la Repubblica, 9 luglio 2026
I misteri di Valterino
Da che mondo è mondo i furfanti sono molto più simpatici delle persone buone, serie e affidabili. Non si spiegherebbe altrimenti tanta formidabile letteratura, tanto teatro, tanto cinema, ma anche tanta cronaca, vedi il misterioso caso di Valter Lavitola, “Valterino”, che entrò nel cuore di Bettino, di Silvione e adesso addirittura di Sigfrido, il Cavaliere Bianco del giornalismo d’inchiesta.
Con qualche scrupolo esperienziale si può aggiungere che la vita stessa è pericolosamente ambigua perché siamo tutti fragili; che la ribalderia, in particolare, è molto spesso utile al potere e alla fama e forse per questo esercita un indubbio fascino sui protagonisti della vita pubblica, non di rado più fragili di quanto i comizi, i giornali, la tv e i social li mostrino a un pubblico sempre più cinico e distratto.
Questa lunga premessa di mani avanti avrebbe l’ambizione di proiettarsi nel tempo, per cui tra Prima, Seconda e Terza Repubblica, al cospetto di Lavitola che tutte e tre ha attraversato – procurando cicorietta a Craxi in esilio, scheda telefonica panamense intestata a un cittadino peruviano a Berlusconi e affettuosa ospitalità a Ranucci in quel “Cefalù bistrò” andato a fuoco 13 giorni dopo l’inaugurazione – ecco, il tempo non fa troppa differenza.
Attenzione: né il sospettosissimo Craxi né Berlusconi, uso a difendersi dalle peggiori sanguisughe, erano degli sprovveduti; come non lo è Ranucci. Eppure si direbbero soggiogati dal personaggio. Dal che è normale chiedersi a quale causa debbano attribuirsi l’irresistibile magnetismo e la rigogliosa stabilità storica di Valterino: se alla virtù o alla Fortuna in senso machiavellico, o magari a una super potenza mondiale, alla massoneria, alla psicologia oppure – stai a vedere – a quella sua faccia da eterno bravo ragazzo, lasciapassare bio-estetico divenuto invincibile dopo la scomparsa dalle vecchie nonne e zie.
Il timore è di buttarla in caciara, o peggio scandalizzare le anime belle e ingenue tessendo una sorta di apologia del faccendiere-bombarolo (forse) di cui si trova già traccia nel benemerito archivio della Fondazione Craxi, là dove in corrispondenza con Bettino si riprometteva di far “risorgere l’idea”, ma intanto bussava a quattrini seminando sospetti sulla depurazione delle acque in Campania e sul titanico scontro inter berlusconiano Caccavale-Martusciello.
Il livello salì senz’altro con Berlusca, come documenta uno dei più eccezionali cicli di intercettazioni telefoniche della storia repubblicana. Quando la storica segretaria Marinella cercava invano di arginarlo: «Mi togli il fiato!»; o lo implorava, e sembra il titolo di una canzone: «Lasciami vivere». Di notte era più semplice, il Cavaliere era depresso e un po’ rimbambito e lui cercava di rianimarlo con lusinghe tipo: «Io sinceramente non credo che ci sia una donna al mondo che se lei telefona e le dice: “Vieni qui e fammi una pompa!”, quella non viene correndo» – anche se al termine dell’oscena constatazione riluceva un gioiellino di garbo: «Dottore, lei mi perdona se mi permetto...».
Perdonato, senz’altro. Gli aveva fatto credere che a suon di milioni e attricette la “spallata” era possibile; gli aveva consegnato la testa di Fini su un piatto d’argento; da imprenditore ittico brigava con Finmeccanica, voleva costruire carceri in Sudamerica, pensa tu, e intanto chiedeva una Maserati quattroporte executive «o una cosa adeguata». Provvedeva del resto alla costosissima gestione romana di Tarantini, che te lo raccomando, e signora. Per cui così poteva congedarsi con l’uomo più ricco e potente della nazione: «Un bacione, grazie a lei, stia su, Dottore!».
E insomma, da capo: come spiegare questa continuità lavitolesca negli affaracci del potere e della fama? Beh, è ovviamente un’ipotesi, ma a toglierci dall’imbarazzante interrogativo potrebbe essere l’Italia: sì, quell’Italia, questa Italia, guarda caso, che proprio a Lavitola il presidente Berlusconi definì, in notturna, «un paese di merda».
Solo in Italia d’altra parte l’umanità assolve e riscatta ogni male; e del carattere di noi italiani, anche se mai lo ammetteremmo, Valterino incarna parecchi tratti: è impetuosamente simpatico, scaltro, cialtrone, romantico, pallonaro, acuto, megalomane, umile quando serve, prepotente idem. Una maschera d’italianità, con impronta napoletana e adattamento tra i Caraibi e il Sudamerica, Hammamet e Palazzo Grazioli, gente poco raccomandabile e un ristorante di pesce di sorprendente e appetitosa comunella.