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 2026  giugno 17 Mercoledì calendario

Perché Ruini non fa rima con Delpini

La morte di Ruini viene raccontata da Repubblica con il titolo “fu il Richelieu della Chiesa nell’era Berlusconi”, mentre il Corriere della Sera affida il coccodrillo all’ottima penna di Aldo Cazzullo che offre qualcosa di più, una lettura più complessa della persona come del personaggio. Poi sui social tutti i vari capibastone cattolici, specie del campo conservatore, raccontano il loro cordoglio condendolo con aneddotica personale senza però cogliere l’essenza della figura del cardinale Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana nell’ultima stagione in cui la nostra Chiesa nazionale ha contato qualcosa politicamente e quel qualcosa dipese da lui. Io entrai giovanissimo ad Avvenire nell’estate del 1993 e ne uscii cacciato da Dino Boffo, il direttore che interpretava meglio di tutti il ruinismo (il suo successore fu un’allora conservatorissimo Marco Tarquinio, pensate un po’), alla fine del 1996. In quei quaranta mesi scrissi migliaia di articoli in cui raccontavo ogni giorno la politica italiana e dovevo scriverli con una tesi precisa: il ruolo svolto dai cattolici politicamente impegnati a difesa dei principi cruciali per i quali combatteva esplicitamente la chiesa di Wojtyla. L’interlocutore principale era il Partito popolare italiano che Ruini voleva assolutamente lontano da qualsiasi intesa con la sinistra. Io ero martinazzoliano convinto e sostenevo la stessa tesi: né coi fascioleghisti di Fini e Bossi messi insieme da Berlusconi, ma soprattutto mai con la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto che dopo il collasso della Democrazia Cristiana avvenuto proprio nell’estate del 1993 si preparava a prendere il potere alle elezioni del marzo 1994. Lì ci fu l’apogeo del ruinismo: nel terremoto che aveva fatto crollare per ragioni storiche la Dc lui interloquendo con un grande cattolico lombardo come Martinazzoli riuscì a tenere dritta la barra di un protagonismo ecclesiale mediato da un soggetto politico laico autonomamente organizzato che per i cattolici italiani fosse casa. Il Ppi si alleò a quelle elezioni con il Patto Segni e nacque così il Patto per l’Italia che il 28 marzo 1994 si ritrovò votato da oltre sei milioni di italiani pari al 15.8%. Un risultato enorme se paragonato alle misere percentuali racimolate dai cattolici in politica oggi, ma Ruini lì fece un errore: abituato al 30% della Dc considerò quei sei milioni di voti insufficienti e si orientò a considerare interlocutore privilegiato l’uomo nuovo della politica italiana, Silvio Berlusconi. Mino Martinazzoli capita l’aria si dimise immediatamente e di lì a poco il Ppi si sfasciò litigando attorno a Rocco Buttiglione, il filosofo cattolico che proprio Ruini volle alla guida del partito. La mossa di portare il Ppi nell’orbita berlusconiana divise il partito e lì Camillo Ruini visse il tradimento personale più doloroso: il suo prediletto, il cattolico emiliano Romano Prodi, che proprio don Camillo aveva unito in matrimonio con la compianta moglie Flavia si “era fatto usare” finendo per diventare il candidato premier di quell’Ulivo che unì lo spezzone antibuttiglioniano del Ppi al Pds di D’Alema e Veltroni. In quel 1996 la dottrina di Ruini cambiò: nessuna fiducia mai più ai laici cattolici organizzati in politica in un proprio partito, la Chiesa italiana avrebbe rappresentato direttamente i suoi bisogni e i suoi interessi interloquendo senza intermediari con il leader considerato più condizionabile che agli occhi del presidente della Cei era Berlusconi. Di fatto fu la fine del ruolo dei cattolici in politica, che finirono delegittimati e io infatti come esponente del Ppi dopo le elezioni del 1996 da Avvenire fui cacciato, in termini fisici in una lite in cui Marco Tarquinio si ruppe l’orologio per la foga con cui mi rappresentava le ragioni di una linea destrorsa che interpretava su mandato di Boffo nella redazione romana con piglio militaresco: come cambiano le persone per convenienze e poltrone. Camillo Ruini fece l’errore compiuto da Papa Pacelli quando con l’operazione Sturzo voleva affiancare la Dc ai postfascisti dell’Msi in funzione anticomunista. Pio XII si trovò davanti