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 2026  luglio 09 Giovedì calendario

Caos e poca gente al primo comizio del Campo Largo

Comincia come era difficile immaginare. Con i poliziotti schierati davanti al palco in tenuta antisommossa. Caschi, scudi e manganelli. Un gruppo organizzato, formato da una cinquantina di disoccupati e noto qui a Napoli per blitz di questo tipo, urla un po’ di tutto. Lamentano la sospensione dei finanziamenti per il loro percorso di formazione. Ce l’hanno con il ministero, con la Regione, con il Comune, con tutti. Tra i vari cori: «Nessuna mancetta elettorale, vogliamo lavorare».
Questa l’accoglienza riservata a Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Spintoni e momenti di tensione che avvengono, ironia della sorte, proprio sotto allo slogan della manifestazione progressista: «Al lavoro per cambiare l’Italia». In attesa dell’arrivo dei leader, tre deputati campani del Pd provano a calmare gli animi: «Siamo qui per dare una mano, quando arrivano vi ci facciamo parlare», assicurano Marco Sarracino, Arturo Scotto e il segretario dem regionale Piero De Luca. Avverrà, effettivamente, dopo circa un’ora nel retropalco. Un capannello con i leader di Pd, M5s e Avs, più il presidente della Campania, Roberto Fico, e il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, in silenzio ad ascoltare i delegati dei disoccupati.
Strette di mano, sembra tutto risolto, ma non è così. Perché sotto al palco è arrivato anche un gruppetto di Potere al Popolo con megafoni e bandiere, predisposti alla contestazione. Partono subito, all’inizio del comizio, proprio contro Manfredi e Fico. Circondati da poliziotti e carabinieri, in venti gridano «vergogna», «vattene», «traditori» ai due amministratori locali. Manfredi parla tre minuti e scivola via, Fico ci prova un po’di più, poi anche lui abbandona il palco. A nulla serve l’invito al dialogo di Conte: «Venite qua dietro e parliamo con calma», dice l’ex premier, ma per tutta risposta gli urlano «buffone». Schlein è incredula, resta semi pietrificata sulle scalette del palco. Il comizio viene sospeso per lunghi minuti in un clima surreale, mentre gli altri manifestanti “di partito” urlano «fuori» e «fascisti» verso quelli di Potere al Popolo, che alla fine vengono allontanati. Arriva perfino la «solidarietà», compiaciuta, di Giorgia Meloni, in nome della «libertà di manifestare».
Peraltro, non è nemmeno l’unico buco “logistico” della serata: Piazza del Gesù nuovo, scelta per questo comizio programmatico, è in parte transennata per dei lavori di restauro all’obelisco dell’Immacolata. Spazio a disposizione dimezzato, ma, vista l’affluenza tutt’altro che oceanica, sembra quasi fatto apposta. Non c’è il pienone, mille persone o poco più. Nella città in cui i tre partiti vincono e governano. Si prova a creare artificialmente il colpo d’occhio con le bandiere e quelle del Movimento spiccano su quelle del Pd. Pino Daniele colonna sonora obbligata. Dietro le transenne, a bordo palco, si intravedono anche gli “imbucati” Riccardo Magi di Più Europa ed Enzo Maraio del Psi: non erano al famoso tavolo dell’osteria, dove è stato annunciato questo appuntamento, ma non sono voluti mancare per testimoniare «l’unità del centrosinistra».
Perché questo è l’obiettivo della trasferta napoletana, mostrare che l’alternativa è pronta, con una base di temi e proposte condivise per il programma di governo. Il catalogo è noto, il copione scritto: liste d’attesa nella sanità da tagliare, salario minimo da introdurre («sarà la prima misura del nostro governo»), come il congedo paritario o la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Poi, in ordine sparso, pace, sicurezza, educazione sessuale e affettiva a scuola, lotta dura contro la nuova legge elettorale, no al riarmo nazionale, sì alla difesa comune europea. Inevitabili i riferimenti al vertice Nato di Ankara, Bonelli va dritto: «Gli impegni presi da Meloni per l’aumento delle spese militari per noi sono carta straccia – scandisce il portavoce dei Verdi – vinceremo le elezioni e useremo quelle risorse per i bisogni dei cittadini». E Conte sottoscrive: «La premier fa il fenomeno, spieghi dove va a prendere quei 19 miliardi, viste le condizioni economiche degli italiani – attacca il presidente M5s – basta buttare soldi in armi». Poi si avventura sulla Russia, che «non rappresenta una minaccia per l’Europa, né oggi né mai». Non nomina l’Ucraina, non lo fa nessuno dal palco di Napoli. Proprio nel giorno in cui i rappresentanti del Movimento al Parlamento europeo votano (come la Lega) contro la relazione sull’Ucraina e sull’adesione di Kiev all’Ue. «I 5 stelle parlano come Vannacci – punge a distanza il senatore dem Filippo Sensi –. Risparmiatevi le foto, c’è ancora molto da fare».
A sentire Fratoianni, invece, c’è già «l’architrave della nostra proposta politica» e «da settembre costruiremo un programma con tutti e senza veti». Schlein insiste che «non partiamo da zero, c’è un visione comune, si tratta di attuare la nostra Costituzione». Dedica un passaggio alla Rai, che «noi renderemo finalmente indipendente dalla politic». Chiude con il refrain del «toccherà a noi» e con la promessa di «restare uniti per vincere e per governare». Alla fine, con buona pace di Sensi, classica foto di gruppo e poi giù dal palco a stringere mani e scattare selfie. I contestatori, per fortuna, non ci sono più, ora c’è chi grida «governo, governo». Sipario sul tragicomico battesimo dell’alleanza progressista.