il Fatto Quotidiano, 11 luglio 2026
Con Kafka o Allan Poe, l’amore (vero) non è sempre a prima vista
Esiste in letteratura, e nelle vite di coloro che la frequentano al punto di identificarsi con i suoi paradossi, un chiasmo interessante: un grande amore può nascere da un primo sguardo indifferente; un secondo sguardo, lungamente bramato, può disintegrare l’amore sognato.
La domanda con cui tutti i grandi scrittori si sono misurati, e cioè se nell’incontro tra due persone sia riposto un destino, è al centro de L’insostenibile leggerezza dell’essere. Milan Kundera costruisce il primo incontro tra Tomáš e Tereza in un caffè di provincia come una straordinaria concatenazione di coincidenze che i personaggi, spinti dal bisogno di bellezza, trasformano in un destino significativo (Jung chiamò “sincronicità” gli eventi simultanei legati da una connessione profonda).
Franz Kafka incontra Felice Bauer il 13 agosto 1912, a casa di Max Brod. Scrive sul suo diario: “Quando arrivai da Brod, ella era seduta a tavola, eppure mi parve una domestica. Non avevo alcuna curiosità di sapere chi fosse. Viso ossuto e scavato che mostrava apertamente il vuoto. Camicetta trascurata… Naso quasi rotto. Capelli biondi un po’ lisci, senza attrattiva, mento robusto. Mentre mi mettevo a sedere la guardai per la prima volta più attentamente, quando fui seduto avevo già un giudizio incrollabile”. Ciò nonostante (o perciò?), Felice sarà per Franz colei che “mi ha reso la testa balorda” e “per caso colei che impersona il mio destino”.
Il topos del disamore a prima vista richiede il suo reciproco: un secondo contatto, lungamente sospirato, conduce orribilmente alla delusione.
Nel racconto Gli occhiali, Edgar Allan Poe premette: “Molti anni or sono era di moda farsi beffe dell’‘amore a prima vista’; ma coloro che meditano, che profondamente sentono, ne hanno sempre sostenuto l’esistenza”. Il suo protagonista Napoléon Bonaparte Froissart, giovane “molto ben fatto, capelli neri e ricci, naso regolare, occhi grandi e grigi” la cui espressione “non lascia sospettare nulla”, una sera viene folgorato dalla vista di una donna seduta nel palco accanto al suo, a teatro: la figura di lei gli rimanda, dal luminoso buio che la circonda, un’immagine di furiosa, selvaggia bellezza. Stordito, “mutato in pietra”, può contemplarla meglio appena lei si volta: ha qualcosa che lo delude, anche se “deludere”, spiega, non è la parola giusta. Nella sua fisionomia qualcosa lo inquieta: “Una quota di gravità, di stanchezza, un che di snervato” intacca quella perfezione, e calmando la sua furia avvalora il suo attaccamento.
Dilaniato tra malìa e lucidità, deve tirarla fuori da quell’ombra, vederla meglio. Dopo due settimane di deliquio la incontra, le apre il suo cuore e la chiede in sposa, rivelandole i suoi difetti, compresa una lieve miopia. Ella accetta, a condizione che dopo la cerimonia lui indossi i piccoli occhiali che lei tiene sul seno. Così farà. Appena inforcati gli occhiali, Napoléon cade in un “inorridito stupore”: la dama del suo cuore è una donna di 82 anni, e lui è vittima di uno scherzo grottesco ordito dai suoi amici. Non è a questo punto che conducono, se durevoli, tutti gli amori a prima vista?
Una storia atroce, ma vera, inizia il 9 dicembre 1852: la conturbante Apollonie Sabatier riceve una lettera anonima. La calligrafia è infantile: forse è di un adulto che l’ha contraffatta impugnando la penna con la sinistra. Contiene una poesia e una confessione: “Colui che ha composto questi versi, in uno di quegli stati di fantasticheria in cui spesso lo getta l’immagine di colei che ne è l’oggetto, l’ha amata intensamente, senza mai dirglielo”.
Le lettere si susseguono per mesi. Apollonie apre il suo salotto ad alcuni tra i più brillanti intellettuali di Parigi, geni incompresi, poeti romantici e adulteri in libera uscita da amanti esigenti; troppo difficile stringere il cerchio.
Nella lettera del 9 maggio 1853 il mittente chiede perdono per la “imbecille poesiola anonima che sa orribilmente d’infantilismo”; la chiama “bambina meschina, cupa, orribile, immonda, con un sorriso stereotipato da ballerina crudele”.
Il 7 febbraio 1854, non ancora scoperto, si dice schiavo dei suoi occhi i quali sono a loro volta suoi servi, “fatti per servirlo”. La accusa di friggergli il cervello con l’irradiazione della sua figura. A maggio le confessa di aver pronti altri versi, ma “un’estrema paura del ridicolo” lo ferma dal rivelarle il suo nome. Smette di scriverle. Nel 1857, a 5 anni dalla prima lettera, l’anonimo torna: “Cara Signora, non avete creduto per un solo istante che abbia potuto dimenticare, vero?”. È la prima volta che le scrive con la sua vera calligrafia. Dice: “Solo le persone volgari si innamorano”, e infatti lui è un poeta, e un poeta non ama: idolatra. “Voi”, scrive, “siete più di una cara immagine sognata, siete la mia superstizione”.
Apollonie invita l’anonimo in casa, e fa l’amore con lui. Il mattino dopo lui le scrive una lettera: “Mi serve un po’ di coraggio, perché ho i nervi a pezzi, e mi sono svegliato con l’inspiegabile malessere morale che mi sono portato dietro tornando ieri sera da casa vostra”. Critica le parole di lei: “Mi pare di essere tua dal primo giorno che ti ho visto… Ti esorto a nascondere questa lettera, disgraziata! Sai davvero quello che dici?”. Infine scrive, nero su bianco, la verità: “Fino a qualche giorno fa eri una divinità e tutto era così bello, così inviolabile. Eccoti una donna, ora”. Non ci sarà una seconda volta: l’esperienza d’amore è inferiore al suo desiderio. Corre verso la fine: “Quando mi porto via il profumo delle vostre braccia e dei vostri capelli, mi porto via anche il desiderio di tornarvi”, e stavolta, per la prima e ultima volta, si firma col suo nome: Charles Baudelaire.