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 2026  luglio 12 Domenica calendario

I 200.000 lavoratori schiavi che tengono in piedi Milano

C’è chi scarica camion prima dell’alba. Chi macina chilometri in bicicletta per consegnare un pasto. Mani ruvide confezionano abiti e borse destinati alle boutique del lusso. Guardie non armate passano ore davanti agli ingressi di banche e ospedali. È l’esercito invisibile, sono gli “schiavi” che ogni giorno fanno funzionare Milano, la capitale economica del Paese. Ma in molti casi la loro paga oraria non è neppure a due cifre. Secondo la ricerca di PoliS Lombardia (istituto regionale a supporto delle politiche della regione), nella Città metropolitana sono oltre 200 mila, il 18,8% degli occupati. Dietro i grandi gruppi della logistica, i marchi del lusso, gli alberghi pieni, i grattacieli della finanza e i bilanci stellari della moda c’è una vasta fascia di lavoratori che continua a guadagnare troppo poco.
A rendere visibile questo mondo sono state le inchieste della procura di Milano. Seguendo il filo degli appalti, i magistrati hanno ricostruito un sistema nel quale il costo del lavoro veniva progressivamente scaricato sull’ultimo anello della catena. Il bilancio racconta la dimensione del fenomeno: 69 mila lavoratori assunti, stabilizzati o regolarizzati. L’ultimo capitolo riguarda il cantiere del nuovo Consolato degli Stati Uniti, dove si indaga sullo sfruttamento di decine di operai indiani, reclutati nel Paese d’origine, con paghe sotto i 3 euro l’ora. Le testimonianze parlano di una condizione di «para schiavitù». «O lavoravi ai ritmi imposti o ti rispedivano in India», dice un operaio. «Una volta avevo la febbre, sono rimasto a casa un giorno e mi hanno tolto due giornate di paga», racconta un altro. Un terzo ricorda: «Un collega è caduto dalle scale, si è fatto molto male, ma l’ambulanza non è mai stata chiamata».
Gli stranieri, d’altronde, sono la categoria più esposta: oltre il 40% dei lavoratori stranieri percepisce una retribuzione sotto la soglia del basso salario, contro l’11% degli italiani. Anche il reddito fotografa il divario. Secondo il Dossier Idos, in Lombardia un lavoratore extracomunitario dichiara in media 15.901 euro l’anno, contro i 25.259 della media complessiva. A ricostruire il meccanismo sono i giuslavoristi Ilario Alvino e Orsola Razzolini, attraverso l’analisi delle inchieste milanesi che hanno accertato come «le attività di alcuni operatori economici fossero organizzate attraverso la creazione di filiere di appalti e subappalti all’interno delle quali si concretizzavano gravi condizioni di sfruttamento lavorativo, oltre a fattispecie di caporalato e di interposizione di manodopera».
Negli alberghi e nella ristorazione i lavoratori sotto la soglia del basso salario sono il 42,6%. Negli altri servizi collettivi e personali superano il 60%. Turismo, accoglienza, pulizie, vigilanza, manutenzione e logistica: è qui che si concentra una parte consistente del lavoro povero milanese. Quando gli ispettori entrano in queste aziende trovano spesso conferma di quella fragilità. Nel 2025 l’Ispettorato nazionale del lavoro ha concluso 2.017 ispezioni nell’area metropolitana: 1.223, pari al 60,6%, hanno accertato irregolarità. I lavoratori tutelati sono stati 6.048: 274 erano completamente in nero, 89 coinvolti in contestazioni per caporalato o sfruttamento e 3.387 interessati da fenomeni di interposizione illecita di manodopera.

È dentro questo sistema che la procura ha costruito un modello investigativo che ha attraversato logistica, grande distribuzione, moda, food delivery e vigilanza privata. Le inchieste hanno coinvolto, tra gli altri, Amazon Italia Transport, Dhl, FedEx, Esselunga, Carrefour-Gs, Iperal, fino ai più recenti sequestri nei confronti di Bcube, Bonzai e Fiege Logistics Italia.
Nella moda il valore cresce risalendo la filiera. Le maison affidano la produzione a fornitori che la trasferiscono ai laboratori. È qui che si nascondono turni massacranti e, in alcuni casi, operai costretti a vivere e lavorare negli stessi locali. Le amministrazioni giudiziarie hanno riguardato anche Armani Operations e Manufactures Dior. Nel food delivery è invece l’algoritmo a governare il lavoro, dove le piattaforme assegnano ordini e turni, mentre società intermediarie reclutano soprattutto migranti.