Corriere della Sera, 12 luglio 2026
Intervista a Leone Magiera
Leone Magiera, seduto sul divano della sua bella casa di Bologna, ricapitola con pacatezza e un sorriso accennato una carriera leggendaria. Per chi lo ascolta, le avventure che ha vissuto, i personaggi che ha incontrato, i palchi su cui è salito sono qualcosa di straordinario. Per il direttore d’orchestra, semplicemente, è la sua vita.
Pianista, direttore d’orchestra, maestro di canto. Novantadue anni di cui ottantasette passati al pianoforte.
«Ho studiato molto, fin da bambino. C’era la guerra e stavamo in campagna, sfollati, in una villa dove c’era il pianoforte: studiavo tutta notte, restavo lì fino alle tre, alle quattro del mattino. Mi piaceva esercitarmi, cercavo di liberare il quinto, il quarto dito, per rinforzarli».
Era la sua evasione in quegli anni difficili?
«Sono modenese, vedevo gli aerei che sganciavano le bombe, sono ricordi ancora vividi. Una volta, mentre andavo a lezione di pianoforte, mi hanno anche mitragliato».
In che senso?
«C’erano gli aerei inglesi che scendevano a mitragliare la gente per strada. In campagna era facile ci vedessero: per salvarmi mi sono buttato in un fosso».
Ha debuttato con il suo primo concerto a tredici anni.
«Sì, con Mirella Freni che poi sarebbe diventata la mia prima moglie. Lei a nove anni aveva vinto un concorso di canto. Abitava vicino a me e io la sentivo, così da bambini eravamo diventati amici. Beniamino Gigli l’aveva incoraggiata a studiare, più tardi sono diventato il suo maestro».
Ha lavorato anche con von Karajan, il più grande direttore d’orchestra di sempre.
«Mi diceva che non esiste una vera scuola per i direttori, bisogna avere la musica dentro e trasmetterla con i movimenti, con il volto, con gli occhi. Lui era composto ma aveva due occhi micidiali: mi incuteva un po’ di timore».
Un direttore d’orchestra deve essere anche un attore?
«Un po’ sì. Abbado lo era molto, comunicava con la faccia, lo sguardo. Eravamo amici, anche se non era semplice cavargli le parole di bocca».
Ha insegnato canto anche a Luciano Pavarotti, poi diventato il suo migliore amico.
«Eravamo entrambi di Modena. Quando lui venne da me, ragazzo, non sapeva leggere la musica. Aveva 18 anni e gli ho insegnato il novanta per cento delle opere. Posso dire di averlo fabbricato, musicalmente. Ero sul podio la prima volta che si è esibito e anche l’ultima, alle Olimpiadi di Torino. Stava già male e se ne rendeva conto. Ma era un combattente».
La vostra amicizia non si è mai interrotta.
«Eravamo sempre insieme, anche al di là del lavoro: a New York vivevo a casa sua, al 35esimo piano, con una vista splendida su Central Park. La sua ultima opera è stata la Tosca al Metropolitan».
Non male per due ragazzi di Modena, sfuggiti alle mitragliatrici...
«Ci siamo esibiti nei teatri più prestigiosi. Abbiamo fatto migliaia di concerti, alla Scala, a Parigi, sotto la torre Eiffel, in diretta televisiva: quella volta, prima di cominciare, ci dissero che erano collegate un milione di persone per vederlo. Ci siamo dati la mano prima di salire sul palco e ci siamo detti: forza Modena».
E dopo lo spettacolo? Chissà che calo di tensione...
«Dopo andavamo sempre a mangiare e lui, Luciano, mangiava troppo. Negli ultimi vent’anni dovevamo andare quasi sempre a casa sua: aveva raggiunto una popolarità tale per cui ovunque era riconosciuto, non poteva muoversi».
Ha mai ambito a quella popolarità?
«No, mai. Non mi interessava. Ricordo una volta, dopo una Bohème, ad Amburgo, ci furono un’ora e tre quarti di applausi: un record mondiale. Dopodiché portarono un pianofortino sul palco: abbiamo dovuto fare diversi bis. Alla fine Luciano mi sussurrò in dialetto modenese: andrani a let? (andranno a letto?)...».
Sdrammatizzare, sempre.
«Anche Luciano non faceva il gradasso, non ci inorgoglivamo. Eravamo tranquilli».
Quale è, secondo lei, il potere della musica?
