La Stampa, 12 luglio 2026
Alba Rohrwacher parla dei suoi progetti
Quando parla di sé Alba Rohrwacher riconosce sorridendo che ha avuto bisogno di tempo per abituarsi alle interviste.«All’inizio farle per me rappresentava una violenza», confessa l’attrice dopo aver ordinato una spremuta in un bistrot di Parigi, dove si trova per partecipare come ospite al festival di cinema franco-italiano Dolcevita-sur-Seine appena concluso. Una riservatezza che l’artista racconta di essere riuscita a mantenere fino a quando ha girato con la sorella, la regista Alice, Le Meraviglie, in parte ispirato alla loro famiglia. «Con quel film mi ha raccontato al mondo, in questo siamo diverse – dice divertita – ma la fiducia che ho in lei mi ha permesso di farmi guardare senza il timore di come questo sguardo si posasse su di me» Si sono da poco concluse le riprese di Una storia, esordio alla regia di Anna Foglietta, in cui recita con Guido Caprino, mentre in Francia a settembre uscirà Tre Ciotole, della regista spagnola Isabel Coixet tratto dal libro di Michela Murgia, scomparsa nel 2023.
Come ha accostato la figura di Murgia?
«Ho percepito una grande responsabilità nel dare una testimonianza cinematografica del suo libro. Un sentimento condiviso con Isabel e con gli altri attori che hanno preso parte a questo racconto, come Elio Germano e Silvia D’Amico. Un piccolo gruppo di umili cantastorie che ha provato a raccontare il suo libro con rispetto e delicatezza, consci dell’importanza di Michela nella cultura italiana».
L’ha mai incontrata?
«No. I nostri sguardi si sono incrociati solo una volta, in occasione di un evento pubblico a Parigi. Ho parlato però con le persone per lei molto importanti, come Chiara Valerio, che è stata di una generosità incredibile. In questo modo mi sono sentita legittimata a ripercorrere le orme di Michela con il personaggio di Marta. In qualche modo mi sento come se l’avessi incontrata».
Cosa la colpisce della sua filosofia?
«Ti dava la possibilità di analizzare la realtà sempre da una prospettiva nuova, così era per la letteratura, la politica, le relazioni umane. Il suo era un pensiero molto vivace, anche provocatorio, capace di creare una conversazione costruttiva quando apriva una discussione. Riccardo Tozzi, produttore del film, ha avuto una grande idea nel chiamare Isabel. Mi sembra che lei faccia nel cinema quello che Michela faceva con la letteratura. Offrire una nuova versione dei fatti, facendoci guardare la storia da un’angolazione inattesa».
Coixet è l’ultima di una lunga serie di registi stranieri con i quali ha lavorato.
«Quando faccio delle scelte professionali cerco qualcosa che sia coerente con la mia persona e con un cinema capace di parlarmi. La nazionalità del regista non è il punto. Anche perché il cinema è un’arte capace di superare i confini. E mi sembra che la sua lingua sia una e una sola. Con Isabel non so nemmeno quale usiamo per parlarci. Una specie di esperanto che racchiude le sue origini, le mie e quello che abbiamo appreso spostandoci da noi. È versatile, magica. Lavorare con lei è stato bellissimo e dolce. Il suo sguardo è delicato e sorprendente sempre. E presentare il film al festival dolce vita sulla Senna è stata una festa!»
A proposito di Francia, cosa pensa della loro industria cinematografica, che viene spesso presa come un esempio in Europa?
«Ho una grande ammirazione per la tutela che c’è qui nei confronti del patrimonio artistico e culturale. In Francia il cinema viene sostenuto, si crea un dialogo fertile con il pubblico. La fruizione artistica è quotidiana, è un’ abitudine diffusa andare al cinema a teatro ad un concerto in libreria. E questo perché la possibilità di accedere all’arte è vastissima. È un modello da ricalcare anche in Italia».
Tra le sue passioni c’è anche la moda.
«È un mondo meraviglioso fatto di artisti che con le loro visioni spesso mi hanno aiutata a trovare una chiave di svolta sui personaggi che devo interpretare. È una passione che ho sempre avuto. Da piccola mi piaceva disegnare modellini di abiti. Li disegnavo con cura, descrivendo sul lato del bozzetto ogni dettaglio con cui il vestitino immaginario era cucito: stoffe inventate, il numero dei bottoni, i colori di ogni versione possibile. Mi piace essere stravolta da un abito, e quando la moda diventa protagonista di una storia fotografica mi diverte prestare il mio corpo e immaginare la possibilità di stravaganti personaggi abbigliati nei modi più azzardati e fantasiosi».
Lei lavora al Centro sperimentale di cinematografia di Roma, dove ha studiato.
«Sono molto riconoscente a quella scuola perché ha cambiato la mia vita. Se oggi faccio l’attrice è perché c’è stato chi ha avuto l’intuizione di ammettermi al Centro. Lavorare a scuola è una sorta di missione. È un lavoro emozionate, molto delicato. Negli occhi dei ragazzi ritrovo i miei di allora. Le inquietudini, le paure, la loro passione instancabile mi commuove. In loro ritrovo quel desiderio di capire chi si è e cerco, come posso, di proteggerlo».