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 2026  luglio 12 Domenica calendario

Caso Ollari, richiesta l’archiviazione

«Convivo con Alessandra Ollari da diversi anni. Ieri, tra le 13 e le 18 e 30, era a casa da sola mentre io ero uscito per delle commissioni. Nel rientrare, non l’ho trovata. A dire il vero, mi aveva detto che sarebbe andata a fare la spesa, quindi non mi sono preoccupato più di tanto. Ma alle 20 e 30, non vedendola tornare, ho preso a cercarla. Senza esito...». Comincia così, con queste parole verbalizzate da Ermete Piroli – un uomo sulla cinquantina senza un fisso impiego – in una denuncia di scomparsa davanti ai carabinieri, il giallo dell’uccisione di Alessandra Ollari, 53 anni, che fu strozzata proprio il giorno stesso in cui sparì da casa, a Parma, il 29 giugno 2023.
Esattamente tre anni dopo, il procuratore della città ducale Alfonso D’Avino – scrupolosissimo magistrato dal curriculum sconfinato e che, da aggiunto a Napoli, si occupò di scottanti inchieste su camorra e tangenti – ha firmato la richiesta d’archiviazione dell’inchiesta su cui dovrà pronunciarsi il gip.
Che Alessandra sia stata assassinata è «l’unica certezza della vicenda» scrive la toga nel provvedimento. Ma per il resto è buio fitto: «Resta ignoto l’autore del fatto di sangue e, conseguentemente, resta oscuro il movente». La conclusione è che «pur a fronte di certezze scientifiche su non pochi aspetti, manca qualsivoglia elemento per attribuire il crimine a uno specifico soggetto».
Caso chiuso, dunque. A meno che il giudice non accolga le opposizioni in arrivo da Nicodemo Gentile e Pierluigi Collura, gli avvocati delle parti offese, rispettivamente le due cugine di Alessandra (Rossella e Franca) e lo stesso compagno della donna, appunto Ermete Piroli.
In questa vicenda le stranezze non mancano. A partire dai tempi del ritrovamento del cadavere. Che avvenne 7 mesi dopo, nel pomeriggio del 2 febbraio 2024, la sparizione di Alessandra dalla casa in via Marzabotto, in periferia. Il corpo, supino, stava a un paio di chilometri, tra i cespugli lungo la trafficata via Sidoli. Sembra quasi la «fotocopia» di un altro delitto oscuro, quello di Liliana Resinovich, la 63enne scomparsa a Trieste il 14 dicembre 2021. Venne trovata, priva di vita, un paio di settimane più tardi, in un parco a 5 minuti dalla palazzina in cui viveva. Sulle prime si pensò a un suicidio, ma poi il marito, Sebastiano Visintin, fu indagato per omicidio.
Anche per Alessandra inizialmente si ipotizzò che si fosse tolta la vita a seguito di una depressione dovuta alla scoperta di un tradimento da parte del compagno. Poi però le indagini imboccarono la pista dell’omicidio. Ma non v’è mai stato alcun sospettato. Nemmeno dalle intercettazioni sono emersi dettagli decisivi. La donna, che viveva di piccole rendite, era riservata e raramente la si incrociava in giro, un’ombra di cui i vicini non sapevano nulla, nemmeno che avesse un fidanzato.
A imbattersi nel cadavere fu un passante a spasso con il cane. Si seppe poi che una ventina di giorni prima un altro uomo aveva visto quel corpo, ma lo aveva scambiato per un manichino gettato tra i cespugli. La Scientifica «fotografò» una scena del crimine contraddistinta da alcune «singolarità»: le scarpe «Nike» erano riposte l’una accanto all’altra, a un paio di metri dai suoi resti. Erano prive di stringhe, poggiate, con la cinta, su un tronco poco più in là. Se fu Alessandra, o altri, a togliere lacci e cintura, è un quesito senza risposta. Sparsi nei pressi, oggetti provenienti dalla spesa, il tubetto di un dentifricio, carte-fedeltà, un vasetto di maionese infilato nell’incavo di un tronco. Un rituale? Chissà. Di certo a nulla portarono gli approfondimenti su quel nome trovato nel cellulare della donna e registrato come «Satan daughter», ovvero «figlia di Satana». Quanto ai 68 euro nel portafogli, allontanarono l’ipotesi della rapina.
La prima autopsia non diede risposte sulla morte: cause «non identificabili», escluse «azioni traumatiche» sul corpo. Ma qui è emersa la tigna di D’Avino e della pm Silvia Zannini, contitolare dell’inchiesta, che chiesero altri esami all’antropologa forense Giulia Caccia e all’entomologa Valentina Bugelli.
Le nuove conclusioni – «sorprendenti», scrive il procuratore – demolirono il verdetto precedente: fu accertata la frattura dell’osso ioide, quello nella parte anteriore del collo che solitamente si spezza in caso di strangolamento. Di più: un frammento di quest’osso non venne repertato dalla Scientifica. Il procuratore allora dispose un nuovo sopralluogo nella boscaglia. Fu trovato. «La sola spiegazione» allora divenne «l’azione violenta e volontaria: dunque l’omicidio». Ma dai nuovi interrogatori e accertamenti sui reperti sequestrati non giunsero ulteriori novità.
A domandare, ora, come si senta un magistrato nel chiedere l’archiviazione per un caso senza colpevole, la risposta di D’Avino è sofferta: «L’importante è aver fatto tutto ciò che è stato umanamente possibile fare». Ma poi, di nuovo tignoso, aggiunge: «Nulla esclude che se dovessero emergere nuovi elementi si possa riaprire il fascicolo».