Corriere della Sera, 10 luglio 2026
Intervista a Roberta Bruzzoni
Cominciò in prima elementare.
«Ero una bambina molto vivace, difficile da tenere a bada, curiosa fino al midollo. I miei genitori mi minacciavano. Se non stai ferma ti mandiamo in quella casa abbandonata, abitata da gente cattivissima, ci penseranno loro a te. La casa c’era davvero, accanto alla mia scuola. Ai miei occhi un castello tetro e impenetrabile. Me la proibivano e io non facevo che guardarla e riguardarla, la maestra spiegava e io ne studiavo ogni dettaglio. Per quanto mi impegnassi, non riuscivo a scorgere movimenti all’interno. In me scattò un clic».
A 7 anni era come oggi Roberta Bruzzone, la criminologa. Tosta, tostissima. Mossa fin dall’infanzia dagli stimoli che la portano a perlustrare zone opache. Partirà su Rai 2 a novembre in seconda serata il nuovo progetto televisivo Dentro la truffa, dove indaga sui meccanismi psicologici di un fenomeno dilagante nella società, a tutti i livelli. L’anno scorso era uscita (per Rai Libri) con L’epoca della rabbia. Ragazzi che uccidono all’ombra di Narciso, guida per genitori, scritta «con spirito di servizio».
Però alla fine la casa restò un luogo proibito.
«Macché! In seconda elementare convinsi due compagni di classe a seguirmi per andare in missione. Con le forbici sottratte a papà tagliammo la recinzione ed entrammo, ripromettendoci di restarci 10 minuti. Divorati dalla voglia di scoprire, il tempo passò. A scuola successe un putiferio quando si accorsero della nostra mancanza. Finché il manutentore non ci scovò».
Paura?
«Certo. Però la curiosità prevaleva. Fu un’esperienza incredibile. Mi punirono, ovviamente, ma ebbi la soddisfazione di venire a capo della verità. Là dentro c’era solo polvere, nessun torturatore di bambini discoli».
La Roberta di oggi nacque allora?
«Quell’episodio mi formò. Andavo a cercare tutti i luoghi di cui si raccontavano storie speciali. La mia strada era segnata. Mi iscrissi a Psicologia all’università di Torino, per mantenermi lavoravo come cameriera in ristoranti e hotel. Durante il percorso di studio sostenni esami supplementari di medicina legale e criminalistica. Avevo in mente di unire questi due mondi, che erano separati. Per me era incomprensibile che lo fossero ed ero fermamente intenzionata a creare una nuova figura professionale, molto vicina al concetto di “profiler”».
I suoi genitori cercavano di dissuaderla?
«Non mi hanno mai ostacolata. Abitavamo a Finale Ligure, dove sono nata. Famiglia semplice. Mamma cuoca d’albergo, papà guardacaccia, ambedue diploma di terza media. Capivano che avevo doti eccezionali perché glielo dicevano gli insegnanti. In pagella voti ottimi in tutte le materie. E anche i miei fratelli gemelli, un maschio e una femmina, più piccoli di due anni, erano di tutt’altra pasta. Lei cuoca, lui impiegato in un’azienda di bibite. Io ero l’anomalia nel sistema familiare».
Il caso Donato Bilancia segnò l’ingresso ufficiale nella criminologia.
«Avevo 25 anni. Lo trattai a fondo all’università, relatore Guglielmo Gulotta. Bilancia era un serial killer atipico perché esordì tardivamente nel crimine. Aveva un disturbo narcisistico. I narcisi sono soggetti con l’io fragile, incapaci di gestire le emozioni e di accettare i fallimenti, facili alle frustrazioni. La vergogna e il sentirsi inadeguati scatenano la rabbia che diventa uno strumento di protezione dell’io. Un meccanismo difensivo che può diventare distruttivo».
Nell’attività di una criminologa c’è posto per la vita privata?
«Le dico solo che il matrimonio funziona, sono molto legata a mio marito cui tengo tantissimo (Massimo Marino, funzionario di polizia, sposato nel 2017 in spiaggia a Fregene, ndr). Abbiamo un rapporto sano e con questo intendo che siamo leali, simmetrici, adulti che scelgono di amarsi».
