artificiale promette di rendere ricchissimi pochi soggetti quasi impossibili da tassare (chiedere, per credere, a Elon Musk o Jeff Bezos). Ma promette di erodere la base fiscale di tutte le economie avanzate. Al punto che alcuni governi, dalla Finlandia alla Virginia, stanno iniziando a reagire contro «Big Ai». Vediamo. 
Keith Lee, nativo della Corea del Sud, un master in finanza alla London School of Economics e un dottorato in finanza matematica alla Boston University, insegna le sue materie allo Swiss Institute of Artificial Intelligence. E ha iniziato a notare comportamenti nuovi fra i suoi studenti. Stanno emergendo quelli che lui definisce, «lavoratori superumani», persone in grado di assicurare da sole il lavoro per il quale prima sarebbero servite dieci o venti persone. O di comprimere enormemente i tempi per alcune forme di attività della conoscenza. 
Mi ha raccontato Keith: «L’intelligenza artificiale può consentire quella che descriverei come una produttività sovrumana in compiti specifici. Ho visto persone completare il lavoro diverse volte più velocemente utilizzando l’IA in modo efficace. In un compito recente, uno studente ha prodotto in otto ore un’analisi di 20-30 pagine con diversi grafici che normalmente avrebbe richiesto diversi giorni». Non che gli altri allievi fossero privi di esperienza – siamo in un corso universitario avanzato di AI – ma solo una in tutta la classe aveva capito come usare la nuova tecnologia per moltiplicare di molte volte la propria produttività.
Dinamiche del genere si stanno riproducendo su vasta scala dentro grandi gruppi digitali come Meta. Il gruppo che controlla Facebook, Instagram e Whatsapp sta facendo leva sul lavoro “superumano” per sopprimere intere squadre di addetti. Laddove prima potevano esserci quattro o cinque gruppi di 25 persone l’uno, adesso ne resta uno solo che salva solo i migliori di tutte le squadre precedenti. Vengono messi alla porta migliaia di programmatori con compensi da circa 70 mila dollari l’anno, con diplomi di college meno prestigiosi, mentre si salvano (per ora?) solo i titolari di master e dottorati con compensi da 200 mila o 300 mila dollari l’anno. Pagati bene, ma in numero sempre minore perché incredibilmente capaci di moltiplicare la propria capacità grazie alla tecnologia.
Non serve un raffinato matematico per capire che così l’azienda risparmia sul costo del lavoro e trasferisce la rendita economica derivata da IA in profitti, dividendi o riacquisto di azioni proprie. In altri termini, in meccanismi che premiano gli azionisti e le stock option dei top manager. E il problema non è solo che che in America il 10% più ricco della popolazione detiene l’87% del valore azionario di Wall Street. È anche che quel flusso di profitti è poco attaccabile dal fisco, grazie a società collocate in paradisi fiscali e a mille altri meccanismi di elusione legale interni al sistema tributario americano. Ma anche in Italia la questione non è poi molto diversa, benché non in termini così estremi. 
All’inizio di questo mese è ufficialmente iniziata la reazione di alcuni dei governi in prima linea nella dimensione materiale della rivoluzione dell’AI. Perché tutti sanno ormai che questi sistemi funzionano grazie a centri di accumulo e gestione di dati digitali (i “data center") nei quali centinaia o migliaia di server svolgono due mestieri: addestrano i modelli di intelligenza artificiale a capire le risposte ai quesiti attraverso un calcolo probabilistico su miliardi di dati; e permettono a questi modelli di realizzare le loro “inferenze”, cioè a “pensare” – ammesso che si possa applicare questo verbo a una materia inanimata – e giungere così alle proprie conclusioni. È anche ormai noto che questi data center hanno consumi elettrici colossali e che le popolazioni non li vogliono nei pressi dei loro centri abitati (ho raccontato le prime rivolte qui). In Corea del Sud e in Giappone si studiano persino data center situati su navi vicine alla costa e alimentati da piccoli reattori nucleari.
Non c’è dubbio che questi luoghi, come quello nella foto sotto, siano il punto dove si crea il valore tassabile che un tempo era prodotto dal lavoro umano. Dunque lo stato federale della Virginia, dal primo luglio, è ufficialmente la prima autorità pubblica del mondo ad aver adottato una imposta sui data center. Cioè, sul solo indicatore disponibile della loro attività: il consumo elettrico. La Virginia è probabilmente l’area a maggiore densità di centri di calcolo al mondo, con aumenti della domanda elettrica e dunque delle bollette per una popolazione sempre più contraria ai nuovi impianti. Ora l’amministrazione statale impone ai data center un prelievo speciale di 0,011 per kilowattora consumato. Ma la battaglia contro i signori dell’AI è appena iniziata.    
Anche la Finlandia, altro Paese ad alta densità di queste infrastrutture, sta cercando di fare qualcosa di simile. Dal primo luglio non ha imposto una nuova tassa ad hoc, ma almeno ha eliminato un’agevolazione speciale fatta apposta per attirare data center dal resto del mondo. Le aziende del Big Tech dovranno pagare 2,2 centesimi per kilowattora di consumo, invece di 0,05. Apriti cielo. La reazione, improntata al ricatto e armata della capacità di cambiare Paese, continente, sistema di governo, è arrivata immediatamente. Google ha subito congelato un investimento di un miliardo di euro nel suo Hamina Capus, mentre la società di trading algoritmico XTX Markets ha bloccato un altro investimento da un miliardo in centri di calcolo nel Paese nordico.
Loro e altre Big Tech possono decidere in pochi giorni di trasferire l’investimento a Dubai o in altri luoghi del mondo dove l’energia costa poco, i data center non sono detestati dalla popolazione locale e non sono tassati. E comunque la popolazione locale non decide perché i Paesi sono retti da sistemi (molto) autoritari. Proprio l’emirato di Dubai sta facendo il pieno di questi investimenti. Possibilissimo che ogni volta che interpelliamo ChatGPT o Claude nei nostri uffici a Milano o a Roma, la risposta ci arrivi da lì.
Per l’Italia è un problema vitale. E non lo è solo perché abbiamo una struttura del mercato elettrico novecentesca, troppo costosa, che allontana già di per sé gli investimenti materiali delle società dell’intelligenza artificiale. Il problema va oltre. Perché se l’Italia o la Finlandia o la Germania non hanno abbastanza data center sul proprio territorio – quindi l’uso locale della tecnologia si appoggia su infrastrutture in altri Paesi – i governi non avranno basi fiscali da tassare per il valore che si crea con l’automazione anziché grazie a lavoratori in carne ed ossa. Perderemo lavoratori e perderemo anche le entrate fiscali, mentre poche persone molto capaci di usare i nuovi sistemi diventeranno sempre più ricche. Una nuova lotta fra le Big Tech globali allergiche alle tasse, i governi e i loro cittadini tartassati dal fisco si sta già annunciando.
Ne sa qualcosa Fiorenzo Manganiello: è fondatore di Lian Group, un’azienda di Givevra che fabbrica elementi di data center. Manganiello ricorda un’osservazione di Sam Altman, il fondatore di OpenAI: presto arriveremo a aziende da un miliardo di dollari di fatturato con un solo dipendente, un «superumano» capace di farsi aiutare da 100 o 200 «agenti» dell’Ai. «Come intercettare per la gente comune una parte di questa enorme creazione di valore – nota Manganiello – diventerà presto una delle più grandi domande del nostro tempo».