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 2026  luglio 10 Venerdì calendario

Dibba al bivio, i timori a sinistra per un «effetto Vannacci»

Ma «Dibba» si farà partito? Alessandro Di Battista – tribuno orfano di Beppe Grillo e antisistema con discreto seguito – è sempre più accreditato come il possibile «Vannacci di sinistra» alle prossime elezioni politiche. Un alter ego del generale, insomma, ma come «guastafeste» del Campo largo. L’obiettivo? Dragare voti al Movimento Cinque stelle, suo ex partito, e pure a sinistra. Senza disdegnare i consensi «rossobruni». Dibba per ora ha il contenitore: Schierarsi, l’associazione fondata nel 2023 con cui sta facendo politica «dal basso». «Ma bisogna vedere se avrà le p... per misurarsi davvero alle elezioni», osserva velenoso al Corriere un suo vecchio sodale. Per capire se Dibba scenderà davvero in campo bisognerà aspettare ottobre. Pro Pal, pro Putin, anticasta, antimedia e antitutto, negli ultimi tempi, il fu grillino radicale sta battendo palmo a palmo l’Italia con i banchini per raccogliere le firme per il referendum per chiedere l’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali. L’obiettivo sono 500 mila firme, il minimo per indire un referendum: mancano 25 giorni per riuscirci, ma i «Dibba boys & girls» sono a buon punto. Un’asticella importante, che se verrà superata aumenterà le pressioni su «Ale». Perché allora la «macchina» dei volontari di Schierarsi – guidata da Luca Di Giuseppe, abile smanettone 30enne specializzato nella costruzione di campagne di comunicazione politica – potrebbe chiedere con forza a Di Battista di candidarsi, forte appunto di questa «base» da mezzo milione di persone.
L’effetto di questa sua possibile discesa in campo sarebbe simile a quella di Roberto Vannacci, che se davvero corresse in solitaria rischierebbe seriamente di far perdere il centrodestra. I numeri di Di Battista sono decisamente inferiori a quelli del generale, dato dagli ultimi sondaggi al 6% ma con una tendenza di crescita importante, che però potrebbero essere altrettanto decisivi per il centrosinistra in una partita all’ultimo voto. Il primo a essere consapevole dei rischi è Giuseppe Conte. Tanto che il capo dei Cinque stelle, per niente amato da Dibba, ha già messo le mani avanti: «Non sarà mai un nemico per me. Di Battista lo stimo molto, è una persona che sta facendo molto in termini di comunicazione – le sue parole dell’altro giorno a Sky —, siamo abbastanza vicini su molte delle posizioni che lui prende. Se vorrà fare un partito, sarà lui a deciderlo. Dovete fare la domanda a lui, non a me». Realpolitik contiana, vedremo.
Intanto, siccome «Ale» è uno di sinistra ma con diverse fughe a destra, in quest’ultima estate di fantapolitica elettorale si è vaneggiato pure di un suo incontro con Vannacci. Ma il generale è netto: «Non ho mai visto e mai incontrato Alessandro Di Battista. Non lo seguo e non entra nel novero delle persone che potrei prendere in considerazione». Lo considera un possibile alleato? O una minaccia? «Nessuna delle due cose. Semmai è il tentativo di certa stampa di delegittimare Vannacci e Futuro nazionale – chiosa il capo del partito di estrema destra —. Prima mi accostavano a Renzi, poi a Putin, ma poi Putin no perché sono trumpiano... Vogliono solo delegittimarci». Il tribuno grillino e il generale. Così (apparentemente) diversi, ma uniti da obiettivo: essere l’ago della bilancia nel 2027.