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 2026  luglio 10 Venerdì calendario

Intervista a Cristiana Capotondi

Cristiana Capotondi emana leggerezza anche in una afosa mattinata milanese. Ha occhi chiarissimi, cristallini, e un viso botticelliano che pare immune al passare del tempo. Eppure la sua carriera è ormai lunga, iniziata per caso quando era bambina. Da qualche tempo recita a teatro. Il 16 luglio, in occasione de La Milanesiana, debutta al Cinema Teatro Plinius di Bormio con L’attrice, spettacolo di Giacomo Battiato.
Dopo tanto cinema, il palcoscenico, le piace questa nuova dimensione?
«Ci sono arrivata tardi, con un po’ di rammarico, ma mi gratifica molto. Mi piace tutto: il momento dello spettacolo, la tournée, il gruppo di lavoro, gli spostamenti. Pensare che prima mi spaventavano».
Perché?
«Sono un animale diurno, detesto le notti. L’idea di cenare a mezzanotte mi atterriva e invece ho trovato una mio equilibrio, mangio alle 18.30 con i tecnici, mi godo lo spettacolo fino all’ultimo secondo e alla fine ho un’adrenalina buona che mi fa dormire molto bene. La mia prima esperienza è stata con il monologo, ne L’attrice ho meravigliosi colleghi, Marco Quaglia e Anna Zaneva, e questo renderà tutto ancora più bello. Il teatro mi ha dato nuova sicurezza nei ruoli al cinema o in tv».
Lo spettacolo è un omaggio al ruolo di attrice. Quale valore dà, oggi, al suo mestiere?
«Per me recitare è un meraviglioso gioco e un riscatto personale. Sono stata una bambina che si è sentita a lungo poco bella, poco guardata e apprezzata. Non importa se fosse vero o no, il percepito è sempre diverso dalla realtà, gli psicanalisti vivono di questo… Lavorare con le emozioni, coltivare un mondo interiore e restituirlo allo spettatore accompagnandolo nelle vite degli altri, foriere di ispirazione, per me è un grande privilegio».
Come ha iniziato?
«Con le recite dei Boy Scout alla parrocchia di Santa Maria in Trastevere. Tra gli Anni 80 e 90 era nota per via della banda della Magliana. Ai tempi il parroco era Monsignor Vincenzo Paglia, oggi arcivescovo e presidente emerito della Pontificia accademia per la vita, una persona straordinaria, gli sono ancora molto legata e ha battezzato mia figlia Anna. Un giorno venne la Rai per raccontare le tante attività della chiesa e il regista della trasmissione disse: “Questa bambina deve fare l’attrice”. Fu una sensazione incredibile, mi sembrava di aver trovato improvvisamente un posto nel mondo. Ho iniziato a recitare a tredici anni».
A quasi 46 anni ha una carriera ultra trentennale. Non è facile gestire il successo così a lungo, soprattutto se arriva quando si è poco più che bambini. Cosa l’ha aiutata?
«Credo di essermi lasciata indietro un bel po’ di pezzi di infanzia e di adolescenza».
Cioè?
«Ho un forte senso del dovere e moltissimo rispetto del lavoro, questo mi ha precluso il disordine, la spensieratezza e forse un po’ anche la ribellione. Non ho mai bucato un appuntamento, mandato a rotoli un piano, distrutto e ricostruito… tutte cose che puoi permetterti di fare in gioventù. Sul set i bambini sono trattati con grande attenzione, ma se sbagliano, giustamente, vengono rimproverati. Quando mi succedeva capivo che non potevo reagire emotivamente perché, in quel contesto, non ero una ragazzina, ma una professionista, anche se rimanevo male dovevo mandare giù e ricacciare indietro le mie emozioni. Il lavoro mi ha dato tante opportunità, sono innamorata di quello che faccio, ma so di aver perso qualcosa per strada».
Ha mai pensato di smettere?
«No, però dopo Notte prima degli esami, nel 2006, mi sono presa una lunga pausa e sono fuggita a Parigi un anno e mezzo per studiare il francese. Quel film fu un successo incredibile, ha intercettato il sentimento di nostalgia prima che diventasse di moda. Nessuno se lo aspettava: era l’opera prima di un regista sconosciuto, Fausto Brizzi, e invece in poche settimane arrivò a otto milioni di incassi. Ricordo ancora il messaggio di Fausto: “Superati gli 8 milioni, si vola!”. Ci fu grande clamore e le cose cambiarono anche per me, ho avuto paura di perdere la connessione con la realtà. Tornata da Parigi mi sono trasferita a Milano, una scelta strana per una nata e cresciuta nella città del cinema, ma volevo proteggermi. Sono una ragazza della Vergine, penso sempre agli effetti a lungo termine delle mie azioni».
Il tema di questa edizione de La Milanesiana è “La legge e il desiderio”. Lei come si pone rispetto a queste due forze?
«Il desiderio rende libero l’essere umano, la legge ha il compito di normarlo. Penso a quanto sia difficile promulgare e applicare norme su temi come la transizione di genere. Non vorrei essere nei panni del legislatore perché le possibili espressioni del desiderio umano sono miliardi di miliardi, trovare qualcosa che tuteli tutti è molto complesso».
A questo proposito, in Italia si dibatte su norme che proteggono soprattutto la famiglia eterosessuale e bigenitoriale
«La società però ha fatto passi in avanti. Ci sono donne che scelgono di diventare madri senza partner, anche delle mie amiche lo hanno fatto. È bellissimo, soprattutto in tempi di crisi della natalità, certo può essere faticoso. Il padre di mia figlia ed io non siamo più legati, ma lui è molto presente. Anna ha una grande famiglia allargata, in cui ci sono i parenti, mia mamma purtroppo è mancata da qualche anno, le mie amiche e i miei amici. Ha molti riferimenti, alcuni non condividono con lei il sangue, ma bisogni e affetti. Ci sono anche sempre più donne che fanno figli in età più avanzata rispetto a un tempo. Si sgretolano tanti tabù».
Anna, quasi 4 anni, è nata quando lei ne aveva 42.
«Sono stata fortunata, ma penso sia arrivata in un momento molto giusto per me. Di fronte alla maternità si aprono delle finestre di disponibilità psicologica e emotiva inspiegabili. Non hanno a che fare con “la carriera” o “la libertà”, ma con il cercarsi e capirsi come persona, acquisire gli strumenti umani che possono essere utili nell’ educazione di un figlio. Avrei potuto benissimo fare la madre a 20 anni, o a 35, ma non è capitato e poi sarei stata completamente diversa. Ho incontrato Anna nel momento in cui ero pronta».
Cosa le insegna sua figlia?
«Ha rotto molti argini e mi ha restituito l’infanzia e il gioco. Prima di lei non riuscivo ad accettare l’idea che il mio tempo emotivo non combaciasse con quello di una persona a me cara. Ora guardo tutti come i bambini che sono stati, sono molto più comprensiva».

Gioca ancora a calcio?
«Sono ormai una ex giocatrice pippa. Meglio così, oggi rischierei di farmi male, con le mie amiche organizzavamo certe partite “mogli contro mariti” da cui uscivamo a pezzi. Il calcio più bello è e resta quello giocato, ti fa capire le persone. Guardando uno in campo sai subito se è guitto, solido psicologicamente o fragile. Ora mi diverto ogni tanto con Anna, quando mi dice “Mamma attenta, bombone!”».