Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  luglio 12 Domenica calendario

L’attacco alla stampa di Trump per riprendersi i Maga

Il concetto latino di “Subpoena”, mandato di comparizione spiccato “sotto la pena” delle autorità, entra nel diritto anglosassone nel XIV secolo, coniato dal vescovo di Salisbury John Waltham, ai tempi di re Riccardo II. Chiunque riceva un “subpoena” deve, senza eccezioni, comparire davanti alle istituzioni, civili o penali. L’arcaico termine dell’antico prelato affolla, in queste ore, siti, tv e testate americane, con i “subpoena” spiccati dal procuratore federale di Manhattan Jay Clayton, da poco nominato dal presidente Donald Trump come direttore dei servizi segreti Usa, contro un gruppo di grandi firme del quotidiano New York Times, fra cui Julian Barnes, Eric Lipton, Tyler Pager ed Eric Schmitt.
I giornalisti dovranno presentarsi davanti ai pubblici ministeri di Clayton per rispondere sugli articoli a proposito del nuovo Air Force One, l’aereo della Casa Bianca, che non disporrebbe di sistemi di sicurezza sufficienti a contrastare eventuali attacchi di potenze ostili. Secondo David McGraw, avvocato del Times, «vedere agenti federali davanti alle porte dei cronisti dovrebbe scuotere la coscienza di ogni americano che crede nella Costituzione e nella libertà di stampa che protegge», ma il clima del paese è diverso e se i liberal si indignano, i fedeli Maga del presidente Trump inneggiano allo sfregio contro l’odiato foglio di New York.
La giurisprudenza Usa non è dirimente in materia. La Corte Suprema ha concesso ai reporter qualche diritto in più dei normali cittadini, rispetto ai mandati di comparizione, ma senza assolverli del tutto dalla forza dei subpoena. La sentenza chiave, che i legali del Times compulsano frenetici, risale al 1972, sotto il presidente repubblicano Richard Nixon. Nel caso “Branzburg versus Hayes”, i magistrati, con una maggioranza di 5 a 4, non riconobbero ai giornalisti, malgrado l’ombrello del Primo Emendamento alla Costituzione sul diritto di parola, immunità assoluta per proteggerli contro i subpoena, o le testimonianze da rendere davanti alle giurie popolari, dopo le inchieste. Il giudice Lewis Powell provò a forzare la decisione a favore dei media, ma in realtà a livello nazionale, per il diritto federale, manca uno scudo forte e solo limitate leggi statali difendono la libertà di cronaca.
Stretto dalla guerra senza uscita in Iran e dal forte malcontento popolare, testimoniato da un sondaggio del Wall Street Journal, Trump decide di andare all’offensiva contro i media che lo criticano, usando le rivelazioni dell’inefficienza del velivolo presidenziale, insofferente per le soffiate dei suoi ministri o degli agenti dell’intelligence. Né il New York Times può sperare in una crociata dell’establishment, come ai tempi dei Pentagon Papers, le rivelazioni sulla guerra in Vietnam, o del Watergate, gli scandali di Nixon, negli anni Settanta del secolo scorso. L’autorevolezza dei media è calata, soprattutto nei ceti popolari e tra gli operai bianchi, e l’élite dell’informazione viene considerata alleata dei poteri forti, a scapito della working class, le vecchie tute blu.
Nel 2005 la cronista del Times Judith Miller rifiutò di rivelare le sue fonti, dopo uno scoop sull’agente Cia Valerie Plame, e finì per 85 giorni in galera avendo subito un subpoena. Anche durante l’amministrazione Obama il reporter James Risen ricevette un mandato di comparizione, mentre, con astuzia, Joe Biden preferiva le perquisizioni negli uffici dei media per ottenere informazioni scottanti. A Donald Trump importa poco che i colleghi del Times davvero rivelino le fonti sul cigolante jet, o che condividano il duro destino della Miller. Preferisce il gesto da macho, pur di reagire ai cattivi bollettini dallo Stretto di Hormuz, con gli iraniani irriducibili. Sa che la sua base guarda la rete Fox e i post social, non il sito del Times, e per la società civile Usa è uno scacco ulteriore.