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 2026  luglio 12 Domenica calendario

Intervista a Duccio Forzano

Due uova nel piatto. Sei mesi di affitto arretrato. Accanto, a terra, la borsa da lavoro: in quel momento è operaio per il montaggio e la manutenzione dei caminetti. Trentasei anni. Divorziato. Un gatto come unico barlume di compagnia. La corrente staccata. I sofficini, scaduti, scongelati. O paga la bolletta o paga il telefono di casa.
Meglio il telefono, decide, non si sa mai.
Sono le nove di sera.
Squilla proprio il telefono: “Buonasera e scusi l’orario, sono Andrea Papalia della Sony Music Entertainment. Cercavo il regista Duccio Forzano…”
D’istinto, immediato: “Ma vaffanculo!”. Sicuro era uno scherzo.
Meno d’istinto, meno immediato, scatta l’angoscia: e se non lo era?
Non lo era.
La telefonata successiva, trenta secondi dopo, cambia, per sempre, la vita di Duccio Forzano, regista ancora prima di diventarlo, ancor prima di prendere totale e definitiva coscienza delle sue doti. Lo chiamavano a nome di Baglioni: “Claudio aveva visto il video musicale, con l’ex moglie protagonista, dove avevo lavorato e desiderava affidarmi la regia della sua prossima impresa musicale: Bolero”.
Per Duccio Forzano da quella telefonata, da quel “vaffa”, da quel vuoto a tavola, nel frigo e nella vita, nulla è più stato come prima. E dall’esistenza da Ulisse ligure, con approdi improbabili quanto inattesi, lavori spaiati, esperienze eterogenee, addii devastanti, lutti, presunte sconfitte, nasce uno dei maggiori e visionari registi della televisione italiana, con diversi Sanremo nel curriculum, anni con Fabio Fazio a Che tempo che fa, altre prime serate su Rai 1, un perenne grazie a Claudio Baglioni e un libro biografico, Come Rocky Balboa, in libreria. “Il film di Stallone mi ha cambiato la vita”.
Perché lo ha scritto?
È stata più una forma terapeutica, uno sfogo, trovare qualcosa che chiudesse il cerchio.
Il cerchio si è chiuso?
No, però il libro è diventato anche un monologo che voglio portare in scena e con questo il cerchio l’ho chiuso.
Cosa ha scoperto di sé?
Che c’era qualcosa in me che era nascosto e quel qualcosa lo ha capito per primo Claudio Baglioni.
Cosa?
L’incoscienza non controllata del momento.
Tradotto?
Riesco sempre a portare a termine la diretta, con lucidità, nonostante ci siano mille situazioni da seguire, dieci o quindici monitor accesi contemporaneamente, collaboratori da indirizzare.
Multitasking.
Ho una forma di autismo; (resta zitto, cosa rara) come sostiene Woody Allen: “Se intorno c’è casino, eppure riesci a concludere il tuo lavoro, vuol dire che c’è qualcosa di buono in te”.
Domanda alla Marzullo: dal libro non si capisce se è lei matto rispetto al mondo o il mondo matto rispetto a lei.
Il mondo è matto per tutti, non solo per me.
Nella vita è andato dritto.
Il potere è nel tempo presente ed è necessario affrontarlo al meglio. Uno deve decidere, sempre. E ho iniziato a 13 anni quando ho mollato il lavoro.
Elenco dei lavori svolti.
(Sorride) A 12 anni lavavo i piatti, poi in un’impresa di pulizie, quindi con mio padre montavo i neon; e ancora carrozziere, per diversi anni, montatore di camini, barista, pizzaiolo, rappresentante di acque minerali, venditore di granito…
Di tutto.
Quando oggi, da regista, mi dicono: “Ma quanto lavori?” li manderei a quel paese: “Questo non è lavorare, è un privilegio assoluto”.
Un gioco pagato.
È ciò che mi piace di più svolgere; se mi dessero da mangiare, da dormire, il minimo per vivere, a me andrebbe bene.

Nel libro racconta di amori e altre catastrofi. La maggior parte delle persone si sarebbe fermata.
Non ho una spiegazione razionale, io tiro dritto; (abbassa di un tono) ho iniziato a leggere tardi, ma da quel tardi ho poi cercato di recuperare e ho affrontato biografie, saggi, romanzi e lì ho capito che si deve andare avanti, senza preoccuparsi troppo, ma il giusto.
Quindi?
Uno non può fermarsi e crogiolarsi nel dolore, nel casino che ti sta tenendo per le palle. Uno deve scindere. Proseguire. E se prosegue magari trova pure la soluzione al problema.
Motivazionale.
A me sembra naturale.
Appare come uno che ha “rubato” con gli occhi a tutti.
E mi capita ancora oggi; (pausa) è una regola che mi ha insegnato mio padre nonostante la sua quinta elementare: “Quando lavori guarda gli altri: magari il Tizio è geloso della sua esperienza e non ti insegna nulla, ma tu guarda e capisci”.
Esempio pratico.
Il primo regista con il quale ho lavorato, Giacomo De Simone, possedeva una tecnica pazzesca e non me la voleva insegnare “perché è il mio ingrediente segreto”. Allora prima che lui arrivasse sono entrato in sala di montaggio, ho disegnato la posizione di tutti i suoi parametri e piano piano ho capito.
Spregiudicato.
Lavoravo lì e mi capitava pure di fare le pulizie.
C’è anche il fattore-fortuna, quello che le ha permesso di schivare l’eroina.
La fortuna esiste se giochi alla Lotteria. Però devi giocare alla Lotteria. Quindi non esiste in toto, e come ripeteva Seneca “è il momento in cui il talento incontra l’occasione”.
Va bene, ma da giovanissimo è un attimo.
Per il “no” bisogna avere una forza d’animo che allora non sapevo di possedere; probabilmente se non avessi avuto la responsabilità dei miei fratelli, mamma che era andata via, mio padre da recuperare al bar, ubriaco, il dover portare lo stipendio a casa, magari avrei ceduto.
Visti i lavori, vista la necessità, ha mai affrontato la sindrome dell’impostore?
Non ci ho mai pensato, al massimo ho vissuto il contrario. E poi amo dire la verità, anche nelle relazioni personali, infatti ho due matrimoni alle spalle. E sono sposato.
Farfallone.
(Balbetta) Ho iniziato tardi, a 18 anni, qualcosa dovevo pur combinare.

