il venerdì, 10 luglio 2026
Il paese di Padre Pio è in crisi
La società che gestisce l’hotel Ali si chiama Nuvole Bianche. Nella pagina di presentazione della struttura due ali di angelo figurano accanto a una coppia di appendiabiti. Un’altra foto mostra un lampadario sfarzoso. “San Giovanni Rotondo è per antonomasia il Luogo dove rigenerare corpo e mente, all’insegna della preghiera e della fede”, recita la promozione. La chiamano “Soul experience”, un vero “toccasana per lo spirito”. Si presenta come un albergo chic, ma i prezzi sono abbastanza accessibili: 94 euro a notte per una stanza da tre persone a giugno, 114 a Ferragosto.
L’ultima capitale del turismo religioso, la più recente, legata al culto di San Pio, ripete i cliché delle storiche mete italiane. Come la concorrente Assisi, che quest’anno festeggia l’ottavo centenario della morte di San Francesco. Anche lì, da tempo le strutture ricettive hanno imparato a giocare con la spiritualità nelle loro insegne, dedicandole alla narrazione francescana come l’estasi, il poverello o la sorella Luna.
Con il segno meno
Ma a San Giovanni Rotondo, paese di ventiseimila abitanti nel cuore del Gargano, noto in tutta la regione per l’alto reddito pro capite in una delle province più povere del Sud, quel continuo richiamo al sacro rischia di apparire inattuale. Dopo la ripresa del 2025, anno giubilare, i flussi turistici hanno ripreso a calare. Da gennaio ad aprile gli arrivi sono passati da 54 mila 679 a 43 mila 407, il che equivale a un calo del 20 per cento. Ancora più marcata la diminuzione degli stranieri: da 25 mila 431 a 15 mila 617, ovvero -39 per cento. Conferma Nunzia Dragano, presidente degli albergatori locali: «I polacchi ci sono sempre e meno male che ci sono. Qualche sloveno, brasiliano, filippino. Ma questi primi mesi non sono stati il top». Dalla fine del 2025 è venuto meno, per i proprietari di alberghi, il vincolo di destinazione d’uso contratto per venticinque anni con i finanziamenti del Giubileo del 2000. Ora possono convertirli ad altro. «Molti hanno chiuso o si sono trasformati», spiega Dragano. Alcuni per esempio sono diventati residenze sanitarie assistite. Quattro alberghi, recentemente, sono stati trasformati dalla Prefettura in strutture di accoglienza per richiedenti asilo.
L’altro tipo di turismo su cui ha scommesso San Giovanni è quello sanitario. Anche questo indissolubilmente legato alla volontà del frate di Pietrelcina di edificare un grande ospedale in un’area così depressa e isolata, nella “montagna brulla”, come la descriveva lo scrittore Giovanni Gigliozzi, uno dei primi intellettuali che scoprì il frate negli anni Trenta, ricordando i primi passi che portarono alla nascita della struttura. La Casa sollievo della sofferenza ora ha compiuto settant’anni e gli acciacchi dell’età li mostra tutti. Ha accumulato debiti per almeno cento milioni di euro – ma secondo i sindacati la somma è di gran lunga superiore, quasi 300 milioni – e per evitare il tracollo il Papa ha inviato sul posto una commissione di vigilanza, presieduta dallo spagnolo Maximino Caballero Ledo. L’istituto di ricovero e cura a carattere scientifico è tuttora il più importante del Mezzogiorno dopo il Cardarelli di Napoli e attira pazienti, con le loro famiglie, da tutto il Sud e anche dal Centronord, soprattutto per interventi oncologici come il tumore al seno. Se però l’operazione salvataggio non va in porto, è il colpo di grazia per San Pio City, dove devozione religiosa e sanitaria sono intimamente connesse.
«In vent’anni di carriera qui ho visto tanti pazienti venire con la speranza nel miracolo, che per loro era la guarigione», ricorda Vincenzo D’Angelo, il neurochirurgo chiamato a San Giovanni dal Niguarda negli anni Novanta, «quando erano bambini e non c’erano speranze ho pianto più volte, buttando via i guanti e rischiando di perdere la fede. Ma avvertivo la presenza di qualcosa che mi portava a fare scelte estreme, di intervenire su casi giudicati inoperabili. E spesso, nei diecimila interventi che ho eseguito, ci siamo riusciti».
