la Repubblica, 9 luglio 2026
Piloti Nato liberi di colpire i russi
Viene modificata una sola parola, trasformando la missione della Nato da “policing” a “defence”. Ma il significato di questo cambiamento è drammatico perché indica che la situazione nel Baltico è a un passo dalla guerra e il pericolo di un’escalation viene considerato altissimo. Tanto da concedere al comando atlantico la possibilità di usare le armi senza autorizzazione politica per abbattere droni e jet che violano il confine del fronte orientale dell’Alleanza. I piloti degli intercettori adesso hanno “un ampio mandato” per fare fuoco contro “gli oggetti che rappresentano una minaccia”.
Si tratta di un messaggio rivolto direttamente a Vladimir Putin: il vertice di Ankara ha preso in considerazione gli allarmi dell’intelligence su una possibile provocazione russa nel Baltico per testare la coesione della Nato e ha messo tutta la regione sotto lo scudo di un’iniziativa militare senza precedenti, che ha il via libera per andare allo scontro diretto in qualsiasi momento.
Il senso della decisione viene spiegato dal presidente lituano Gitanas Nauseda: «Quella attuale di air policing è un’operazione concepita per il tempo di pace, quando i caccia reagiscono alle violazioni scortando gli intrusi. È una forma di deterrenza. Ma oggi ci misuriamo con uno scenario che non è completamente di pace». Lo scorso 20 maggio proprio in Lituania un’incursione di droni ha obbligato premier e ministri a rifugiarsi nel bunker antiaereo. In Lettonia negli stessi giorni c’è stata addirittura una crisi di governo provocata dagli sconfinamenti dei velivoli teleguidati.
Questi piccoli Paesi non hanno un’aviazione e la difesa dei cieli è affidata a squadriglie della Nato: anche Eurofighter ed F35 italiani sono stati spesso schierati lì. Il primo problema con cui si misurano sono i voli condotti dall’enclave russa di Kaliningrad, che irrompono senza preavviso nelle zone di competenza del traffico aereo delle nazioni baltiche. Spedizioni che spesso assumono dinamiche minacciose, come è accaduto nello scorso settembre quando i Sukhoi hanno puntato su Tallinn, fronteggiati dagli intercettori della nostra Aeronautica. Negli ultimi mesi c’è stato poi un viavai di droni russi e ucraini. Kiev ha dichiarato che i suoi velivoli sono stati deviati dalle contromisure elettroniche di Mosca. Due sono stati distrutti dai caccia della Nato, che hanno aperto il fuoco per la prima volta in assoluto. Adesso – come ha scritto il ministro degli Esteri estone – gli stormi atlantici «avranno maggiore flessibilità per una risposta più rapida alle minacce».
È indirizzata al Cremlino pure l’apertura di Trump sui Patriot per l’Ucraina. Il presidente Usa ha detto di stare valutando la licenza per produrre i missili nelle industrie di Kiev. Non ha accolto la richiesta di Zelensky, che ha un disperato bisogno di consegne immediate di Patriot: la sua contraerea li ha esauriti e questo permette ai russi di bombardare le città. È accaduto anche l’altra notte, mentre i leader dell’Alleanza erano riuniti in Turchia: cinque Iskander sono piovuti indisturbati sulla capitale. In meno di una settimana Mosca ha scagliato 150 missili a lungo raggio: quanti ne vengono costruiti dagli Usa in tre anni mentre l’Europa ne è totalmente priva. Le parole di Trump non bloccano questi attacchi: per realizzare una fabbrica di Patriot servono come minimo due-tre anni. Testimoniano però la volontà di appoggiare Kiev e costituiscono una pressione per portare Putin a trattare. La strategia del Cremlino è diretta al logoramento delle risorse ucraine e solo il sostegno occidentale può farla fallire. Nonostante i raid dei droni che ogni giorno vanno a incendiare le raffinerie russe, rendendo sempre più complicato trovare carburante nei distributori, le offensive di Mosca nel Donetsk vanno avanti e più che a conquistare territorio mirano ad aumentare le perdite di soldati e mezzi ucraini, così come i bombardamenti assestano colpi alla rete industriale e al morale della popolazione. Il vertice Nato però ha ribadito supporto pieno a Zelensky, che si può trasformare nella leva per i negoziati. Putin è in difficoltà e anche ieri uno dei suoi impianti petroliferi più importanti è andato in fiamme: la sua credibilità interna comincia ad essere messa in discussione. E, come ha detto Marco Rubio nell’incontro con Zelensky, proprio questo scenario cupo può fare spazio a un percorso per fermare le armi.