Passo in avanti: la vita da regista.
La prima volta che ho parlato in conferenza stampa ho sentito il cuore che esplodeva nel petto.
In che occasione?
Nel 2010 in occasione di Sanremo; non solo ero teso per i giornalisti ma anche per le persone accanto: dal presidente della Rai ai conduttori. Io mi sentivo piccolissimo.
Non lo era.
Ho sempre avuto grande rispetto per le persone con cui lavoro, a partire da Baglioni: quando l’ho incontrato credevo di avere davanti il papa. E ancora oggi nei suoi confronti provo un religioso rispetto.
Sempre nel libro racconta che da giovane non lo sopportava.
Lo ascoltavo solo nei momenti di sofferenza sentimentale; preferivo i Genesis, i Deep Purple, i Pink Floyd. Poi l’ho conosciuto ed è stata una rivelazione, ha dei testi pazzeschi, come in Tamburi lontani.
La canta?
No, nel monologo ho messo Lucio Dalla con Il parco della luna: lì dentro mi sono sentito a nudo, quando dice “anch’io quante volte da bambino ho chiesto aiuto; quante volte da solo mi sono perduto; quante volte ho pianto e sono caduto…”.
Con Dalla ha lavorato.
Sì, ma non gli ho mai detto della canzone.
Perché?
Non volevo pensasse che lo stessi adulando; (pausa) l’unica persona che sapeva del mio passato è Rita Pavone.
Con Pavone ha trionfato in un talent.
Il Talentiere nel 1982: avevo un gruppo, gli Alta Tensione, nel quale suonavo la batteria e cantavo. Alla fine abbiamo vinto, ma due del gruppo rinunciarono a causa dei genitori.
Torniamo a Dalla.
Con i suoi scherzi mi metteva spesso in imbarazzo.
Tipo?
Magari stavamo a tavola, io distratto, mi giravo e lo trovavo senza parrucchino. Poi se lo rimetteva; (pausa) personaggio pazzesco, simpatico, geniale. Ma, ripeto, con lui non ho mai avuto grande confidenza.
Con Morandi?
Abbiamo lavorato insieme, ci conosciamo bene, ma stessa cosa di Dalla; (ci pensa, bene) non sono uno che va alle feste, ai cocktail, sono solo uno che ama questo mestiere.
La telecamera in spalla è potere?
Sì, ma come chi ha il telefonino.
Il telefonino ha ridotto quel potere?
No, lo ha amplificato. A me la telecamera ha dato la possibilità di dimostrare cosa ero capace di combinare.
Anche a se stesso?
L’ho scoperta per caso a 26 anni, ma ho sempre avuto l’istinto di raccontare, prima con il disegno e poi con la fotografia.
Cosa non sopporta sul lavoro?
L’approssimazione.
A Sanremo non è consentita.
Prima dell’inizio sono sempre tranquillo, sento la musichetta dell’Eurovision e all’improvviso ricordo tutto quello che devo fare.
Adrenalina.
Dopo la sigla di chiusura impiego ore per andare a dormire; il bello è che non mi sono mai drogato eppure c’è gente che è sicura sia un cocainomane.
Di droga ne ha vista.
Me l’hanno anche offerta, ma se dici di no a 14 anni non l’accetti a quaranta, cinquanta o sessanta. Comunque una volta ho risposto: “No grazie, ho appena fatto in albergo”.
La sua prima diretta.
1998: Claudio Baglioni allo Stadio Olimpico. Gli addetti ai lavori entusiasti e stupiti.
Poi?
Torno sabato su Rai 1 con Giorgio Panariello; alle prove sbagliammo di tutto.
Quindi Fiorello.
Rosario è un talento naturale.
Il più bravo con il quale ha lavorato.
Dal punto di vista della conduzione, Fabio Fazio: con lui ho passato 11 anni meravigliosi.
Il più “semplice”.
Fiorello: lo butti sul palco, qualcosa inventa, e se c’è un problema non si ferma mai.
A prescindere da Baglioni, ce l’avrebbe fatta comunque?
Me lo sono chiesto mille volte e non mi sono mai dato una risposta. Però Claudio è arrivato che avevo 35-36 anni e montavo camini.
È orgoglioso di lei?
Molto.
Oltre a Baglioni, chi ringrazia?
Tutti.
Con il suo lavoro ha conosciuto chiunque.

Il massimo è stato con Dustin Hoffman. Lì ho derogato alle mie regole.
Cioè?
Mentre Fiorello lo intervistava, in diretta, ho lasciato la regia, sono entrato in scena, mi sono inginocchiato e gli ho baciato la mano. Poi non contento abbiamo fatto naso-naso.

E Fiorello?
Carinissimo, mi ha presentato al pubblico.
Lei chi è?
Un uomo fortunato ad aver avuto un padre come il mio che mi ha insegnato tutti i mantra che mi porto ancora dentro.