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 2026  luglio 11 Sabato calendario

Trump: «Sì a nuovi colloqui, se mi uccidono distruggeteli»

Che vuoi che sia... Trump ostenta serenità mentre parla con i media americani dell’Iran che avrebbe un nuovo piano per ucciderlo. Dice ai giornalisti che «sono in cima a tutte le liste. Sono il numero uno da molto tempo... credo di essere stato un po’ fortunato, ma forse non durerà a lungo». E a proposito dei servizi segreti israeliani che secondo il Wall Street Journal lo avrebbero avvisato dei piani mortali iraniani dice che «no, no. Israele non ha trovato nulla». Il che porta dritto ai dubbi dell’intelligence statunitense di cui parla la Cnn : gli 007 Usa, in sostanza, temono che la soffiata dei colleghi israeliani sia un tentativo di influenzare le decisioni del presidente sull’Iran.
Lui, intanto, per non lasciare nulla al caso fa sapere che se in qualche modo gli ayatollah riuscissero a eliminarlo, sappiano che «ho lasciato istruzioni: se dovesse succedere qualcosa bisogna letteralmente bombardarli con una potenza mai vista prima».
E comunque, anche se l’argomento (per quanto vago) ha una sua rilevanza, i riflettori restano puntati sullo Stretto di Hormuz e sulla non-tregua con l’Iran. Il presidente Usa scrive via Truth che «la Repubblica Islamica dell’Iran ci ha chiesto di proseguire i “colloqui”. Abbiamo accettato di farlo, ma abbiamo chiarito, senza mezzi termini, che il cessate il fuoco è terminato». Quindi non si escludono nuovi bombardamenti e allo stesso tempo si riprova la via diplomatica (Axios dice che alcuni mediatori del Qatar si sarebbero recati nella città iraniana di Mashad, in accordo con gli Stati Uniti, per incontrare diplomatici di Teheran nel tentativo di arrivare a una de-escalation e alla ripresa dei negoziati).
Il Memorandum d’intesa firmato il 17 giugno con Teheran per chiudere il conflitto militare diretto tra i due Paesi è un elenco di belle intenzioni che mai come in questi giorni sono sembrate irrealizzabili. A partire dal nodo più indistricabile, e cioè quelle «misure necessarie per garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali» dallo Stretto di Hormuz per 60 giorni, prima di definirne «la futura gestione amministrativa». L’attacco ad alcune imbarcazioni ha fatto saltare la tregua con accuse reciproche di violazione degli accordi. Ma Hormuz non è il solo punto critico dell’intesa. C’è anche il Libano.
Gli israeliani faticano ad accettare l’idea del ritiro delle loro truppe dalle «zone pilota» a Sud del Paese dei cedri. Stando agli accordi dovrebbero cedere il controllo all’esercito libanese, ma chiedono garanzie di sicurezza per non rischiare che le milizie di Hezbollah cacciate dai villaggi a nord del fiumi Litani si riorganizzino. Trump invia una sua delegazione a Beirut e annuncia che le forze militari di Netanyahu (con il quale ha avuto un colloquio telefonico giovedì sera) presto se ne andranno dal Libano. Ma il ministro israeliano della Difesa Katz risponde che «non ci serve l’approvazione per restare in Libano».
L’incertezza regna sovrana. Come nel caso dei colloqui diplomatici, a Roma la prossima settimana, fra le delegazioni israeliana e libanese: forse si terranno, ma forse no. Potrebbero slittare al post-incontro fra Trump e il presidente libanese Aoun, il 21 a Washington. Tutto questo mentre da una parte il capo negoziatore iraniano Ghalibaf giura: «Non ci arrenderemo mai», e dall’altra il ministro degli Esteri Abbas Araghchi è atteso oggi in Oman per discutere degli sviluppi regionali, Hormuz in testa.
Anche sul fronte di Gaza le cose non vanno granché bene. I piani del Board of Peace non decollano e il Wall Street Journal, per dire, rivela che dopo aver promesso 20 mila caschi blu internazionali per garantire la sicurezza della Striscia post-bellica, gli Usa ora faticano a schierarne una ventina.