Che ne pensa dei cold case?
«Capisco quanto possa sembrare interessante riaprire casi chiusi. Da lì alla possibilità di trarne risultati concreti e decisivi ce ne passa, però. È vero, oggi abbiamo strumenti più sofisticati ma il rischio è di generare nuove aspettative e, soprattutto, presunti mostri che restano invischiati in storie senza un vero finale. Nel rileggere indagini condotte secondo i paradigmi dell’epoca, si finisce sempre per arrivare alle stesse conclusioni. Spesso le informazioni e i reperti del passato non sono più disponibili. Il rischio è rincorrere suggestioni».
Il caso di Manuela Murgia, la sedicenne cagliaritana scomparsa da casa nel febbraio 1995 e ritrovata morta nel canyon di Tuvixeddu, è stato riaperto a più riprese dopo una prima archiviazione come probabile suicidio. Nel maggio 2025 è stato indagato l’ex fidanzato, Enrico Astero, con l’accusa di omicidio volontario. Nel 2026, però, la consulenza genetica ha escluso la presenza del suo Dna sulle tracce analizzate.
«È la conferma di ciò che sostengo».
Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara Poggi, uccisa in una villetta di Garlasco nel 2007. Condannato il fidanzato Alberto Stasi, appena uscito dal carcere. Magistrati narcisisti nel cercare attenzione e riaprire il caso?
«Non voglio giudicarli, ognuno è libero di farsi la sua opinione. Ho studiato a fondo gli atti e continuo a ritenere che l’assassino sia stato già individuato. Al momento non vedo elementi, anche sul piano scientifico, in grado di cambiare il finale. L’aspetto peggiore di queste storie è che prima che si arrivi alle conclusioni tante persone finiscono nel tritacarne mediatico, vittime di sospetti spregevoli e infondati. Come è successo a Marco Poggi, il fratello, e alle sorelle Cappa, sempre al centro dei sospetti, ma escluse dall’inchiesta».
L’indagine è stata riaperta senza che fossero venuti alla luce grosse novità, secondo lei?
«Non ci sono elementi per collocare Sempio sulla scena del delitto. Finirà con un nulla di fatto. Fatico a capire cosa abbia convinto la Procura di Pavia a ripartire».
Ci sono altri casi che secondo lei non dovevano essere rispolverati?
«Quello della morte nel 1989 per suicidio di Denis Bergamini, il calciatore del Cosenza. La condanna nel 2024 della fidanzata Isabella Internò per omicidio si è basata su testimonianze tardive e un test non ancora validato dalla scienza se applicato a salme ormai datate. Mi sembra una forzatura».
Si è mai pentita di un suo parere criminologico?
«Mai. Credo nella bontà di quello che affermo perché approfondisco parecchio lo studio degli atti prima di parlare».
Ha mai tentennato?
«Mai, fa parte della mia personalità. Se imbocco una strada ho le mie buone ragioni e non torno mai sui miei passi».
La sua forza?
«Me ne frego di quello che la gente pensa di me. Non credo di avere fragilità, sono molto determinata e sicura di me stessa. Pochissime persone potrebbero farmi del male emotivo e per riuscirci dovrebbero conoscermi più di quanto mi conosca io e avere la mia stima. Quindi vivo serena. Difficile scalfirmi. Non voglio ottenere consensi mediatici».
Nel nuovo programma parlerà di truffe informatiche, finanziarie, romantiche, agli anziani e di psicosette. Hanno un meccanismo comune?
«I truffatori puntano sul senso di urgenza e nel manipolare la vittima fanno leva sul senso di fiducia istantanea. Non improvvisano. L’inganno viene pianificato attentamente. Bisogna che i cittadini siano consapevoli dell’esistenza del fenomeno e usino strumenti di difesa che indicherò».
Le sue passioni.
«Mi alleno tre volte a settimana col personal trainer e possiedo tre moto: due Harley- Davidson e una Ducati. Amo fare lunghi viaggi sulle due ruote. Ho due cani e un gatto che tratto come fossero figli».