Corriere della Sera, 13 luglio 2026
Il Vaticano, gli 007 americani e il mistero delle 12 casse con le carte segrete del Duce
Ore 11 e 15 del 13 gennaio 1946. Città del Vaticano. Un capitano dell’esercito americano – si chiama John Norton e di lui, in questa vicenda, non si conoscerà altro – è ricevuto, in udienza privata, da Pio XII. Se del sorprendente contenuto dell’incontro si viene a sapere qualcosa è perché tre giorni dopo monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI e all’epoca segretario personale del Pontefice, ne riferisce, assieme a una richiesta, al vescovo di Como Alessandro Macchi. Ecco le sue parole trascritte integralmente dalla lettera intestata «Segreteria di Stato di Sua Santità»: «Un ufficiale Alleato ha qui informato che nel Collegio Gaglio (ma c’è un refuso, il nome corretto della scuola religiosa è Gallio, ndr) di codesta città si trovano dodici casse di documenti di Mussolini, tra cui suoi autografi. I comandi alleati potrebbero d’autorità richiedere e pretendere tali casse. Per ora preferiscono proporre che siano trasferite e cedute al Vaticano, riservandosi di prendere copia fotografica dei documenti che loro interessano. Prego Vostra Eccellenza Reverendissima, col dovuto riserbo, di voler informarsi della realtà delle cose ed esprimere con tutta sollecitudine il suo apprezzato parere». In basso a sinistra, Montini scrive che la lettera è da «consegnare» a Sergio Pignedoli – all’epoca anche lui assistente in Vaticano e poi cardinale a un passo dall’elezione al Conclave del 1978 – «che porti a mano».
Il vescovo antifascista
A questo punto va un po’ immaginato, lo sfondo del viaggio di Pignedoli dal Tevere verso il Lario e incuneato dritto nella spy-story delle carte segrete del Duce finite chissà dove nei giorni drammatici della sua fuga bloccata al capolinea di Dongo. La guerra è finita da circa nove mesi, il nazifascismo è stato spazzato via e l’Italia, in ginocchio, prova a risollevarsi. Strade e ferrovie sono disastrate e chissà Pignedoli come la raggiunge, Como, e quanti giorni ci mette per arrivarci. Fatto sta che quattro settimane dopo, la replica di Macchi – vescovo vicino alla Resistenza e che protesse i preti antifascisti dalle rappresaglie repubblichine – è nelle mani di Montini. «Eccellenza, posso assicurare che nulla di nulla – chiarisce l’alto prelato – è presso il Collegio Gallio».
Ma è davvero possibile che Macchi non sapesse niente di quelle casse di cui lo aveva informato il segretario di Pio XII? Prima di ipotizzare una risposta, va chiarito che l’intero carteggio (compresi altri appunti di Montini) è custodito all’Archivio Apostolico Vaticano, sconfinata «arca di Noè» dove, in 600 fondi, sono catalogate e digitalizzate centinaia di migliaia di carte. A mostrare al Corriere quella corrispondenza, mai vista sinora, è stato padre Rocco Ronzani, teologo e direttore dell’Archivio dal 2024, nominato da Francesco.
Le carte all’Archivio
Il contenuto dello scambio è stato invece anticipato da un ricercatrice, Valentina De Santis, che ha pubblicato un libro eloquente: «Le dodici casse di Benito Mussolini». Un ritrovamento fortuito: «Stavo ultimando in Archivio un lavoro su Guglielmo Marconi e la Radio vaticana quando – riassume con passo naïf —, del tutto casualmente, mi sono imbattuta nella corrispondenza tra Montini e Macchi».
Ora però torniamo alle casse, che magari custodivano pure la corrispondenza tra il dittatore e Churchill e le altre carte segrete di cui erano a caccia gli 007 alleati. Chissà se in Vaticano sapevano che proprio al Gallio, scuola dei padri somaschi in centro a Como, dalla sera del 26 aprile si nascose Vittorio Mussolini, il secondogenito del Duce.
L’ex terzino azzurro
A scortarlo sin lì, in circostanze rocambolesche, fu Eraldo Monzeglio, l’ex terzino azzurro, campione del mondo nel 1934 e 1938, divenuto «l’uomo di fiducia» del dittatore, i cui figli erano pazzi per il pallone. La sera del 25, con Milano insorta, il giocatore prelevò Vittorio in una casa in zona Cordusio per dirigersi al lago.
Monzeglio era giunto, trafelatissimo, da Torino dove, in «zona Cesarini», aveva strappato alla morte un partigiano che stava per essere fucilato dai fascisti, Bepi Peruchetti, ex portiere della nazionale. S’allontanarono «su un’auto fornita – raccontò poi lo stesso portiere a Xavier Jacobelli sulla Gazzetta dello Sport – dal Cln e da Ferruccio Parri», tra i capi della Resistenza e primo presidente del Consiglio dell’Italia libera.
Nel lasciare Milano, Vittorio, racconta nelle sue memorie, si congedò dal padre, in Prefettura. Benito gli chiese: «I miei diari?». «Sono dove tu sai, al sicuro e non credo corrano rischi». Un riferimento alle 12 casse, forse portate a Como già prima del crollo? È un’ipotesi, ma è difficile stabilirlo. Di certo Vittorio, protetto dal cardinale Ildefonso Schuster, restò nascosto al Gallio sino al finire del 1945, quando scappò in Argentina.
Quanto a Monzeglio, per 2 mesi – prima di allenare Napoli, Samp e Juve – fu al sicuro nella «stazione» dell’Oss (il servizio segreto Usa antesignano della Cia) a Como. E chissà se gli 007 americani non abbiano chiesto pure a lui della sorte di quelle casse mai trovate.