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 2026  luglio 10 Venerdì calendario

Si chiude il funerale di Khamenei dopo sei giorni

Al terminal dell’aeroporto di Mashhad, la scena è pronta da giorni. Centosessantotto zaini colorati sono allineati sul pavimento lucido, ciascuno con la foto di un bambino e un paio di scarpe posate davanti. È il memoriale per i bambini della scuola elementare di Minab, uccisi il 28 febbraio in uno dei primi raid israelo-americani, la strage più grande della guerra. Quando l’aereo civile scortato dal caccia tocca terra e la bara di Ali Khamenei viene scaricata, il corteo della Guida entra in questo corridoio di assenza: il «padre» della Repubblica islamica che saluta per l’ultima volta i propri «figli» martirizzati.
Mashhad è la città natale di Khamenei, ma è soprattutto la città dell’Imam Reza e del suo santuario, cuore spirituale dell’Iran. Il corteo accompagna la salma dell’ayatollah e quelle dei quattro familiari uccisi con lui, su un camion dalle pareti di vetro, simile a quello usato a Teheran, nel loro ultimo viaggio verso la sepoltura. I feretri, avvolti nella bandiera della Repubblica islamica, scorrono lenti, visibili da ogni lato. Come a Teheran, a Qom, nelle tappe irachene, i media ufficiali parlano di «milioni» di persone venute a dire addio all’uomo che per trentasette anni ha guidato il Paese, e accostano le immagini a quelle del funerale di Ruhollah Khomeini nel 1989, la matrice mitica a cui tutto deve somigliare.
Le strade di Mashhad sono cucite di stoffa. Le bandiere della Repubblica islamica si intrecciano col nero dei veli e del lutto. Ma è il rosso che prevale: drappi appesi ai balconi, issati sui pali della luce, stretti tra le mani, il colore della vendetta che avvolge ogni tappa del corteo. Dall’alto, nelle immagini satellitari, quella massa di tessuti e di corpi è un nastro compatto che taglia la città verso il santuario, una colata di colore pensata per ricordare il sangue versato e indicare la strada verso il nemico il cui volto compare a ogni angolo. Su un lato di un hotel che si chiama – ironia della sorte – Miami, un enorme striscione ritrae Donald Trump in caricatura, con una taglia sulla testa. Più avanti un uomo passa con un cartello in inglese, dove si vede Benjamin Netanyahu: «There will be blood», «sarà versato del sangue».
Le gigantografie di Khamenei coprono i palazzi e si stendono lungo i viali che portano verso all’Imam Reza. Le preghiere arrivano dagli altoparlanti, intonate da muezzin e oratori, litanie che rimbombano tra le facciate, si spengono e ripartono. A ogni incrocio tornano gli slogan antichi, «Morte all’America, morte a Israele», mentre bambini con cappellini nei colori della Repubblica islamica tengono la mano ai genitori e guardano il corteo come una lezione di storia impartita per strada.
«Qui tutti cercano vendetta», racconta ai giornali un negoziante di Mashhad. La sepoltura chiude sei giorni di riti funebri che il regime ha concepito come un tour del dolore e della forza: Teheran, Qom, Najaf, Karbala, Mashhad. Sei giorni in cui la Repubblica islamica ha occupato lo spazio pubblico con il corpo della Guida e con i corpi dei suoi sostenitori, per mostrarsi compatta agli occhi del mondo, mentre sullo sfondo le bombe americane tornano a cadere sullo Stretto di Hormuz.
Dentro il santuario dell’Imam Reza, la preghiera finale va in onda sulla tv di stato, non è guidata da Mojtaba Khamenei, il figlio successore ferito nel raid di febbraio e mai più apparso in pubblico, ma dal primogenito Mostafa. Dopo sei, lunghi, giorni le telecamere si spengono per il momento della sepoltura, che rimane un affare di famiglia. L’assenza del neo-ayatollah rimane una frattura nella narrazione del regime. Da ieri circolano voci su una sua possibile apparizione a Qom, ma non ci sono conferme. A sera, la notizia di un attacco a sud di Mashhad, dove sono stati uccisi tre basiji.
Per chi guarda da dentro, e per chi prova a guardarlo da fuori, questo ultimo viaggio da Teheran a Mashhad è una scenografia di potere, ma anche un sintomo. Il regime prova a trasformare l’infinita marcia funebre, nel racconto di un popolo addolorato che si stringe attorno alla Guida uccisa. Anche fossero davvero accorse cinque, dieci milioni di persone, la maggioranza degli iraniani, quella che non compare nelle riprese, non è lì. E in quella maggioranza c’è chi vede Khamenei come il dittatore che ha sparato, impiccato i propri figli, che li ha fatti arrestare, li ha fatti scappare. Per Ashkan, da Qom, «quell’uomo per 37 anni ha badato al proprio potere e a quello del sistema che ha contribuito a fondare, più che al benessere di una popolazione che soffoca e non arriva a fine mese». È in quello scarto, nel silenzio di chi non c’era, che si misura quanto sia fragile questo corteo stretto intorno a una bara.