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 2026  luglio 10 Venerdì calendario

Kiev, bavaglio a un’inchiesta vicina al capo dell’ufficio investigativo statale

Quis custodiet ipsos custodes? “Chi sorveglierà i sorveglianti?”. L’interrogativo di Giovenale attraversa i secoli e arriva fino alla Kiev di oggi. Il tribunale di Pechersk, tre giorni fa, ha vietato al Centro d’azione anticorruzione, al sito di informazione Slidstvo.info e alla giornalista Alina Stryzhak di pubblicare un’inchiesta sul fratello di Oleksiy Sukhachov, che è il capo dell’Ufficio investigativo statale.
L’indagine riguardava quasi 150 proprietà di Oleksandr, fratello di Oleksiy e un uomo d’affari di Kharkiv. La sentenza della corte è arrivata dopo che una società legata al businessman, la Parkovy-2, ha presentato un’istanza per ottenere un’ingiunzione cautelare, emessa ancora prima dell’avvio di un procedimento giudiziario. La scusa è che una volta resi pubblici i dati, verranno causati danni all’azienda. L’obiettivo è chiaro: impedire al Centro d’azione anticorruzione e a Slidstvo di raccogliere qualsiasi informazione sugli affari legati al fratello del capo. Non solo Oleksandr: anche Oleksiy Sukhachov è una figura controversa, già finita nei titoli delle testate investigative più attente ed autorevoli di Kiev, che lo hanno descritto con toni poco gentili come una marionetta della presidenza. La sua nomina, avvenuta dopo un’elezione poco trasparente, era stata già contestata e denunciata da attivisti che l’hanno definita come politicamente condizionata. Controverso è pure il giudice Serhiy Vovk, autore del provvedimento che ha impedito la pubblicazione: in passato è stato accusato di aver ostacolato e insabbiato casi che altrimenti sarebbero finiti nelle mani degli investigatori della Nabu, Ufficio nazionale anticorruzione. Adesso è calato un inquieto silenzio stampa su Kiev, confinato nel limbo che vive tra la censura e la legge marziale in vigore: “l’Ufficio investigativo statale non ha risposto a una richiesta di commento, mentre il Tribunale distrettuale di Pechersk ha negato le accuse di illecito” si legge sul Kyiv Post. “La sentenza del tribunale è manifestamente illegittima e viola i diritti fondamentali dei giornalisti e del pubblico di raccogliere e diffondere informazioni di interesse pubblico, pubblicamente disponibili, riguardanti le più alte cariche dello Stato” ha dichiarato Olena Shcherban, vicedirettrice esecutiva del Centro d’azione anticorruzione. Con la decisione i togati sono tornati indietro, cancellando d’un colpo solo molti dei passi avanti compiuti dagli organismi anticorruzione e dagli stessi reporter che, anche nel pieno della guerra, hanno portato alla luce scandali e intrecci di potere. La scelta tradisce anche la casistica giudiziaria, smentisce i precedenti: di altri casi, come questo, non ce ne sono. In passato coraggiosi giornalisti investigativi e non sono finiti alla sbarra con accuse di diffamazione da affrontare durante i processi, ma ad avvenuta pubblicazione; non esiste invece un altro caso in cui un’inchiesta sia stata bloccata prima ancora della sua diffusione. Questo caso, denunciano i giornalisti ucraini, andrà oltre se stesso: condizionerà quelli futuri; diventerà un precedente da invocare per ostacolare le inchieste sulla corruzione. La testata e l’organizzazione faranno ricorso ma la sfida ha già assunto i contorni della parabola di Davide contro Golia. Eppure si sa chi ha avuto l’ultima parola, chi l’ha avuta vinta.