«Io non sono molto religioso, però la musica è l’unica cosa che mi fa pensare all’eternità, a qualcosa che trascende».
C’è qualcuno che, quando ascolta, la commuove?
«I grandi pianisti o violinisti: ne avevo conosciuto uno, Aldo Ferraresi, quando avevo 4 anni. Era stato salvato da mio padre: era ebreo, lo portò in Svizzera. L’ho rivisto dopo la guerra a un suo concerto. Tra i pianisti cito Chopin: ho inciso qualche suo disco».
Si è fatto un’idea su sulla vicenda di Beatrice Venezi?
«Con lei hanno anche esagerato ma andarsene sarebbe stato più dignitoso».
Lei è mai stato contestato?
«Una volta, ma non direttamente: in Spagna, dirigendo Il Trovatore con Montserrat Caballé e suo marito. Iniziarono a fischiare lui e andò in crisi anche lei... Alla fine ci fischiarono tutti, e lei svenne».
Le piace la musica contemporanea? L’ascolta?
«Non mi entusiasma. Lo sviluppo delle canzoni è limitato, ci sono poche battute. Mi piaceva Amy Winehouse, era meno banale».
Eppure al Pavarotti and Friends ha dovuto collaborare con molti artisti pop, no?
«La prima volta mi ero truccato il viso per non farmi riconoscere in tv. Sono stato costretto a farne parte, come amico, ma Luciano era il primo a faticare con quel repertorio. Io gli stavo vicino, gli davo gli attacchi. Ho dato consigli a tanti artisti che duettavano con lui, come Michael Jackson. Tra tutti ricordo poi Bono, che faticava ad andare a tempo sull’Ave Maria di Schubert. Non ce la faceva. L’ho suonata al piano, sul palco, per aiutarlo».
Altri nomi che le sono rimasti impressi?
«Liza Minnelli, perché forse le piacevo. Me lo aveva fatto intendere, ma ero un po’ intimidito. Alla fine, però, musicalmente corressi anche lei».
Come mai era contrario a questa apertura di Pavarotti al grande pubblico?
«Lui era il più grande tenore di sempre, ma in tanti ancora oggi lo ricordano per quel pop. Si era esposto a tante critiche e io, da amico, volevo tutelarlo. Non ero d’accordo, ma l’ho supportato».
Avete girato tutto il mondo.
«Sì, e abbiamo conosciuto grandi personalità. Penso a Mikhail Gorbaciov: dopo un concerto al Bolshoi abbiamo mangiato assieme. E poi re, regine, compresi Carlo e Diana. Lei, era una donna di grande modestia: per conoscere Luciano aveva aspettato un quarto d’ora in piedi, dopo uno spettacolo. In Giappone invece pranzavamo con il fratello dell’imperatore Hirohito: dopo il pranzo giapponese Luciano mangiava di nuovo».
Il cibo era un tema per lui?
«Si faceva sempre preparare dei panini spaventosi, lunghissimi. Quando era a dieta ripeteva a chiunque fosse a tavola: prendi un panino. Sublimava guardando gli altri».
Ovunque era amato.
«Mi viene in mente un’esibizione in un hotel di Atlantic City. Luciano non stava bene: a stento riuscì a finire il concerto, ma senza fare il bis. Arrivò quindi il proprietario dell’albergo, ferocissimo, dicendogli che allora doveva fare un secondo concerto gratis. Una vera scenata in cui ci apostrofava in maniera dura. Luciano mi disse: ma chi el chelo? (chi è questo?, ndr.). Non lo sapevo nemmeno io, solo dopo scoprii che era Trump».
Accidenti.
«Abbiamo dovuto rifare il concerto. Ma è stato un episodio. Per il resto Luciano era amato e riconosciuto ovunque, perfino nella foresta amazzonica: quando passavamo con la nave gli indigeni intonavano ‘O sole mio».
Le manca il suo amico?
«Mi manca, sì. Più di tutto mi manca sentire la sua mano che mi batte sulle spalle, per incoraggiarmi. È stato il mio più grande amico».
Oggi lei ha una fondazione.
«L’ho creata per lanciare giovani artisti. Mi piace lavorare con i giovani e aiutarli».
Ha 92 anni. Come vive il tempo che passa?
«Avvicinandosi la morte, ci si pensa un po’ di più. Ma senza troppa enfasi, ecco».