Corriere della Sera, 12 luglio 2026
Trump cita in giudizio quattro giornalisti del Ny Times per lo scoop sull’aereo presidenziale
C’era una volta un presidente che nel suo primo mandato attaccava i giornalisti, li denunciava come «nemici del popolo», ma poi passava molto tempo al telefono a conversare con loro, anche con quelli che considerava nemici. Fedele al suo vecchio mantra comunicativo: parlate sempre di me, anche male, ma tenetemi al centro dell’attenzione.
Non più: nel suo secondo mandato Donald Trump, pur rispondendo alle telefonate di alcuni reporter, in genere per lanciare messaggi taglienti, ha cambiato registro. È stretta contro la stampa: non tollera più i suoi attacchi e nemmeno le indiscrezioni. Ha cominciato denunciando le grandi testate nazionali, dal Wall Street Journal al New York Times, passando per il Washington Post, con l’accusa di diffamazione e ha chiesto indennizzi miliardari. Poi ha minacciato di mandare in galera i giornalisti che avevano pubblicato notizie sulle modalità del salvataggio di due piloti Usa abbattuti in Iran: secondo lui informazioni segrete, che non andavano diffuse.
Ora un nuovo salto di qualità contro il New York Times giudicato dai legali del giornale un tentativo di intimidire la redazione e di impedire che i cittadini vengano informati correttamente: due giorni dopo aver pubblicato due servizi sulla decisione di Trump di tornare dal vertice Nato di Ankara a bordo di una vecchia versione dell’Air Force One anziché sul jet usato all’andata, il Boeing 747-8 da 400 milioni di dollari avuto in regalo dal Qatar e appena trasformato in aereo presidenziale, i quattro autori degli articoli hanno avuto una citazione: dovranno presentarsi in tribunale mercoledì prossimo.
Un caso di questa portata è pressoché privo di precedenti in un Paese nel quale la libertà di stampa trova una ferrea protezione nel Primo emendamento della Costituzione, in altre norme e in una giurisprudenza da sempre rispettosa della totale libertà dei mezzi d’informazione.
Lo stesso Trump, che ieri ha reso noto di essersi sottoposto a un altro check up medico da lui definito «perfetto» e che ha richiesto nuovi testi cognitivi, nei giorni scorsi aveva dato la sua versione sul cambio di aereo. Sulla sua piattaforma Truth Social aveva scritto di aver usato il vecchio jet da Ankara a Mildenhall, in Gran Bretagna, per poi risalire sul nuovo jumbo presidenziale, per mostrarlo ai soldati americani della base britannica. Spiegazione poco convincente: Leon Panetta, capo della Cia durante la presidenza Obama, ha subito detto di sentire puzza di bruciato, aggiungendo i suoi dubbi sulla sicurezza di un aereo regalato da un Paese mediorientale.
Il Times, raccolte informazioni da sue fonti riservate, ha scritto che il cambio di aereo era stato richiesto dal Servizio segreto perché sul nuovo, lussuosissimo 747-8 arrivato dal Qatar e frettolosamente adeguato agli standard presidenziali, non erano ancora stati montati tutti i dispositivi di sicurezza. Aereo con comunicazioni intercettabili e, forse, anche vulnerabile: il giorno dopo, in un secondo articolo, il Times ha scritto che sul nuovo Air Force One non sono state ancora installate tutte le tecnologie antimissile a disposizione del Pentagono.
Subito dopo sono partite le citazioni: quattro dei più esperti giornalisti investigativi del quotidiano, Eric Lipton, Julian Barnes, Eric Schmitt e Tyler Pager, dovranno presentarsi mercoledì al tribunale di Manhattan per rendere testimonianze davanti a un grand jury. L’intimidazione nei confronti della stampa sta nella sostanza del provvedimento, ma anche nelle modalità e perfino nell’identità del magistrato che lo ha firmato: agenti federali sono arrivati all’improvviso a casa dei reporter per consegnare le citazioni nelle quali si dice genericamente che i giornalisti sono chiamati a testimoniare su una presunta violazione di norme penali federali. Già in passato c’era stato un tentativo della Casa Bianca di costringere giornalisti del Wall Street Journal e del Washington Post a rivelare le fonti di alcuni loro articoli: tentativo seguito da una marcia indietro quando le due testate avevano denunciato l’abuso davanti alla magistratura. Stavolta più cura nella scelta del giudice: la citazione viene da Jay Clayton, il procuratore federale di Manhattan che Trump ha appena scelto come direttore della National Intelligence, l’organo di coordinamento politico dei servizi segreti. In attesa di ratifica della sua nomina da parte del Senato, Clayton dà un’ultima mano alla Casa Bianca come magistrato.