Corriere della Sera, 12 luglio 2026
Khamenei minaccia vendetta e richiude lo stretto di Hormuz
L’uomo che non c’è si fa sentire via messaggio. «Ci impegniamo a vendicare il sangue del leader martire e di tutti i martiri di queste due guerre per mano dei criminali e degli assassini disonorati», scrive il leader supremo iraniano, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, in un’attesissima lettera – chiamiamola così – al suo popolo che non l’ha mai visto né sentito da quando è stato nominato guida del Paese, a marzo.
Parole dettate dopo una settimana di cerimonia funebre di massa per suo padre e predecessore, Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio in un attacco congiunto Usa-Israele.
Trasudano desiderio di vendetta da ogni sillaba, quelle parole, e lui non ne fa certo mistero. «Questa vendetta è la volontà della nostra nazione e deve inevitabilmente essere compiuta» annuncia. «Presto», dice il messaggio attribuito a lui e pubblicato sul suo account Telegram.
Ce l’ha con gli americani, con gli israeliani, con chiunque in qualche modo ha sostenuto e sostiene le azioni contro l’Iran contro i fedelissimi di Hezbollah in Libano.
«Questi criminali – di cui abbiamo una lista completa, dal più alto al più basso – porteranno con sé nella tomba il desiderio di una morte serena nel proprio letto», promette. E il quotidiano iraniano Hamshari, di proprietà del Comune di Teheran, pubblica la lista nera dei responsabili della morte di Khamenei padre, fotografie comprese. C’è anche (unica donna) la premier italiana Giorgia Meloni che, come tutti gli altri, nell’immagine generata dall’intelligenza artificiale porta l’uniforme arancione dei carcerati.
«Questa questione non dipende né dalla mia esistenza personale né da quella di altri funzionari. Che siamo presenti o meno, accadrà», insiste Mojtaba Khamenei. «Presto, singoli individui tra coloro che cercano la libertà in tutto il mondo porteranno a compimento una parte di questa missione divina».
La sostanza è: non saremo per forza noi iraniani ma sarà il sistema a realizzare la «missione divina» della vendetta, attraverso amici (terroristi) che «cercano la libertà in tutto il mondo».
Le minacce di morte contro Trump, precedute pochi giorni fa da una soffiata dei servizi segreti statunitensi, avevano già prodotto la reazione del presidente Usa («ho dato disposizione: se mi uccidono distruggeteli») che adesso però rincara la dose di contro-minaccia: «Mille missili sono pronti al lancio e puntati contro la Repubblica islamica dell’Iran, e altri migliaia seguiranno immediatamente se il governo iraniano dovesse dare seguito alla sua minaccia», ha scritto su Truth. «L’esercito statunitense è pronto, disposto e in grado, per un periodo di un anno (prorogabile) di decimare e distruggere completamente tutte le aree dell’Iran. Sia lode ad Allah!». Anche lui pare rispondere con la stessa moneta: non sarò io, magari, ma il sistema vi distruggerà.
Con questo clima di sottofondo, non proprio utile ai negoziati, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, è arrivato ieri in Oman, Paese mediatore tra Stati Uniti e Iran, nonché possibile co-gestore dello Stretto, per discutere della situazione di Hormuz. Ma nella notte Teheran ha deciso di chiudere di nuovo lo Stretto di Hormuz. In precedenza Trump aveva dichiarato conclusa la tregua (in seguito agli attacchi iraniani contro le navi commerciali nello Stretto) e dopo che Teheran avrebbe ammesso in via riservata che quegli attacchi sarebbero stati «un errore» (così rivela Cbs News). Secondo la Cbs in Oman doveva esserci anche una delegazione statunitense ma all’ultimo momento avrebbe dato forfait.
Nella notte, prima della notizia della chiusura di Hormuz, erano trapelate le prime indiscrezioni dall’incontro di Muscat. L’Oman avrebbe proposto di gestire lo Stretto di Hormuz attraverso due rotte a controllo separato. La Cnn citava fonti secondo le quali il corridoio meridionale, che attraversa le acque territoriali omanite, avrebbe consentito la libera navigazione alle medesime condizioni in vigore prima del conflitto. Le imbarcazioni che invece sarebbero transitate nel corridoio meridionale, attraverso le acque territoriali iraniane, avrebbero dovuto richiedere l’autorizzazione dell’Iran. L’intesa, che stando ad Axios gli iraniani sarebbero stati pronti a presentare a Teheran, non prevedeva il pagamento di alcun pedaggio.
Altra novità rilevante di ieri: una fonte libanese ha confermato ad al Jazeera che il Libano parteciperà a un ciclo di negoziati con Israele a Roma, questa settimana. In discussione uno dei punti chiave del Memorandum firmato il 17 giugno fra Usa e Iran, e cioè il ritiro dell’esercito di Netanyahu dal Libano meridionale per cedere le cosiddette «aree pilota» ai colleghi libanesi. Forse accadrà, ma certo ieri non tirava aria di ritiro: le forze israeliane sono avanzate nella periferia orientale della città di Beit Yahoun e l’aviazione ha lanciato raid aerei nella regione di Mansouri. A fine giornata il bilancio del non-ritiro era di un morto e diversi feriti.