il Fatto Quotidiano, 10 luglio 2026
L’ultima piazza
Si spera che la prima “piazza unitaria” della cosiddetta coalizione progressista a Napoli, fra spazi vuoti e strilli di Potere al Popolo, sia anche l’ultima. Vedere i leader “insieme” è un’ossessione dei commentatori da talk più saccenti e annoiati, ma non frega nulla alle persone normali ansiose di liberarsi dell’Armata Brancameloni. Anzi, le irrita. Da vent’anni lo spartiacque non è più l’asse destra/sinistra, ma la postura nei confronti dell’establishment nazionale e internazionale: élite/popolo. L’antica distinzione ideologica è stata annullata dal tradimento del centrosinistra mondiale appecoronato alle élite su politiche antisociali e dal camuffamento della destra globale, che parla la lingua dei poveri e ne prende i voti per poi fare gli interessi dei ricchi. Oggi il discrimine è il riarmo: si investe sulle guerre, che devono moltiplicarsi e durare il più possibile per giustificarlo. E su questo la presunta coalizione progressista, come quella di destra, è spaccata: 5Stelle e Avs contro; Pd, Iv e altre frattaglie centriste pro. Non c’è mediazione possibile. Pd e centrini, come FdI e FI, sono per armare e finanziare Kiev perché combatta fino all’ultimo ucraino, a prescindere dagli ultimi rovesci sul campo in quel poco che resta del Donbass; M5S, Avs, Lega e Vannacci, per ragioni molto diverse, sono contrari.
La guerra in Ucraina prima o poi finirà, forse in tempo per le elezioni del 2027, per esaurimento del fronte. Ma non finirà il piano di riarmo Ue da 800 miliardi a debito entro il 2030 (i famigerati prestiti agevolati Safe), votato dal grosso delle destre e da Pd¢ro; ma contrastato sempre da M5S e Avs (che in Europa siedono nel gruppo Left), ogni tanto dalla Lega e ora forse pure da Fn. Il Pd i fondi Safe per comprare più armi vuole prenderli, anzi rimprovera la Meloni di non averli ancora presi, scavalcando in bellicismo persino il governo. Conte, Bonelli e Fratoianni non li vogliono, anzi annunciano che stracceranno la cambiale di 19 miliardi di spesa militare in più che Crosetto ha gentilmente stanziato per i prossimi due anni: cioè per quando, sperabilmente, non sarà più ministro. Ma se il premier sarà la Schlein e alla Difesa andrà uno qualunque del Pd (su questo Guerini, Fassino, Quartapelle e lo schleiniano Taruffi la pensano allo stesso modo), non cambierà nulla. Se invece il premier sarà Conte e alla Difesa andrà un nemico del riarmo, cambierà almeno qualcosa. Se non si scioglie questo nodo, “il” nodo, è inutile farsi i selfie in trattoria o i comizi “unitari” parlando d’altro o spargendo retorica “mai più divisi”: le foto puzzano di fasullo almeno quanto le parole. Chi è contro il riarmo chieda voti contro il riarmo, chi è pro chieda voti pro. Poi, dopo le elezioni, faranno i conti.