Specchio, 12 luglio 2026
Intervista a Riccardo Cocciante
Quando il sole si tuffa oltre la cinta dell’anfiteatro romano, sono le sette di sera e il soundcheck è già diventato un piccolo concerto. Anziché limitarsi ad abbozzare i brani per la regolazione dei volumi, Riccardo Cocciante li sta cantando tutti interi di fronte a duemila sedie vuote. Ammassati e distanti, Il tempo delle cattedrali, Indocina. Lo accompagna ai cori e come solista Marco Vito, il primo protagonista del suo musical Giulietta e Romeo. Oggi è anche il suo direttore musicale.
A un certo punto, sotto il palco si pianta Catherine Boutet. Con espressione accigliata fa cenno al marito di smettere. Ha paura per la sua voce, nonostante gli 80 anni vissuti a passo di carica. A marzo è uscito su RaiPlay il documentario Il mio nome è Riccardo Cocciante, nello stesso mese il musical Notre-Dame de Paris ha ripreso a girare qui da noi, a giugno è stato pubblicato il suo primo disco di inediti dal 2005, Ho vent’anni con te. E poi i live estivi: il giro d’Italia che gli organizza Vivo Concerti stasera l’ha portato qui, a Pompei, tra queste pietre che già erano antiche quando nasceva la musica occidentale. In attesa di esibirsi – tre ore, 37 brani – si racconta in camerino, con quell’irruenza che il tempo non ha scalfito.
Maestro, in Indocina canta il Vietnam della sua infanzia. Com’era?
«Ho ancora nel cuore quei colori, quei sapori, quella natura opulenta. Si girava scalzi e in pantaloni corti tutto l’anno. Era un Paese molto diverso dal nostro, dominato da grandi contrasti: cieli scintillanti e tifoni, serenità e paura dei giapponesi».
Si percepivano già i venti della guerra imminente?
«Ce n’era già stata una con i francesi, quella della battaglia di Ði?n Biên Ph?. E si capiva che con gli americani sarebbe finita allo stesso modo, stava già arrivando l’onda d’urto. Ce ne siamo andati».
Aveva 11 anni. Che cosa la colpì del nuovo Paese?
«Rispetto a Saigon, Roma mi sembrava grigia. Da noi tutto era diverso. Quando nei cortili i miei compagni mi lanciavano la palla con i piedi, me ne restavo lì a fissarla imbambolato. Da noi il calcio non esisteva».
Come andò con la lingua?
«A casa si parlava il francese di mamma, qui non capivo nulla. Per impararlo, guardavo in tv tutte le trasmissioni che potevo. Quelle musicali mi aiutarono a comprendere cos’erano la canzone italiana e quella napoletana».
Come finì a lavorare in albergo?
«Ero già appassionato di musica, suonavo con gli amici, ma mio padre mi mandò a lavorare. Frequentai una scuola alberghiera, seguita da due stagioni di prova, a Rimini e in Svizzera. Infine mi assunsero come segretario al Savoia di Roma».
Non molti possono dire di aver lavorato in via Veneto negli anni della Dolce Vita.
«Era uno spettacolo, con caroselli di auto lussuosissime, vip, attori e intellettuali. Si respirava un’energia unica. Bisogna averlo vissuto, quel periodo, per rendersi conto della differenza rispetto a oggi».
Come finì?
«Con il direttore che mi chiamò e mi disse: “Cocciante, lei è bravo ma non può tenere i capelli così lunghi in un ambiente come il nostro"».
E la musica?
«La liquidazione mi copriva un anno, che trascorsi a incontrare produttori e discografici. Fondai i The Nations con un turco, un romano e un bassista vietnamita. Fu lui che mi esortò a continuare, prestandomi i soldi per acquistare la mia prima tastiera».
Tra lei e l’Rca è sempre stata un po’ La guerra dei Roses. Com’è iniziata?
«Quando vennero ad ascoltarci e mi arruolarono. Incisi una lacca, ma al momento di stamparla mi restituirono il contratto. Mi dissero solo: “Non ci interessi più”. Il mio album d’esordio, Mu, uscì con la Delta Italiana».
Poi?
«Si rifecero vivi per pubblicarmi il secondo, Poesia. Il produttore passò tutte le registrazioni a lamentarsi di come cantavo, a dirmi come avrei dovuto fare. Finì a sediate in testa».
Con la sua atipicità, si è mai sentito sbagliato nel mondo della musica?
«Certo. Di me non piacevano il modo di cantare, il nome, la statura. Il prezzo dell’originalità lo si paga prima del successo, un attimo dopo diventi unico. È successo anche a Renato Zero».
Per anni ha scritto canzoni senza ottenere il riconoscimento che sperava. Qual è il primo applauso che ricorda?
«Quello al Teatro dei Satiri di Roma, un locale piccolissimo in cui mi esibii nel 1974 con De Gregori e Venditti. Eravamo i tre irregolari della canzone italiana, ma loro avevano già alle spalle due successi, Alice e Roma capoccia, io niente. Il mio successo partì da lì».
Poi arrivò Anima.
«Anche quell’album non piaceva alla Rca, ma ebbero il merito di crederci. Bella senz’anima non passava in radio né in Rai, per quel verso in cui canto: “E quando a letto lui / ti chiederà di più / glielo concederai”. L’etichetta iniziò a proporla ai disc jockey a pacchetto con Gianni Morandi. Finché ricevetti una telefonata mentre ero in Francia: “Sei primo in classifica"».
Si è mai sentito prigioniero di quel brano?
«Fu un successo talmente grande da diventare soffocante. Arrivò in testa alle classifiche in molti Paesi. Dove c’erano dittature, come in Sudamerica o nella Spagna di Franco, fu vietato e divenne l’inno degli oppositori».
Chi la liberò?
«Margherita. Mi fece capire che avevo anche altri registri che potevano coesistere senza problemi».
Tra questi c’è il musical. Si aspettava per Notre-Dame de Paris un consenso così travolgente?
«Mentirei se dicessi di sì. Quando lo composi era un punto interrogativo, non interessava a nessuno. Finché un produttore francese, conoscente di un amico, accettò di venirmi a sentire solo per rispetto. Suonai davanti a lui per due ore e mezza. Alla fine si alzò e disse: “Vado a prenotare quattro mesi al Palais des Congrès"».
Com’è la sua vita oggi?
«Dopo la Francia e gli Stati Uniti, oggi vivo a Dublino. Mi scalda l’affetto che sento intorno a me, non ho mai chiesto di essere chiamato Maestro eppure tutti si rivolgono a me così. Io ringrazio e continuo a comporre».
Com’è l’Italia vista da fuori?
«Un Paese bellissimo non sempre tenuto bene, in cui si vive soffocati dalla burocrazia. Basta andare all’estero per rendersene conto. Dell’Italia va protetto il futuro artistico. Per dire: siamo l’unico Paese a non avere i propri premi della musica».
C’è però Sanremo, che lei ha vinto nel ’91 con Se stiamo insieme.
«Sanremo non è un premio, è un concorso. E poi va bene l’industria, ma chi tutela l’artigianato? La nostra musica non è fatta solo di canzonette».
È d’accordo con il suo amico De Gregori quando dice che un musicista non deve parlare di politica dal palco?
«Francesco è sempre stato così, deve dire il contrario di ciò che è. Già all’epoca era polemico per partito preso, sempre contro. Ma non tocca a me criticarlo, non giudico le persone».
Quando va in vacanza?
«Mai. Negli ultimi cinquant’anni ne ho fatte due».
Chi è oggi il suo miglior amico?
«Il pianoforte».