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 2026  luglio 12 Domenica calendario

Bobo Craxi parla delle vacanze del padre ad Hammamet

Bettino Craxi, ad Hammamet, trascorse anche vacanze felici. Non se ne parla mai.
Sfrigolano i neuroni e scatenano il ricordo di un cancello che si apre cigolando e di una sgangherata A 112 carta da zucchero metallizzata, targata Mi, che imbocca decisa la strada sterrata e viene giù tra gli ulivi e nuvole di polvere: c’è il profumo dolciastro dei gelsomini in fiore, ci sono quattro gendarmi tunisini che salutano militarmente e un po’ confidenziali – «Bonjour, monsieur Craxì!» – mentre il presidente del Consiglio italiano, potente segretario del Partito socialista, seduto accanto al conducente, ricambia con un veloce gesto della mano, affettuoso e all’apparenza brusco, informale, com’è lui in questa scena, come il cappellaccio dell’Afrikakorps che tiene calato in testa. Dove sta andando? Che domande: al mare. I giornali titolavano: Craxi l’Africano, Bettino d’Arabia.
Adesso, provate a immaginare quest’altra situazione: dove oggi ci sono stabilimenti e alberghi e ristoranti, ecco solo una spiaggia quasi deserta e qualche ombrellone piantato nella sabbia che sembra farina, sdraio e teli, un accampamento con termos e ceste di vimini, Craxi che va a tuffarsi e Anna, sua moglie, che prende il sole insieme all’attrice Adriana Asti, avvolta in un velo bianco, e al regista Giorgio Ferrara, poi laggiù i figli del premier, Bobo e Stefania, con l’allegria rumorosa dei loro amici, il caldo asfissiante, l’acqua trasparente, più tardi sarebbero comparsi Margherita Boniver e l’editore Massimo Pini, spesso capitavano anche Ferdinando Mach di Palmstein, la mente economica dei socialisti, e Carlo e Marina Ripa di Meana, che osava mettersi in topless, subito circondata da smaniosi ragazzotti locali. «Allora accorreva Bettino – ha ricordato Marina in un suo libro – battendo le mani e urlando “Sciò sciò!”. Solitamente, riprendevamo la strada di casa verso le 14».
Craxi adorava pranzare a capotavola, seduto sulla sua poltrona imponente, di cuoio, con braccioli intarsiati e schienale alto: Anna di fronte a lui e, ai lati, su panche rigide – «Le panche dei culi rotti», sempre nella vivace testimonianza di Marina – tutti gli ospiti, in un andirivieni molto selezionato, perché arrivare a sedersi sotto quel patio bianco e davanti al compagno Bettino, era l’obiettivo politico e sociale di tanti, in quegli anni. Molto amato e già però anche parecchio detestato, blandito e temuto, criticato e invidiato, Craxi aveva intuito tutto. Disse a Paolo Guzzanti, che andò a trovarlo nell’agosto del 1986: «In Italia ci sono pure quelli che volentieri mi accopperebbero».
Un lugubre presagio al canto delle cicale, in una casa divenuta poi tragicamente leggendaria. Potete vederla nel film di Gianni Amelio, Hammamet, che racconta gli ultimi mesi di vita del leader, interpretato da uno strepitoso Pierfrancesco Favino. La famiglia aprì il cancello per accogliere la troupe. Vi domina un’architettura araba con concessioni a un gusto vagamente messicano: penso alla struttura quadrata e al muro di cinta. La piscina è comoda, ma sobria. I cipressi sono stati piantati in un secondo tempo.
«È una casa che mio padre costruì pietra dopo pietra, lentamente – racconta Bobo, 61 anni, ex deputato, ex sottosegretario agli Esteri nel governo Prodi II —. All’inizio, nei primi anni Settanta, su quella collina infestata dai serpenti e dagli scarafaggi, non c’era neppure l’acqua. Ce la trovò, pensi, un rabdomante». Suppongo che, in quella casa, lei abbia accumulato ricordi diversi e contrastanti. «La mia memoria si orienta per fasi. Nella prima, siamo dentro vacanze esotiche e scomode. Hammamet era stata segnalata a mio padre da alcuni compagni: a un’ora di volo da Roma, acqua meravigliosa, si spendono due lire. Certo, per me e mia sorella non era il massimo. Ogni tanto andavamo nella hall dello Sheraton, sperando che fosse arrivata qualche famiglia di turisti italiani. Poi c’era il rito della visita alla medina, dove mio padre si divertiva a comprare cianfrusaglie. Qualche rara cena al ristorante con Patroni Griffi. Ogni tanto spuntava Arafat. La sera, sempre, un film, con dibattito a seguire». Il 4 agosto 1983 suo padre divenne premier. «Diciamo che cominciò un certo andirivieni. Politici, imprenditori, uomini di spettacolo. Mia madre diceva che Claudio Martelli era l’unico autorizzato ad aprire il frigorifero. Capitò, tra i tanti, anche Bernardo Bertolucci, che doveva girare L’ultimo imperatore e che, saputo dello storico viaggio che mio padre si accingeva a compiere in Cina, chiese un aiuto per girare alcune scene nella Città Proibita di Pechino...». Infine, la stagione della memoria più dolorosa: quella di Mani Pulite. Un esilio considerato, da molti, latitanza. «Ho un ricordo ai confini del dramma. Rifiutammo l’idea del nascondiglio. Trasformammo casa: organizzammo un ufficio, mettemmo un fax, portammo i libri, costruimmo un salotto per l’inverno. Chiamammo Marcello, il telefonista del Raphael, al quale mio padre dettava le lettere. All’inizio, un certo riserbo. Veniva solo Luca Josi. Poi, la prima intervista a Le Monde. Scese Bruno Vespa. Iniziò una sarabanda di visite, tra amicizia e solidarietà. Cominciarono ad arrivare i compagni socialisti: Giulio Di Donato, appena scarcerato, ce lo trovammo nel patio. Gianni De Michelis, Dell’Unto, Intini. Ma anche Lino Jannuzzi e Giuliano Ferrara. Una sera, con Lucio Dalla, organizzammo un piccolo concerto. Fu l’ultima volta che vidi mio padre sorridere».
Bettino Craxi è sepolto ad Hammamet, nel piccolo cimitero cristiano.