Corriere della Sera, 10 luglio 2026
Lo Stretto come ricatto e l’errore Usa. Così il regime sfrutta l’ambiguità dell’accordo
Se il futuro dello Stretto di Hormuz resta tanto difficile da definire, è perché non è mai stato prima di tutto un problema di soldi. È una partita la cui posta in gioco va più in profondità, perché riguarda il controllo geopolitico: quelle che Donald Trump definisce le «carte» che un Paese può mettere sul tavolo di fronte ai propri avversari.
Fosse stata solo una questione economica, un rapido calcolo delle convenienze l’avrebbe risolta da tempo. L’Iran è proprietario di fondi congelati all’estero forse per oltre cento miliardi di dollari, mentre il memorandum firmato a metà giugno impegna gli Stati Uniti ad aiutare a «sviluppare un piano da almeno trecento miliardi di euro per la ricostruzione e lo sviluppo economico» della Repubblica islamica. Sul piano contabile, al regime di Teheran raggiungere un compromesso con la Casa Bianca converrebbe molto più che rischiare una continua belligeranza per poter imporre un pedaggio all’ingresso del Golfo. L’Iran si libererebbe una volta per tutte delle sanzioni sul petrolio, recupererebbe i fondi congelati e potrebbe sperare in altri aiuti: ne avrebbe molto più di quanto potrebbe estrarre da anni di prelievi sul traffico del Golfo.
Chiusure in futuro
Invece qualunque compromesso è fragile perché l’Iran, da Hormuz, non cerca soprattutto soldi ma potere di ricatto. Vuole poter bloccare i transiti dallo stretto da cui passava un quinto del petrolio e del gas naturale del pianeta, prima della guerra. Intende usare la minaccia di chiudere Hormuz come un’arma per inibire nuove aggressioni e garantire la propria sicurezza. Majid Shakeri, consigliere del capo dei negoziatori iraniani Mohamed Bagher Ghalibaf, lo ha espresso alla televisione nazionale tre giorni fa: «I ricavi sono subordinati al controllo – ha detto —. O teniamo lo Stretto, o ciascuno di noi diventerà un martire per esso».
Sono parole chiare, in confronto all’ambiguità del punto 5 del memorandum d’intesa di metà giugno fra gli Stati Uniti e l’Iran. Quel testo afferma che Teheran userà «i suoi sforzi migliori per garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali, senza costi solo per sessanta giorni (dal 16 giugno, ndr)». Inoltre, «la Repubblica islamica dell’Iran condurrà un dialogo con il sultanato dell’Oman per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto (…) in linea con i diritti sovrani degli Stati costieri».
Che gli Stati Uniti abbiano sottoscritto una clausola così equivoca, la dice lunga sul dilettantismo degli uomini ai quali Donald Trump si è affidato: suo genero Jared Kushner, il suo amico e socio immobiliarista Steve Witkoff, oltre al vicepresidente JD Vance.
Quelle parole del memorandum sono interpretabili come una violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sulla legge del mare, del 1982, che stabilisce il «diritto di navigazione continuo e senza intralci» attraverso gli stretti.
Ed è infatti come la fine dei vincoli di quel trattato che l’Iran interpreta il memorandum. La Casa Bianca naturalmente offre una lettura diversa, ma era prevedibile che su questo aspetto tornassero a esplodere le tensioni. Forti di quella clausola, i guardiani della rivoluzione hanno attaccato le navi che non hanno chiesto loro il permesso di passare da Hormuz; e forti di una lettura diversa di stesse parole del memorandum, gli Stati Uniti attaccano i guardiani della rivoluzione.
Non sarà facile trovare l’uscita. Non è chiaro perché i bombardamenti americani dal cielo oggi debbano riuscire a riaprire lo Stretto, dopo aver fallito (anche) in questo per oltre cento giorni in primavera: le forze di Teheran perseguono una guerra asimmetrica con piccoli droni o barchini difficili da eliminare. Né è chiaro, tuttavia, che gli stessi miliziani dell’Iran siano disponibili a rientrare in un sanguinoso ciclo di ritorsioni.
Ieri il corpo navale dei guardiani della rivoluzione ha attaccato «l’avventurismo dei terroristi dell’esercito americano», ma ricordando anche che nelle ultime due settimane il Golfo si era riaperto «a circa il 50% del traffico prebellico».
Il comunicato di Teheran invece evita di minacciare ritorsioni e anzi parla della prospettiva del «processo di graduale apertura» di Hormuz.
Sono le parole di un soggetto che cerca di ricostituire un fragile equilibrio, almeno fino alla prossima crisi. Così Stati Uniti e Iran non riescono a coesistere né in pace, né in guerra. Un’ottima ragione, anche se presto tacessero le armi, per mantenere sempre un po’ di febbre nel prezzo del petrolio.