il Venerdì, 10 luglio 2026
Mauro De Mauro, nuove rivelazioni sul giornalista svanito nel nulla
Quando alla fine della guerra l’Obersturmbannführer Herbert Kappler venne arrestato spiegò che i suoi confidenti italiani si dividevano in tre sottoinsiemi. C’erano quelli, disse, che «tradivano i loro compagni per denaro»; altri «per convinzione politica o per opportunismo, davano la loro opera dietro corresponsione di uno stipendio mensile» sicuro seppur modesto; altri ancora invece «si prestavano a fornirmi informazioni per amicizia personale... non avevano alcun fine di lucro». Il capo della Gestapo a Roma collocava Mauro De Mauro nel secondo gruppo: «lavorava contro stipendio e forse anche per motivi idealistici».
Lo riporta lo storico Mauro Canali in Ritratto di giovane fascista, pubblicato da Donzelli. Basato su documentazione largamente inedita, è un saggio a più facce come il personaggio di cui ripercorre la parabola, dalla turbolenta giovinezza alla sparizione mai elucidata, il 16 settembre 1970 a Palermo, dove era giornalista d’inchiesta per L’Ora, in quella fase quotidiano di proprietà del Partito comunista.
Stando alla vulgata De Mauro si sarebbe limitato a aderire alla X Mas. Ma lei ha scoperto che le cose non andarono esattamente così e che il giovane fascista si spinse molto oltre. «Nell’aprile ’44 Mauro De Mauro tenta di entrare nella Decima, ma viene scartato per insufficienza cardiaca. Nell’unità del principe Borghese riuscirà a farsi reclutare solo per un brevissimo periodo di due mesi nel marzo-aprile del ’45. Ma nel frattempo, dopo l’8 settembre del ’43, si era arruolato nelle SS italiane al servizio di Kappler e Priebke, dei quali divenne stretto collaboratore nella caccia e nell’eliminazione degli oppositori. Ebbe anche rapporti molto ravvicinati con le truci bande di irregolari e torturatori repubblichini come quella di Pietro Koch. Tra le operazioni di cui De Mauro si vantava c’era la cattura Giuseppe di Montezemolo, capo della resistenza fra i militari, che poi sarebbe stato fucilato alle Fosse Ardeatine insieme ad altre 334 persone».
Secondo alcuni testimoni De Mauro sarebbe stato presente all’eccidio. Però dopo la guerra fu assolto da quell’accusa. «Al processo di Bologna del ’48, dove venne giudicato in contumacia, non si raccolsero prove sufficienti per collocare De Mauro alle Ardeatine, e solo per quel reato venne pertanto assolto per insufficienza di prove. In compenso, diversamente da quanto si sente spesso ripetere, non fu affatto assolto dagli altri gravi delitti dei quali si era reso responsabile collaborando con i tedeschi. Quei reati furono cancellati solo grazie all’amnistia Togliatti. Questo per dire che non stiamo parlando semplicemente di un giovane repubblichino come poterono esserlo un Dario Fo, un Ugo Tognazzi o un Giorgio Albertazzi, ma di qualcuno che a 22 anni decide di arruolarsi nelle SS naziste e di partecipare alle loro nefandezze».
Per tutta la vita portò sul volto i segni di un incidente avvenuto in quegli anni e sul quale si è pure molto speculato. «De Mauro raccontava di aver riportato quelle ferite in seguito ad uno scontro armato con i partigiani. Ma dalle carte della questura di Milano emerge una verità più prosaica. Il 13 agosto del ’44, nei dintorni di Stresa, l’automobile che conduceva ebbe un guasto allo sterzo e finì contro un muro. L’incidente provocò a De Mauro danni permanenti, deformandogli il naso e rendendolo claudicante».
Nel dopoguerra fa perdere le proprie tracce. Nel ’47 lo ritroviamo a Palermo, inizialmente sotto falso nome… «Italo Carlo Fuks. Si firma così anche negli articoli che scrive per il Mattino di Sicilia. Dopodiché lavora con lo stesso pseudonimo presso l’amministrazione del Teatro Massimo, poi all’assessorato regionale al Turismo. In quella Sicilia De Mauro trova assistenza e complicità in una rete articolata di ex fascisti, conservatori come Mimì La Cavera, democristiani di destra come il futuro ministro degli interni Franco Restivo. Siamo nel momento in cui nell’Assemblea regionale siciliana la Dc governa con il sostegno esterno di liberal-qualunquisti e monarchici».
Com’è che De Mauro finirà a lavorare a L’Ora, quotidiano acquistato dal Partito comunista? «Andiamo per ordine. Nel ’51 lui entra dapprima in quello che si chiama ancora L’Ora del Popolo, un giornale che nel Ventennio era stato organo della federazione fascista siciliana e che adesso è una testata diciamo apartitica. Quando, nel 1954, il giornale passa sotto il controllo del Partito comunista diventando L’Ora De Mauro se ne va sbattendo la porta, salvo poi rientrarvi nel ’59, durante la stagione del milazzismo…»
Da Silvio Milazzo. «Deputato regionale Dc, che compie un’operazione di trasformismo unica: fa scissione dalla destra democristiana maggioritaria di Fanfani e diventa presidente della Regione con l’appoggio di comunisti e Movimento sociale. Ormai di proprietà del Pci, L’Ora in cui va a ricollocarsi De Mauro sostiene la giunta Milazzo. Da parte del giornalista fu un “salto della quaglia”, una mossa opportunistica, oppure c’erano dietro motivazioni d’altro tipo? Non lo abbiamo potuto accertare».
