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 2026  luglio 12 Domenica calendario

Ti lascio una roulette. Vita di uno scrittore d’azzardo

La fortuna dei giocatori è visibile soltanto ai giocatori, cosa che i non giocatori non capiranno mai (anche perché, vista da lontano, assomiglia tanto alla sfiga), e Tommaso Landolfi è stato fortunato quando scendeva nel Casinò che amava sopra ogni altro. Le quattro case da gioco italiane le ha frequentate tutte fino al 1979, ossia fino alla morte; come Vittorio De Sica, divideva i luoghi tra chi il Casinò ce l’ha e chi no (“Ragazzi dove volete andare in vacanza? Sanremo, Saint Vincent o Venezia?”); ma il suo cuore batteva più forte in Corso Imperatrice, il passeggio dedicato alla zarina Maria Alexandrova sopra il quale si stagliano i cipollotti della Chiesa Russa, e subito a seguire, le torrette del Casinò.
Oggi chi ha la ventura di arrivare a Sanremo in treno sbarca in una sorta di segreta, si aggira per oscuri sotterranei e un infinito tappeto mobile sempre in manutenzione, vero supplizio di Tantalo per il passo affrettato del giocatore. Ma ai tempi di Landolfi la vecchia stazione era proprio lì davanti, scendevi dal treno e ti trovavi vis-à-vis con “la bella e avoriale costruzione del più rigoroso stile Casinò.” Non c’era che da attraversare i binari (era un mondo senza sottopassaggi) e da raggiungere il vecchio Albergo Europa, il prediletto dai giocatori perché posto esattamente tra stazione e Casinò, “ossia tra il punto di partenza e quello di arrivo (dove, ben s’intende, la stazione, da cui si riparte con le tasche vuote, è il punto di arrivo)”. Ma se il bello e il senso della vita fosse farsi svuotare le tasche dal destino, perché “tanto ci si perde, e si perde comunque”? Landolfi se lo chiese per tutta la vita pur conoscendo bene la risposta; ma ogni volta, per sicurezza, prendeva il primo treno e andava a chiedere conferma in riviera, abbandonandosi “ai piccoli piaceri del tornare a San Remo”. Soggiorni all’Abergo Europa prolungati o interrotti secondo il capriccio della roulette (“Rien ne va plus!”), camere con vista tavoli verdi dove perdere fino all’ultima lira e dove comporre i più perfetti tra i suoi racconti di gioco. Racconti inventati di sana pianta oppure ispirati a fatti veri e alla galleria di personaggi che in quei tempi fortunati solo nelle case da gioco si potevano incontrare (ora si incontrano solo le slot machine); ovvero tutte e due le cose, giacché il piacere del gioco è di per se stesso il sintomo di una confusione irreparabile tra immaginazione e realtà.
Della Sanremo landolfiana si è perso molto, ormai è solo la città del Festival, il condominio del Teatro Ariston ha detronizzato il salone delle feste dove fino al 1976 si sono esibiti i cantanti; tuttavia sopravvivono angoli e atmosfere dove ci si potrebbe imbattere in uno spettro di asciutta e strepitosa bellezza nell’aspetto come nella prosa (perché è chiaro che, se i fantasmi esistono, quello di Landolfi abita qui). Dalla piazza della vecchia stazione invece di tirar dritto si può piegare a levante in corso Nino Bixio, una via lunga e stretta che una volta era fiancheggiata dalla strada ferrata e da qualche anno è stata riconvertita in pista ciclabile. Landolfi l’aveva battezzata il litigatoio, “perché qualche coppia di mia conoscenza vi si reca a litigare dopo gli insuccessi alla roulette”. Coppie di sua stretta conoscenza. Spesso le spedizioni sanremesi prevedevano una compagna anche più accanita di lui nell’inseguimento dei numeri ritardatari, il ché si traduceva in una disfatta king size, per così dire.
Altri due passi nella zona del porticciolo poi si risale fino all’animatissima vasca di Corso Matteotti guardata dalla statua di Mike Bongiorno con il braccio destro alzato (“Te lo meriti, Mike Bongiorno!”) ed ecco che il cerchio si chiude, le due torrette avorio, “o piuttosto celle”, appaiono di nuovo all’orizzonte, e di nuovo il passo accelera. Ci siamo. Saliamo la scenografica scalinata del Casinò divisa in due rampe, schiviamo i turisti impegnati nel selfie, sentiamo il parquet scricchiolare sotto le guide di velluto rosso. Nelle sale al piano nobile, però, solo qualche tavolo di roulette francese e uno sparuto gruppo di irriducibili habitué, la magia rossa e nera narrata da Landolfi si è dissolta. Tuttavia, per essere filologici dovremo giocare il suo numero favorito, il diciassette, e verificare se nonostante il declino ancora oggi a Sanremo accade la stessa cosa: esce sempre il numero accanto. Mentre la pallina corre sul bordo del cilindro ripensiamo all’eccezione che confermò la regola e rimase nella leggenda: l’arrivo di Landolfi al Caffè delle Giubbe Rosse in un giorno d’estate del ’47. I letterati fiorentini si aspettavano di veder comparire il loro amico Tom, di ritorno da San Remo, sconsolato e in bolletta come al solito. Invece Tom si presentò in sella a una rombante motocicletta Northon 500, mezzo favoloso nel quale ciascun giocatore riconoscerà il gusto del trofeo: il puro piacere di possedere qualcosa che non si sarebbe mai avuta, se non la si fosse vinta.
Tra vincere e guadagnare c’è una bella differenza, e va fatta notare.