Corriere della Sera, 13 luglio 2026
Raid Usa, l’Iran colpisce nel Golfo. Battaglia sull’apertura di Hormuz
La diplomazia è materia da tavoli negoziali. Nelle dichiarazioni al mondo, invece, Donald Trump sceglie di non mediare fra il pensiero e le parole.
«Voi siete malati...» è il messaggio sprezzante di ieri per i nemici iraniani dopo un’altra notte di bombe.
Che il Memorandum firmato con gli ayatollah il 17 giugno non avrebbe garantito la pace lo sapevano tutti, lui per primo. Ma tre ondate di attacchi incrociati dal giorno della firma a oggi cominciano a essere un po’ troppi, e la diplomazia – invocata, inseguita, organizzata – al momento ha prodotto poco più che promesse.
Il risultato è un’altra giornata Hormuz-centrica che non scioglie alcun nodo e aggiunge confusione alla crisi. Tanto che non c’è chiarezza nemmeno sull’apertura/chiusura dello Stretto. «Il transito attraverso lo Stretto è attualmente impossibile», annuncia l’Iran nel pomeriggio. Con i guardiani della rivoluzione che fanno sapere: «Nessuna nave straniera può transitare senza essere identificata, tracciata e monitorata dalle forze iraniane».
«Non è vero», smentiscono gli americani. Più precisamente è Trump che dice: «È aperto, li abbiamo bombardati pesantemente». E il Central Command Usa che aggiunge: l’Iran «non controlla» Hormuz. Lo Stretto «è aperto a tutte le imbarcazioni che intendono transitare legalmente».
Il «movente», chiamiamolo così, di questo nuovo stop al transito o presunto tale, sta nell’attacco iraniano a due navi che avrebbero seguito una rotta non autorizzata e, a sentir loro, ignorato gli avvertimenti per correggerla. I droni dei pasdaran le hanno sventrate (c’è un disperso) e poco dopo (ieri all’alba) gli Stati Uniti hanno lanciato un’offensiva contro 140 obiettivi di Teheran: siti missilistici, mezzi navali, depositi di munizioni, reti di comunicazione e postazioni di sorveglianza costiera.
Da qui quel «voi siete malati» di Trump, stupefatto dall’improvviso cambio di rotta di Teheran che racconta così alla Nbc: «Ieri hanno accettato un accordo. Un accordo perfetto per noi. Niente nucleare... Hanno rinunciato a tutto e poi... nel giro di un’ora hanno lanciato un drone contro una nave...».
Una specie di risposta diretta a tutto questo arriva da Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei nonché ex capo delle Guardie rivoluzionarie. Rezaei, pur insistendo sul diritto iraniano all’energia nucleare, sostiene che lo Stretto di Hormuz è ben più importante per l’Iran del suo programma nucleare: «Più importante di decine di bombe atomiche e la Repubblica Islamica dell’Iran lo proteggerà», ha promesso citato dall’agenzia di stampa Isna.
Un passaggio tanto strategico da valere anche l’inimicizia con i Paesi del Golfo che ospitano basi e strutture di interesse americane, attaccati ieri dopo i bombardamenti Usa. Teheran se l’è presa con il Qatar (dove ci sono stati feriti); esplosioni sono state sentite nei vicini Emirati Arabi; allarme in Bahrein, sede della Quinta flotta della Marina Usa; attaccati punti di frontiera terrestri e piattaforme di trivellazione offshore in Kuwait; tre missili sono caduti in Giordania, a poca distanza dal confine con Israele...
In questa escalation senza fine – che il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha definito «profondamente preoccupante» – sono da segnalare anche le esplosioni rivelate ieri pomeriggio dall’agenzia iraniana Irna a Bandar Abbas e ad Hajiabad, una città dell’entroterra a nord.
Ieri, dunque, è stata una giornata di fuoco in gran parte dell’area mediorientale ma è stato risparmiato il territorio israeliano. Con grande disappunto di alcuni analisti iraniani fra i quali Hossein Shariatmadari, il direttore di Kayhan, giornale considerato megafono degli ayatollah. Shariatmadari dà il suo consiglio chi guida il suo Paese: «I raid contro le sole basi americane non sono sufficienti», serve concentrarsi sul «punto più vulnerabile degli Stati Uniti», cioè Israele.
Che per il momento sta alla finestra a guardare e con Nbc News il premier Netanyahu si concede dichiarazioni sull’amico Donald. «Penso che gli vada data l’opportunità, specie sul nucleare, di raggiungere un accordo negoziando», dice. Ma se serve «non è di certo timido nell’usare la forza». Come negarlo?