Arriviamo al settembre ’70. De Mauro viene prelevato sotto casa sua da alcuni individui e sparisce. Che faceva in quel momento? «Era un bravissimo giornalista, autore qualche anno prima di diverse inchieste sulla mafia. Il regista Francesco Rosi, che preparava il film Il caso Mattei, gli aveva chiesto di ricostruire gli ultimi due giorni trascorsi in Sicilia dal presidente dell’Eni prima della morte sull’aereo nell’ottobre ’62. Ma c’è da ritenere che sulla fine di Enrico Mattei De Mauro non avesse scoperto granché...».
Prima del sequestro disse però di avere per le mani uno scoop esplosivo. Su cosa? «Lo ignoriamo. Ma nei suoi ultimi appunti compaiono nero su bianco le parole “colpo di Stato”».
Il nebuloso “Golpe Borghese” che si andava organizzando. Sarebbe avvenuto meno di tre mesi dopo la scomparsa di De Mauro. «In Sicilia lui aveva avuto rapporti molto stretti con diversi personaggi della galassia ex fascista che sarebbero stati indagati per il tentato golpe, da Giacomo Micalizio a Eliodoro Pomar al principe Gianfranco Alliata di Montereale. Ma il quadro della faccenda è più esteso…».
Dove conduce? «Le prime indagini sulla scomparsa di De Mauro furono affidate alla Squadra mobile palermitana di Boris Giuliano, poi ucciso dalla mafia, e del controverso Bruno Contrada. La Mobile però venne tenuta all’oscuro di altre indagini parallele svolte dall’Ufficio politico, quello che poi diverrà la Digos. Curiosamente, il questore Ferdinando Li Donni non trasmise alla magistratura inquirente le risultanze di questa seconda inchiesta. Eppure, si trattava di materiali ingenti a cui ho potuto accedere per la prima volta. Parliamo di 415 documenti nei quali il nome più ricorrente è quello di Vito Guarrasi».
Figura assai discussa ma dai contorni a tutt’oggi poco definiti. In sintesi, chi era? «Un uomo che dalla fine della guerra era rimasto legato ai servizi segreti statunitensi. In seguito diverrà un potente affarista, politicamente liquido e trasversale agli schieramenti, azionista di numerose società e con interessi che andavano dalla finanza all’immobiliare. Fu, per dire, tra i costruttori più attivi durante il cosiddetto “sacco di Palermo”. Ad ogni modo, negli anni 70 le indagini che riguardavano Guarrasi non vennero fuori. Sarebbero riemerse negli anni Duemila, quando fu celebrato l’unico, finora, processo sul caso De Mauro, che però non approdò a nulla».
Sul banco degli imputati c’era Totò Riina, il quale per una volta finì assolto. «Come si ricorderà, quel processo era imperniato sulla pista petrolifero-mafiosa che avrebbe legato la morte di De Mauro a quella di Mattei. Nonostante la scoperta dei 415 documenti, la pista che portava a Guarrasi e ai suoi ambienti venne inspiegabilmente lasciata cadere. Eppure, c’erano ormai testimonianze che sembravano rafforzarla».
Che genere di testimonianze? «Elementi secondo i quali il Sid, il Servizio informazione difesa, che all’epoca della scomparsa di De Mauro era guidato da Vito Miceli, avrebbe imposto agli inquirenti di annacquare quelle indagini sulla sparizione. Indagini che tramite Guarrasi indirizzavano verso le manovre golpiste».
Dunque, invece che sulla morte di Mattei, avvenuta otto anni prima, De Mauro avrebbe scoperto qualcosa sull’operazione-Borghese che era in preparazione, e che avrebbe visto saldarsi destra eversiva, pezzi dei servizi e mafia. Viene da chiedersi però per quale motivo il giornalista si apprestasse a denunciare trame attuate da coloro che in Sicilia avevano a lungo costituito la sua rete di protezione. «A destra Mauro De Mauro aveva conservato le sue fonti confidenziali, ma era soprattutto un ottimo giornalista, e ritengo che se fosse venuto in possesso di materiale scottante non avrebbe guardato in faccia nessuno, ne avrebbe scritto. Esattamente come anni prima aveva scritto di mafia».
Perché rapirlo e non eliminarlo direttamente? «Probabilmente per interrogarlo, nel timore che avesse in mano documenti scottanti. Il dilemma a mio avviso non si pone: dagli anni 60 De Mauro non era più un fascista. Ormai era un giornalista serio. E divenne ingombrante. La sua morte dovrebbe bastare a dimostrarlo».