il Fatto Quotidiano, 11 luglio 2026
Flatulenze, liriche e Fellini
Benigni che fa la cacca, Villaggio che scorreggia, insomma, merda d’artista: ma non è Piero Manzoni, è Fellini. Se pensavate che sul maestro fosse stato detto tutto, dovete ricredervi: Fellini, la scrittura, gli scrittori, il volume collettaneo curato dallo storico Roy Menarini e dal responsabile della Cineteca di Rimini Marco Leonetti, indaga le relazioni sottaciute, pericolose e folgoranti tra il regista e la letteratura, dunque autori, editori e critici.
Egli stesso penna sapiente, cresciuto a inchiostro e parodia, drammaturgia e macchiette, raccontini e – la collaborazione tra il 1939 e il ’43 con il Marc’Aurelio è esemplare – satira, si innamorò di illustri colleghi, da Swift a Dumas padre, da Dickens a Verne, senza disdegnare l’esotismo corsaro di Salgari e l’hard boiled di Chandler e Hammett. Con i coevi ci fu ammirazione senza frequentazione, è il caso di Kundera, o assiduità, da Tobino a Zavattini, ovviamente Flaiano, e Simenon, che presidente di giuria a Cannes avallò la contestata Palma d’Oro a La dolce vita nel 1960.
Ma qui ci appoggiamo a Ermanno Cavazzoni, che con Fellini, e Tullio Pinelli, ha firmato la sceneggiatura de La voce della luna (1990), a partire dal proprio romanzo Il poema dei lunatici. Protagonisti Roberto Benigni e Paolo Villaggio, si va per aneddoti, sogni, devozioni e derivazioni: l’oboista riparato al camposanto adatta quel tossicodipendente che a Faenza “scavalcava di notte il muro di recinzione del cimitero e andava a dormire in un loculo, anche leggermente arredato”; quando il custode lo vide, gli prese “un colpo al cuore, un collasso, che quasi ci è rimasto secco”.
E la luna del titolo? L’impresa di Neil Armstrong del 20 luglio 1969 è Storia, ma “nel film è invece la luna che sbarca in terra”, con Leopardi a provvedere “la disillusione e la fine degli incanti – la luna non è più quella cosa romantica lassù, e diventa un carbone piantato in terra”. Fellini prende anche da Tommaso Landolfi, Il racconto del lupo mannaro, e traduce il nostro satellite in “una grossa mozzarella molle e luminescente, e quasi viva”.
Anche Benigni sa di carta, ché Fellini adorava, al pari di Kafka, Pinocchio: “bruciano e fumano i piedi, al suo personaggio, e la nonna lo chiama Pinocchietto”. Del capolavoro di Collodi al cineasta garbavano massimamente “le bugie ostinate e questo rapporto di fuga e ritorno dalla fata Turchina, che lo aspetta sempre e gli perdona tutte le sue scappatelle”. Ci siamo capiti. “Tante altre cose pensate, elaborate, non sono entrate nel film, di cui ho conservato gli appunti”, rammenta Cavazzoni, per esempio “un tale che aveva la faccia che sembrava un carciofo oppure un altro che sembrava che in vita sua avesse mangiato solo ortiche”.
Apologo “sulla paura e la rassegnazione alla vecchiaia, inevitabile ma tragica, che era un tema molto sentito da Fellini”, La voce della luna assume una “buffoneria dissacrante”, segnatamente un peto clamoroso, cui venne “in soccorso ispirativo” un episodio successo all’hotel Plaza: “Federico si è alzato perché doveva andare a telefonare. Torna dopo poco ridendo, e mi racconta che mentre aspettava che si liberasse la cabina, si è socchiusa la porta e si è sentito il rumore prolungato di una scorreggia, come un miagolio, ha detto, ed è uscito un signore che a vedere Fellini lì davanti è diventato rosso. Per toglierlo dall’imbarazzo ha commentato: ‘Certo che sono porte arrugginite’. Ecco, mi ha detto tutto contento, questa è proprio l’idea che mancava, e che quel signore gli ha suggerito: certo che dovremmo poi metterlo tra gli sceneggiatori”.
La flatulenza venne affidata a Villaggio, che “monta su un panchetto e attraverso il buco della serratura con una scorreggia sconfigge i vecchietti e li fa dissolvere, come Schreber – cui dobbiamo le Memorie di un malato di nervi, ndr – faceva sparire i suoi esseri fugaci. Fellini fa sempre confluire il lirico, il romantico, il tragico, il sublime, in una conclusione, in un’inquadratura dissacratoria, sgonfiante, disillusa, prosaica, e spesso comica”.
Consolidare, ehm, lo stato gassoso toccò a Benigni: “Fellini sogna che sta per girare, ma non c’è nessuno e non è pronto nulla, e Roberto è sparito. Poi lo vede in mezzo al set accucciato che sta facendo la cacca e si sforza. E pensa: ‘Ma guarda chi vado a prendere!’. Benigni si alza e gli strizza un occhio. E Fellini si sveglia e ne ha un senso di benessere, mi ha detto, come fosse stato un invito a fare tutto il film per liberarsene, espellerlo. I sogni se li rigirava lui come gli conveniva”.