Corriere della Sera, 13 luglio 2026
Lega, torna la tensione. Stavolta sui pochi agenti al Nord
Il fuoco cova sotto la cenere. E ogni tanto divampa. I governatori leghisti del Nord continuano a pensare che le istanze dei loro territori non siano adeguatamente ascoltate, anche quando a Roma chi prende le decisioni dovrebbe essere sensibile. È per questo che Attilio Fontana, presidente della Lombardia, quando sabato ha saputo che nella sua regione arriveranno 180 agenti sui 3 mila che verranno distribuiti lungo tutto lo Stivale ha preso cappello e non ha tenuto per sé il suo disappunto.
«È del tutto chiaro che i dati indicano un’evidente sproporzione fra i territori, se analizzati attraverso la lente del peso demografico ed economico della Lombardia: con oltre 10 milioni di abitanti, la Lombardia rappresenta circa il 17% della popolazione italiana. Ricevere 180 agenti su 3.000 totali equivale ad appena il 6% della quota distributiva, una percentuale nettamente inferiore alla sua impronta demografica». Una premessa per un affondo più duro del governatore: «Non si può fare finta di nulla di fronte a questa sottovalutazione. Politicamente è un segno ulteriore di sottovalutazione delle necessità del Nord produttivo, della Lombardia, di Milano».
Fontana parlava di scelte penalizzanti mentre poche ore prima il compagno di partito Nicola Molteni, sottosegretario all’Interno, enfatizzava l’arrivo dei giovani poliziotti che «andranno a incrementare le attività di controllo del territorio, di contrasto all’immigrazione clandestina e di prevenzione dei fenomeni di allarme sociale come baby gang, maranza, spacciatori e criminalità predatoria». Lo scontro è nelle dichiarazioni opposte oltre che nei fatti, anche se il presidente lombardo non ce l’aveva con Molteni.
Ma che il colpo abbia lasciato il segno dentro la Lega lo conferma la bacchettata arrivata ieri da Fabrizio Cecchetti, deputato milanese di stretta osservanza salviniana: «Quando arrivano nuovi agenti sul territorio, la priorità dovrebbe essere valorizzare un risultato concreto, non alimentare polemiche». E tanto per essere ancora più chiari sul destinatario del rimbrotto: «Chi ha responsabilità istituzionali dovrebbe contribuire a sostenere questo lavoro, non a sminuirlo».
Guardandolo da un passo indietro, lo scontro tra leghisti conferma il malessere esistente da mesi e che è sfociato recentemente nella richiesta di dare alla Lega un nuovo assetto organizzativo allargando il vertice del partito a figure di peso sui territori come i governatori (Massimiliano Fedriga e Fontana) o gli ex (Luca Zaia). «È inutile che ci ritroviamo al Tavolo dei Territori (l’iniziativa che ha preso Salvini per trovare una sede di ascolto delle istanze dal basso, ndr) se poi nell’attività di governo alle parole non seguono i fatti» è l’osservazione condivisa dai critici.
Fontana ieri ha preso spunto dalle previsioni di Confcommercio (+1,2% di Pil e il +1,8% dei consumi attesi nel 2026 per la Lombardia) per ricordare che «sono necessari però segnali chiari verso politiche più attente a chi tira la carretta».
Sottolineature che si ripetono perché si ritiene che finora ai vertici della Lega non sia ancora maturata la consapevolezza della necessità di un cambio di passo. Da questo punto di vista, il fronte nordista non ha dato grande attendibilità all’ipotesi, rilanciata nei giorni scorsi da Salvini, di rilanciare la battaglia per il terzo mandato dei governatori (riguarderebbe Fedriga e Fontana in scadenza nel 2028). «Giorgia Meloni non darà mai il via libera» l’obiezione. Non è successo lo scorso anno per Zaia, difficile possa arrivare per una Regione, la Lombardia, che proprio Salvini ha scambiato con il Veneto.