però un gigantesco De Gasperi che difese l’autonomia dei laici cattolici organizzati in politica attorno ad un soggetto: disse che non condivideva l’operazione Sturzo ma che se il Papa avesse ordinato di eseguirla non si sarebbe opposto, dimettendosi però immediatamente dalla guida della Dc. Ma erano gli Anni Cinquanta. Negli Anni Novanta non c’era De Gasperi e il gigante era uno solo: Camillo Ruini. Cazzullo dice ad esempio che difese Boffo dalla “macchina del fango”. Manco per niente, quando Boffo si imbizzarrì mettendosi ad attaccare Berlusconi sul piano morale dalle pagine di Avvenire, beccandosi l’inevitabile reazione perché sul piano morale le accuse subite da Boffo erano vere (l’espressione “macchina del fango” fu inventata da Saviano per difendere Fini dalle accuse del Giornale sulla casa a Montecarlo, ma anche quelle erano vere), Ruini lo accompagnò all’uscita imponendogli le dimissioni e di Boffo non si è saputo mai più nulla. Camillo Ruini era chirurgico e vero politico, sapeva quando spingere e quando cedere, rappresentando anche con apparente ferocia la nettezza di una linea: pensate alla decisione di negare le esequie religiose a Welby, atto che per la Chiesa italiana attuale sarebbe semplicemente inimmaginabile. Oggi Delpini dà la comunione agli sbandieratori della frociaggine (cit. Papa Francesco) che gli si avvicinano all’altare con una maglietta che prende per il culo Gesù Cristo. Con Ruini questi atti non è che non accadevano, semplicemente non potevano neanche essere immaginati perché la sua autorevolezza indiscussa coincideva con l’autorevolezza della Chiesa italiana che, perduta la sua guida, ha perso de facto il suo ruolo nella società del nostro Paese trasformandosi in una sorta di Ong priva di qualsiasi legame con la testimonianza della verità, del Vangelo, del catechismo, del magistero millenario. L’ultima battaglia politica condotta con maestria da Ruini fu quella del 13 giugno 2005 contro il referendum abrogativo della legge 40, in cui i cattolici da lui organizzati nel Comitato Scienza&Vita affondarono contro ogni pronostico e contro tutti i media l’ennesima gioiosa macchina da guerra messa su per imporre la fecondazione eterologa e altre diavolerie. Ruini non aveva paura di mettersi controcorrente e quando nel 2007 organizzò il primo Family Day contro il progetto dei Dico (il nucleo da cui venne sviluppata otto anni più tardi la legge Cirinnà sulle unioni gay) tanto caro al governo di centrosinistra anche allora guidato dall’ormai arcinemico Romano Prodi, pure Repubblica che lo odiava gli riconobbe l’efficacia: “Con una piazza San Giovanni così piena il governo Prodi può mettere il progetto dei Dico nel cassetto e buttare via la chiave”. Quando nel 2015 i cattolici ormai privi di un partito politico proprio di riferimento e privi anche di un Ruini riempirono la stessa piazza San Giovanni a Roma con molte più persone del 2007, i giornali compresa Repubblica rimasero sì molto stupiti ma Avvenire quasi non scrisse una riga perché Tarquinio si era ormai convertito al piddismo e la Cei espresse solo fastidio. Il risultato fu un’efficacia nulla di quella piazza. Questo spiega quanto decisivo sia stato nella storia italiana Camillo Ruini, ultimo uomo di Chiesa coraggioso che ne abbia svolto il ruolo di rappresentanza apicale senza paura di testimoniare che Cristo è Verità ed esiste reale libertà solo nella verità, difendendo quelli che poi il suo diletto Papa Ratzinger codificò come principi non negoziabili per i cattolici in politica: la difesa della vita dell’essere umano dal concepimento alla morte naturale, la libertà educativa per i genitori, la tutela della famiglia naturale come definita in Italia dall’articolo 29 della Costituzione. Ruini ci mancherà ma la verità è che ci manca da quando ha lasciato la presidenza della Cei nel 2007, sono ormai quasi vent’anni che la Chiesa italiana è diventata progressivamente sempre più irrilevante tanto che nel 2009 uccisero Eluana Englaro e da allora la china sappiamo in che direzione porta. Io però c’ero in tutti questi decenni e la lezione di Ruini, errori compresi, la porto con me. Chissà che presto o tardi non possa ritornare utile.
PS. Ma chi ve li scrive articoli così densi? Seguite sempre questa pagina altro che Cazzullo.