Questo spiega meglio il clima di sospensione mistica che si respira nella cripta, nel santuario, nel grande slargo davanti alla chiesa progettata da Renzo Piano. E alimenta anche quel culto pagano che, a distanza di un secolo dalla vendita delle pezze con il sangue delle stimmate, si è plastificato e banalizzato in un’industria di souvenir che ha trasformato il santo proveniente dal Beneventano magico in qualsiasi sembianza: ad esempio una “bambola ripiena” realizzata a Kansas, negli Stati Uniti, in cotone, gabardine e imbottitura premium, e si vende on line a 26 euro e 40. O il lumino elettronico, la lampada a led, la calamita da frigo, il profumo, l’olio benedetto, il rosario profumato. “Il Rosario è l’arma per questi tempi”, diceva padre Pio, come ricordano i venditori online, che spiegano anche che il santo “viene spesso invocato per alleviare lo stress”, mentre un’acquirente recensisce un bambolotto fatto a mano così: “È così morbido che sembra un pancake al latticello. Ed è perfetto per dormire. Il mio aveva un paio di fili sciolti, comprensibilmente perché è fatto a mano con amore, rifilato senza problemi. I piccoli dettagli delle stimmate sono così adorabili! È un regalo perfetto per bambini e ragazzi”.
Ma a San Giovanni il business è ormai in declino. Perfino i cinesi, che si erano insediati con i loro laboratori qualche anno fa, sono andati via. Sono emigrati in Germania o in Svizzera, invece, molti dei venditori che avevano ottenuto il loro chiosco in piazza Anfiteatro. Lì la politica locale, ai tempi del boom, negli anni Novanta, aveva sistemato i disoccupati che s’erano improvvisati commercianti per avere la loro fetta di miracolo economico. Oggi su 34 strutture, 24 hanno abbassato le saracinesche. I sopravvissuti aprono solo la domenica, quando si affaccia qualche pellegrino. Un commerciante mostra una statua ad altezza d’uomo di San Pio: «Vedi questa: sono cinque anni che ce l’ho, non riesco a piazzarla. A Roma, al Vaticano, una uguale costa 3.300 euro, io qui la do a 1.500. E ci rimetto, perché la resina è arrivata a prezzi pazzeschi». Francesco Bisceglie ha un’azienda che le produce e se lo provochi esplode: «Stiamo per chiudere. Con tutte le tasse che paghiamo non reggiamo più». Da cinque anni il parcheggio multipiano realizzato con i fondi del Giubileo – 9 miliardi e 613 milioni di lire – è chiuso, i dodici dipendenti sono stati licenziati, il cartello giallo con le tariffe comincia a diventare illeggibile. La nuova sindaca dovrà decidere come riattivarlo, ma finora non ci sono state grandi proposte.
Eppure San Giovanni Rotondo continua a giocare la carta dello sviluppo turistico: il Comune ha prenotato 4,8 milioni di euro dai fondi di coesione dell’Unione europea per realizzare un “palazzetto multimediale con piscina socio-sanitaria”. Dei finanziamenti europei hanno beneficiato molti alberghi del posto – Ali, per esempio, ottenne 919 mila euro nel 2020 – e anche l’ospedale vive di provvidenze pubbliche: la Regione Puglia versa ogni anno intorno ai 250 milioni di euro. Anche perché per anni è stato l’unico presidio nel territorio. Poi ha cominciato a crescere anche l’ospedale pubblico di Foggia. E questo spiega la perdita di attrattività del nosocomio religioso. Che ora potrebbe aprire le porte a grandi gruppi della sanità privata come il San Donato di Milano, il cui vicepresidente, Kamel Ghribi, è stato ricevuto recentemente da Leone XIV. Ora si guarda anche ai gruppi di preghiera nel mondo e ai donatori privati, che negli ultimi tre anni hanno versato più di 40 milioni, destinandoli all’acquisto di macchine per le Tac e altre attrezzature. Ma soprattutto alle banche. Perché facciano la loro parte. In devozione di padre Pio.