Corriere della Sera, 13 luglio 2026
Intervista a Marco Locatelli
La stanza di Marco Locatelli, nel Policlinico di Milano, è piena di biglietti colorati con la scritta «Grazie!», di piccole sculture («Regalo di un paziente»), ma quello che attira l’attenzione è una collezione di stelle di cristallo.
Sembrano medaglie.
«No, le fa una donna che ho operato tempo fa. Da allora, ogni anno, me ne regala una».
Cinquantacinque anni, ordinario di Neurochirurgia alla Statale, direttore della Struttura Complessa di Neurochirurgia. Quanti interventi ha eseguito nella sua carriera?
«Oltre quattromila, ma premetto che qui si lavora in team, è la vera forza».
Ne ha eseguito uno anche stamattina?
«Sì, su mio padre».
Com’è operare un padre?
«Intanto non si trattava di una cosa particolarmente grave. Comunque, come sempre sono entrato in sala operatoria con un desiderio: togliere il dolore a chi si sottopone all’intervento».
La prima volta che ha messo piede in una sala operatoria.
«Mi sono sentito male».
Se lo ricorda il primo intervento al cervello?
«Un signore anziano con un brutto ematoma. Conservo ancora la radiografia. Avevo ventisei anni».
Un padre ingegnere, un nonno (Piero Locatelli) che al Politecnico di Milano è ancora oggi una leggenda. Un destino non segnato, il suo.
«No, ma dalla parte di mamma sono tutti medici. Comunque, dopo il liceo mi iscrissi a Ingegneria. Feci qualche mese, ma poi arrivarono i risultati del test di Medicina. Erano migliori».
Nel suo libro lei scrive che nel nostro cervello «danzano» 86 miliardi di neuroni.
«E si connettono gli uni agli altri in una rete misteriosa e meravigliosa».
Il cervello si adatta?
«Non è un meccanismo rigido, ma una cabina di regia plastica, capace di riorganizzarsi e di generare ordine dal caos».
Qual è un buon segnale in un cervello che funziona bene?
«Sembra paradossale, ma è la paura. Quando sto per operare qualcuno e sento dire “dottore, ho paura”, vuol dire che si sta reagendo in modo naturale, quindi bene!».
Percepiamo il dolore in maniera diversa, da persona a persona.
«Sa una cosa che noto spesso e che mi fa sorridere? Quando ricevo moglie e marito, spesso è lei che parla del dolore di lui: “Gli fa male questo, gli fa male quello”».
Il luogo comune che utilizziamo solo il dieci per cento del cervello ha un fondo di verità o no?
«Una leggenda. Non ci sono affatto grandi zone “addormentate”: il cervello opera sempre nella sua interezza, anche se non tutto nello stesso momento. Ma le dirò di più».
Prego.
«Il cervello, pur pesando appena il 2% del nostro corpo, consuma circa il 20% dell’energia a riposo».
Il problema, dunque, è usarlo bene.
«Qui posso consigliare quella che credo sia a tutti gli effetti una medicina gratuita e per certi aspetti piacevole: coltivare relazioni».
Impegno ed energia nel far crescere gli affetti?
«È uno dei modi più efficaci per allenare il cervello felice. Le interazioni sociali rilasciano dopamina e ossitocina, i due messaggeri chimici che legano il piacere alla fiducia e alla sicurezza emotiva».
Mi racconta un caso di trasformazione profonda dopo un incidente?
«Un agente di polizia coinvolto in un grave incidente in moto. La lesione ai lobi temporali non aveva soltanto toccato i tessuti cerebrali ma, poco per volta, arrivò a trasformare l’intera personalità dell’uomo. Che divenne insaziabile, sia a tavola che sul piano sessuale, agitato, insomma, diventò un altro».
Qualcuno che, dopo l’operazione eseguita da lei al cervello, ha cambiato vita?
«Ricordo una brillantissima accademica, autrice di libri ben recensiti, una personalità di spicco, diremmo. Dopo l’intervento mi annunciò che quello che aveva fatto per l’intero corso della sua esistenza fino all’operazione non le interessava più. Capita più frequentemente di quanto si immagini: in questo reparto non sempre le cose vanno a finire bene, anzi. E quando si esce si esce diversi».
Quindi le persone che si svegliano dal coma non torneranno mai come prima?
«Solo nei film».
Quante operazioni compie in un anno?
«Una al giorno. Ma le ricordo che siamo un team».
Nel libro «La danza dei neuroni» annota che per lei il cervello non smette di essere fonte di stupore.
«Ma lo sa che i piaceri, in fondo, attivano le stesse zone cerebrali? Dal sapore del cioccolato alla soddisfazione sessuale fino alla contemplazione di un’opera d’arte. Si chiama sistema di ricompensa, che va dalle sensazioni più elementari come il sesso che si evolvono fino al piacere che ci può regalare Bach».
Ecco un punto interessante: il «piacere alto» va (sul piano cerebrale) coltivato, sennò si resta a un livello elementare. Parliamo di complessità.
«Il cervello va allenato, non c’è dubbio».
Non è facile, nell’era della distrazione tecnologica.
«Guardi, io su questo ho una posizione abbastanza controcorrente, non condanno a priori le nuove tecnologie, anzi, penso che ogni innovazione tecnologica sia importante nell’idea di progresso».
Ma ormai pare assodato che i social network siano strumenti dall’architettura precisa, fatta per instillare affezione, per non dire dipendenza.
«Smartphone e social network non sono solo strumenti, ridisegnano i confini della nostra attenzione, cambiano le regole del sonno e modellano il modo in cui ricordiamo le cose. Ma i dati ci dicono che lo smartphone non è in assoluto un nemico dell’attenzione o del rendimento, ma uno strumento che amplifica, per così dire, ciò che ciascuno porta con sé: disciplina, curiosità o, al contrario, disattenzione e fuga».
Che cosa ha davvero rivoluzionato la neurochirurgia negli ultimi decenni?
«Lei ora si aspetterà risposte come molecole, attrezzature, tecnologie. No, la risposta più vera, anche perché suffragata dalle statistiche è diversa e si compone di quattro parole: casco, airbag, cinture di sicurezza e tutor».
Davvero?
«Sì e mia moglie mi prende sempre in giro perché quando esco la mattina e vedo qualcuno in bici senza casco gli faccio la predica, a costo di prendermi un ceffone».
Quanto fanno male al cervello le droghe, sia quelle leggere che quelle pesanti, ammesso che ci sia una differenza?
«La parola “droga” vuol dire tutto e niente. Le faccio però un esempio concreto: la caffeina non migliora realmente la memoria o l’apprendimento, ma solo la percezione di efficienza. È un piccolo trucco chimico per illudere il cervello di essere più sveglio di quanto non sia».
Quanto è scivoloso il terreno del neuropotenziamento farmacologico?
«Molto, perché integratori e pillole in commercio non rispondono all’idea di “fare meglio” ma all’idea di “fare di più”. Forse, invece, un’attenzione di qualità, le giuste pause e un buon sonno funzionano molto meglio».
Una famiglia, due figli. Come ha conosciuto sua moglie?
«Come nel più classico dei racconti medici: aveva una brutta cervicale ed è venuta da me».
Nel suo libro dice che l’esercizio fisico è una medicina per il cervello. Lei che cosa pratica?
«Guardi, dopo aver finanziato tutte le palestre di Milano senza mai riuscire a frequentare, mi sono arreso e oggi lo dico senza vergogna: amo andare in una spa e fare una bella sauna rilassante».