Corriere della Sera, 11 luglio 2026
Intervista a Renata Pucci di Benisichi
Baronessa o professoressa?
«Renata!».
Renata Pucci di Benisichi è nata a Petralia Sottana, nel Parco delle Madonie, il 3 settembre del 1924 da un’aristocratica famiglia siciliana che si era trasferita a Palermo da Firenze quattrocento anni prima. Ai tempi, quando la puerpera non riusciva ad allattare il neonato, si cercava una balia che assolvesse al compito al posto suo. La nutrice prenotata per tempo, però, non fu più disponibile. E quando ormai la piccola Renata era avviata a morte certa, una delegazione composta da sindaco, dottore, notabili vari e il padre vide una zingara che allattava beata il suo bambino. Mamma e figlio furono precettati dietro compenso, e tanto bastò, ogni volta che Renata faceva i capricci, per far dire al patriarca, Nino Pucci: «Fu zingara ca nnì cunsumò!», è stata la zingara a rovinarci. La centenaria ci accoglie elegantissima, con una favolosa collana di perle al collo. Ricorda tutto, ma la tradiscono le date. Nel suo appartamento di Palermo, dove convivono arazzi del 1724 e corni d’avorio in ricordo della sua Africa, la governante ci serve una gran cuvée con le patatine.
È vero che nella casa di Petralia Sottana c’era un armadio che nascondeva una cappella?
«L’armoire chapelle! Sì, lo avevamo per non appesantire la stanza: lo aprivi, ed ecco la cappella. Ma la messa si diceva sempre a casa di mio zio Pucci, il colonnello Gandolfo, sposato con una contessa che parlava solo veneto stretto».
Ricordi della guerra?
«Quando sbarcarono gli americani, noi eravamo nella casa di campagna. Una mattina li vidi mentre lanciavano cioccolata e caramelle, ma a me arrivò un duro colpo in testa: guardai a terra ed era una piccola scacchiera».
Al referendum del 1946 cosa votò?
«Votai Repubblica, ma con una spada conficcata nel cuore, perché la mia educazione non era stata certo quella».
Nel ’53 sposò Marcello Zanca. Che amore è stato?
«Apparteneva a una famiglia di ingegneri palermitani molto famosi, questo palazzo dove vivo lo ha costruito lui. Vinse un importante concorso nel Congo belga per costruire le ferrovie e mi chiese di partire con lui, ma io non volevo lasciare Palermo. Lui allora disse che non sarebbe più tornato».
E lei?
«Sul momento non battei ciglio. Poi però mi accorsi che mi mancava e così, da un giorno all’altro, decisi di partire. Non trovavamo una camicia da notte degna dell’occasione e mio padre, che sentiva me e mia madre confabulare, commentò in siciliano che aveva una sola femmina (gli altri tre erano maschi, ndr) senza nemmeno una camicia da notte. Quando arrivai in Africa ci sposammo in fretta e furia in una cappella squallida, altrimenti non sarei potuta restare nel Paese».
Però non ha fatto solo la moglie, giusto?
«No. Mi sono laureata in inglese all’Orientale di Napoli e dopo ho insegnato per anni all’Università di Palermo».
Ha tradotto libri e ha fatto anche da interprete.
«Ero l’interprete personale di Burt Lancaster sul set del Gattopardo. Una volta mi baciò sulla bocca, per finta, facendomi piegare all’indietro, proprio davanti a mio marito. “Just in front of your husband”, rise».
E lui?
«Ah, pure lui rideva. È stato un marito ideale, Marcellino. Accanto a lui vivevo cantando. Era colto, intelligente, potevo fare quello che volevo, eravamo molto liberi. Lui leggeva la Divina Commedia dentro la vasca da bagno e io citavo frasi dal film Il deserto rosso strisciando accanto alle pareti».
Vi siete traditi?
«Un capriccetto di nobiltà non si poteva negare. Ma l’afflato di simpatia non mancò mai. Quando si ammalò, contattai un medico in Inghilterra, l’unico che lo volle operare, costosissimo. Andammo lì e tolse il tumore. “Vede?”, mi disse orgoglioso, “non è più là”. Peccato che si fosse ormai diffuso agli altri organi. Dopo poco mio marito morì».
Avete avuto figli?
«Una, Maria Catena. Aveva lavorato magistralmente in America all’Unicef ed era diventata responsabile dei Goodwill Ambassador, gli ambasciatori di buona volontà, come Mia Farrow, Ricky Martin, Orlando Bloom. È mancata, ma non mi chieda l’anno, non mi ricordo più le date».
È mancata nel 2020, suo marito nel 1978. Come si sopravvive a un figlio?
«Per mio marito ho pianto tanto, anche per mia madre. La morte di mia figlia, invece, mi ha proprio spiazzata. All’inizio non ti importa più di niente, dove vuoi arrivare? Poi ho fatto appello a tutta la forza che avevo: dovevo vivere. E dopo un po’ mi sono accorta che soffrivo meno».
Torniamo al «Gattopardo». Poi le è piaciuto il film?
«È stata una favolosa impresa. Cambiò tutto, la nostra testa, la dimensione umana dei siciliani. Conoscevo bene Giuseppe Tomasi di Lampedusa, lui però era più grande di me! Di Luchino Visconti avevano tutti il terrore. Un giorno, al Palazzo Gangi, durante una prova del ballo, io ero dovuta andare fino al balcone per prendere una cosa e tornai indietro schiacciata sui muri per non dare fastidio. Visconti battè le mani e tuonò: “Fuori le troie!”, che per lui erano le sarte. Sperai che non ce l’avesse con me».
Per anni ha firmato una rubrica di bon ton sul «Giornale di Sicilia». Qual è il segreto dell’eleganza?
«Avevo anche una rubrica televisiva. Il segreto è l’armonia dei colori. Pure i tessuti devono essere combinati».
Ha scritto per Sellerio. È del 2015 «Per un buon uso della vecchiaia», con aforismi incantevoli per farsi piacere l’età che avanza. Tipo: «Non potrai più andare in carcere», «Non scoraggiarti per il decadimento del tuo corpo: nessuno lo vedrà, tranne il dottore e tuo marito». Cosa le ha permesso di surfare con eleganza sulla vita?
«Non ho mai sofferto di invidia. Se c’era qualcuno che faceva una cosa che io non facevo, provavo ammirazione e desideravo migliorare».
Legge ancora?
«Leggo e rileggo. Il più grande è Shakespeare».
E «I leoni di Sicilia»?
«Non è che sia scritto un granché bene, ma è una storia importante».
Cosa mangia?
«Non molto, non so cucinare nulla. La mattina alle 9 faccio colazione con tè e cornetto caldo. A pranzo la pasta con i fagioli o con la salsa, e i cracker con Philadelphia e marmellata o frutta. A cena esco sempre».
Ogni sera?
«Mia cara, sono iscritta a due circoli: uno è il Bellini, che è un po’ sofisticato; l’altro è il circolo dell’Unione. Se non vado lì, vado al cinema o a mangiare una pizza con mozzarella e pomodoro».
Ci pensa alla morte?
«Sì, ci penso e ho paura. Credo profondamente in Dio. Ma sa: mi mancherà scendere le scale, mangiare un’arancina, uscire la sera, andare in macchina...».
Il giorno più bello?
«Non certo quando è nata mia figlia! Ero seccatissima, a me i bambini non piacciono. Però sono stata davvero poco infelice».