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 2026  luglio 10 Venerdì calendario

Intervista a Michele Mari

Il giorno dopo la vittoria del premio Strega, stessa cosa. A Michele Mari, 70 anni, un curriculum letterario di prim’ordine, non vengono fuori sorrisi. Totemico, guarda l’intervistatrice che si è seduta davanti a lui per una chiacchiera che non deve durare più di venti minuti. Tutto organizzato da Einaudi, che pubblica il suo I convitati di pietra. Appuntamento nella sede romana di via Fabio Massimo. I giornalisti possono parlare al vincitore per un breve slot, come accade nel mondo del cinema e molto raramente in quello letterario. Mari ha vinto con netto distacco: 190 voti sui 152 di Matteo Nucci. Il vincitore dice di aver dormito solo tre ore e ha l’aria di chi vorrebbe essere altrove.
In “Leggenda privata” raccontava di suo padre, il designer Enzo Mari, come lei un uomo senza sorrisi. Scriveva che per lui, votato al culto dell’intelligenza, essere torvi era un segno di acume. Ne ha ereditato i tratti?
«Probabilmente, ma non li ho fatti miei come principio teorico. Credo che da parte mia ci sia a volte timidezza, imbarazzo, impaccio. Non essendomi allenato da bambino al sorriso, non ho sviluppato una mimica facciale sufficientemente sfumata e articolata. Diventato adulto, un tentativo di sorriso produce in me un risultato inevitabilmente falso, una sorta di ghigno, qualcosa di poco morbido».
Più volte ha detto che da ragazzo è riuscito a sopportare l’oppressione familiare grazie alle letture, soprattutto ai fumetti.
«Hanno costituito una via di fuga, fondamentalmente un mondo fantastico nel quale rifugiarmi. Mi rifugiavo tra quelle pagine come chi si chiude dentro una stanza serrando la porta o come chi mette la testa sotto il cuscino per paura dei mostri. Fuggivo così alle tensioni di casa mia».
Che tipo di tensioni?
«I miei genitori avevano un rapporto molto turbolento. Le liti e le sfuriate erano all’ordine del giorno. Infatti poi si sono separati. I fumetti erano allora la mia oasi, un’isola in cui proteggermi. Tanto che poi mi sono affezionato a questi compagni di viaggio, questi numi protettori, diventandone un collezionista, un feticista».
Li conserva ancora?
«Conservo quelli della mia infanzia, con vero spirito filologico, e ne ho comprati da adulto. Sono rimasto legato ai fumetti che leggevo su Linus negli anni Sessanta e a molti fumetti americani, in particolare Dick Tracy di Chester Gould e Li’l Abner di Al Capp. Aggiungerei poi Jeff Hawke di Sydney Jordan e Tintin, il fumetto belga creato da Hergé».
Le liti tra i genitori sono qualcosa che lascia il segno nella vita di un bambino.
«Tuttora ho come una sorta di riflesso condizionato. Se sento qualcuno che alza voce, che grida, ho subito una reazione di chiusura, di protezione, di panico, di sgomento. Mi viene come una specie di tuffo al cuore, un riflesso pavloviano, automatico».
Come ha vissuto la lite sul pulmino con Teresa Ciabatti?
«Sull’argomento non voglio tornare, perché quello che avevo da dire credo di averlo detto. Non entro nel merito, mi tengo la mia fama di totem».
È un’occasione persa, se lo lasci dire.
«Ci sarebbe da aprire un fronte su dove finisce il confine tra il privato e il pubblico. Quel pulmino era un luogo privato».
Lei comunque è un personaggio pubblico e ha l’occasione per dire ora cosa pensa. Magari si è pentito di aver pronunciato offese contro Michela Murgia.
«Non volevo offendere Teresa Ciabatti, la sua sensibilità, infatti mi sono scusato. Non era mia intenzione ferirla. Pensavo che la conversazione potesse finire senza drammi. Sono rimasto stupito dalla sua reazione. Evidentemente la sua sensibilità ha fatto sì che le mie parole la ferissero. Ho sentito che era successo qualcosa di cui non capivo l’origine».
Al di là della questione personale, rimane la sostanza delle cose dette. All’origine dello scontro ci sono i suoi giudizi su Murgia partendo dal suo aspetto, dalla sua presunta bruttezza.
«Qualunque cosa possa aver detto non può essere letta in chiave sessista. Nella mia intenzione il mio commento riguardava l’essere umano, il soggetto, la persona, non un uomo o una donna. Riguardava qualunque persona non si senta sicura del proprio aspetto,indipendentemente dal sesso. Chiunque si senta disapprovato, bullizzato. Una persona del genere più facilmente sarà portata a costruirsi delle sovrastrutture, a puntare sulla dialettica, sulla creatività, procurandosi quell’autorevolezza che fino a quel momento non le era consentita. Se ti senti lento, goffo, se non ti senti all’altezza dei canoni, va a finire che ti adatti o ti deprimi. Altre volte reagisci scrivendo oppure diventando un grande pianista, un politico. Sono rimasto sinceramente stupito dal fatto che la cosa sia stata letta in chiave sessista».
Questa deduzione può valere anche per lei? Anche lei come scrittore crede di essere il risultato di un disagio?
«Da ragazzo mi sentivo un corpo estraneo rispetto ai miei compagni. Non mi reputavo dotato di quella disinvoltura, di quella spigliatezza per cui c’era chi sapeva ballare, chi fumava, chi andava alle feste, chi aveva il motorino. Io andavo sempre a piedi, mi vestivo con le giacche smesse di mio nonno e di mio papà, mi sentivo un po’ goffo, un po’ brutto anatroccolo. Non so se questo poi abbia suscitato un mio investimento in direzione della creatività».
In realtà in quel pulmino lei non parlava della creatività di Murgia ma della sua intransigenza, di una durezza legata alla sua immagine.
«Sì, forse, ho detto anche qualcosa del genere, però non mi sembra una cosa offensiva. Conosco l’intransigenza. Mio padre era la persona più intransigente al mondo, non concedeva sconti a nessuno. Come ho scritto, provavo per lui un ammirato terrore».
Perché dopo lo scoppio della polemica si è trincerato nel silenzio?
«Se sento del clamore intorno a me, se della gente in strada mi chiede di spiegarmi, io chiudo le finestre e vado a dormire. Mi isolo, non ho il gusto della polemica. Avevo anche paura che qualunque cosa detta avrebbe peggiorato la situazione».

Davvero ha scritto “I convitati di pietra” in un mese?
«Precisamente in 27 giorni, credo si senta nel ritmo».

Il libro trasforma la morte in un gioco, le fa paura il tempo che passa?
«La morte si affaccia nei posti vuoti che vengono lasciati da chi esce dalla pagina. Nel Don Giovanni il convitato di pietra è il Commendatore che arriva a fare scontare a Don Giovanni i suoi peccati. Il Commendatore incarna la Nemesi, è la metafora del senso di colpa dei sopravvissuti, della loro cattiva coscienza. Per rispondere alla sua domanda, non ho paura della morte ma credo che l’unico modo di parlarne sia, come diceva Manganelli, farne una figura retorica. Penso sia meglio tematizzarla che negarla nella sua essenza».