Corriere della Sera, 12 luglio 2026
Intervista ad Abel Ferrara
Quando fai una domanda a Abel Ferrara, anche la più innocua, lui nove volte su dieci chiude gli occhi, si copre il volto con la sua grande mano destra e pensi che con quella libera ti stia per prendere a sberle, spedendoti dritto al primo Pronto Soccorso del suo quartiere-fortino, nella multietnica piazza Vittorio, dove siamo. Ma è il suo modo di fare. Al bar, beve solo acqua. Addio alle dipendenze. Dietro il ribellismo perenne, questo artista visionario, discontinuo, geniale, è un uomo dolce.
Ha deciso di vivere a Roma. Perché?
«Dopo le Torri Gemelle, nel 2001, c’era timore ad andare in Usa. L’Italia garantiva la libertà dell’artista, qualcosa che non fa parte della cultura americana».
Era un modo di risvegliare le sue radici italiane?
Mano sul volto: «No, le radici le ho scoperte dopo. Migliaia di anni fa un mio avo, Matteo Ferrara, era prete e guerriero. A Sarno, la cittadina in Campania dove tanta gente mi somiglia, era nato mio nonno, si chiamava come me, Abel. Emigrò a New York, faceva il fabbro e non ha mai parlato una parola d’inglese. Mangiava solo maccheroni. Ha vissuto 97 anni. Vivevamo nel Bronx, ogni regione aveva il proprio quartiere, quello siciliano, calabrese, pugliese, napoletano. Manco un milanese. La domenica ci riunivamo a pranzo dalla nonna».
Com’era il Bronx?
«Quasi campagna. Io a 4 anni vivevo per strada. I gangster davano sicurezza. Andavo a scuola dalle suore, in divisa. Loro terrorizzavano noi e noi terrorizzavamo loro. In classe eravamo 60 maschi».
E il cinema quando è entrato nella sua vita?
«Sono cresciuto con i registi italiani, Rossellini, De Sica, Fellini, Pasolini per cui ho una venerazione, gli ho dedicato un film. Dopo di lui chi avete avuto? Bertolucci. E poi, chi sperimenta?».
Una volta mi ha detto che la sua salvezza da droga e alcol ha un nome, Anna, sua figlia.
«Io però avevo cominciato a uscirne già prima di incontrare sua madre, Cristina. Ma continuo ad andare dagli alcolisti anonimi, i démoni devi tenerli sotto controllo».
Nei suoi film ricorrono salvezza e redenzione.
«La redenzione ha senso se è ricerca spirituale. Ho girato Mary, su un regista che dirige un film incarnando Gesù Cristo. Ero dov’è stato crocifisso. Ecco, io credo in Gesù ma non in Dio, o nei miracoli. E sono buddhista».
«Non più. È andato a vivere in campagna, a Sacrofano, ha una stalla con un po’ di tutto, pavoni, alpaca. Fa vita rurale».
Lei è rimasto a piazza Vittorio.
«Al Brick bar ogni tanto suono per gli amici col mio gruppo. No, un nome non lo abbiamo. Chi vuole, in questo pazzo melting pot, ci ascolta. Una volta venne a sentirci Matthew Modine. Il 24 luglio faremo sul serio, abbiamo un concerto nei giardini della piazza. Io suono la chitarra e l’armonica con musicisti di talento, la mia Cristina Chiriac canta e balla e nostra figlia Anna, che ha 11 anni, suona l’arpa piccola. Ci sarà un palco, luci, tutto quello che serve. Facciamo cover di Bob Dylan, canzoni mie e blues gotico». Si ferma, ride: «Sarà un concerto alla Beyoncé».
È vero che è un fan di Nino D’Angelo?
«Oh sì, è un grande artista con una storia piena, e ha il coraggio delle sue idee».
Trump.
Mano sul volto: «Look, questa storia del calciatore americano che lui ha fatto scendere in campo ai Mondiali malgrado l’espulsione, e lui ha giocato di m…, il peggiore in campo, ed era così imbarazzato, andava al di là di ogni immaginazione. Ma voi, in Italia, perché non avete giocatori di colore, o ne avete uno solo? La Francia ne schiera dieci su undici».
Un suo film nel cuore.
«Il passato è passato. Il migliore sarà il prossimo. Sono affezionato al mio documentario sull’Ucraina, Turn in the wound, che ho portato alla Berlinale. Me ne sono andato per le strade, tra le macerie, a raccontare i cambiamenti avvenuti dall’inizio della guerra».
Abel, lei ha una cosa in comune con suo nonno.
«Sì, lo so. Lui a New York non parlava inglese e io a Roma non parlo italiano. Ma ho pagato 10 mila euro a una scuola, e vado bene, quando sono lì, me la cavo. Poi esco, sono circondato da gente che parla inglese, e mi assale la pigrizia».
Ischia le dà il premio alla carriera.
«È un’occasione per stare in famiglia e tra amici».