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 2026  luglio 09 Giovedì calendario

Anna (Anna Pepe) parla della sua carriera

Per chi ha più di vent’anni è un rebus, ma per gli altri – ragazze e bambine soprattutto, anche se è meglio non generalizzare – Anna è religione. O meglio, rivoluzione. «Ai genitori dico: cominciate a guardarmi con gli occhi dei vostri figli». E cioè con quelli di chi, in questa 22enne di La Spezia, ha trovato un’amica, un modello. Vero fenomeno di costume di oggi, è la prima donna del rap italiano a entrare nella stanza dei giochi dei maschi e a battere i colleghi – dischi di platino, tormentoni – con i loro stessi mezzi: soldi e divertimento, ma da una prospettiva femminile. Mancava. Le sue hit (prima 30° e Désolée, per il 2026 ecco White girl wasted) sono schegge tagliate per TikTok, ma dietro c’è un’artista vera, che ha colmato da sola un vuoto – quello delle donne nel rap – partendo da zero, come racconta nel nuovo album Million dollar babe (esce domani, altra potenziale fucina di successi). Pochi proclami, tanti fatti. Figlia e madre del proprio tempo. «La dedizione mi ha salvata in questa scalata».
E adesso canta: «Posso fare la cantante oppure la modella».
«Scherzo, è goliardia. Tipica del rap, anche di quello maschile. È un modo per dire che mi sento bella, ma la musica è la mia vera passione».
Soffriva del fatto che, nel rap italiano, prima di lei non ci fossero donne?
«In realtà c’erano, da Beba a Chadia Rodriguez, ma non ricevevano il giusto riconoscimento. Non so perché. All’inizio ho subìto pregiudizi: “Una donna non può rappare”. Oggi però la questione di genere, nella musica, è superata: basta fare canzoni che spaccano, il resto non vale la pena. Parlo per me: sono stata solo me stessa».
Cosa vedono in lei le sue fan?
«Un modello. Non che lo volessi: mi ci sono ritrovata e, davanti alle adolescenti, sento delle responsabilità. Non sono perfetta e non devo educare nessuno. Ma vorrei che prendessero il buono che c’è in me: la forza di farsi strada da sole, di non farsi dettare le regole. Appunto, come Million dollar baby, film che adoro. Come Ultimo, ho successo perché parlo la lingua di chi mi ascolta. Ci accomuna il fatto di essere noi stessi».
Ci sono anche maschi tra il pubblico.
«Perché sono bella (ride). Scherzo: perché ho un lato maschile molto marcato. Ho tanti amici, siamo tutti baddie».
Il termine è finito sulla Treccani. Come lo spiega a chi è rimasto indietro?
«Lo dico ai genitori: baddie sono i figli che non vi ascoltano, ma ascoltano me. Indipendenti, che non si fanno mettere i piedi in testa, ma anche dolci. Tanti si confidano con me, mi scrivono in privato su Instagram, come farebbero con un’amica. Forse è anche questo il segreto: sono una di loro».
La sua svolta?
«Nel 2020, con Bando, prima della pandemia. Avevo pagato di tasca mia – 25 euro al giorno – uno studio a La Spezia, senza aspettative. Fu un trauma, ma felice. Oggi la detesto: non mi piace più, sono cambiata».
Il suo successo nasce online. È stato un handicap?
«Mi ricordo, all’uscita di una discoteca, dopo una serata, il proprietario che disse: “È una ragazzina, ha fatto due canzoni”. Temevo di essere una da un successo e via. Ho lavorato tanto per restare. È la mia rivincita».
La musica le ha cambiato la vita?
«Vengo da una realtà piccola, non volevo studiare, stavo per cominciare a lavorare come cameriera, su impulso di mio padre, giustamente. Bando mi ha tirato fuori da una vita qualunque. Oggi sono a Milano, faccio quello che amo. Ho poco tempo per rilassarmi, ma va bene così. Quando posso, viaggio o torno a casa».
I suoi genitori?
«Siamo legatissimi. Mamma è un’artista: ha dipinto una delle cover del disco. Nel 2019 mi impedì di andare a Italia’s got talent, dicendo che presto sarebbe arrivata un’occasione migliore. Aveva ragione, ha istinto. Ancora oggi mi affido a lei: se non le piace qualcuno con cui esco, di solito ci vede giusto».
“Million dollar babe”, oltre che un disco estivo, è anche un disco di relazioni, a volte tossiche.
«Non sempre è autobiografico, ma mi piace dare un messaggio: se l’amore vi fa stare male, chiunque voi siate, tagliate i ponti».
La musica le ha dato sicurezza?
«Molta. Anche fisicamente: sono dimagrita, prima probabilmente ero schiacciata dall’ansia di dover fare una vita qualunque. Oggi sono libera, anche se meno sicura di quanto sembri. Mi fa sorridere quando me lo dicono: mi preoccupo ancora del corpo, di un centimetro in più o in meno. Fisime da ragazza, nient’altro».
Si sente femminista?
«Sì. Senza sbandierarlo, ma dimostrandolo: una donna può farcela benissimo da sola».
In cosa resta di provincia?
«Nel gusto che provo ad arrivare in alto. A maggio sono stata al Quirinale, con altri autori e autrici, nella giornata per i 145 anni della Siae. Ascoltavo il Presidente e pensavo: davvero sono qui?».
Charli XCX disse che Kamala Harris era “brat”, cioè una persona forte, anticonformista. E Mattarella?
«È un Million dollar babe. Mi piace tanto, ma per il resto non parlo di politica: è un gioco al massacro».
Un Sanremo, per arrivare anche ai genitori, però le piacerebbe?
«Per ora no, non mi ci vedo. Meglio una conduzione in tv. O il mercato latino».
E San Siro? Ha i numeri.
«Troppo presto, anche per i fan. Detesterei vedere delle bambine lontane, buttate sul prato. Preferisco fare più concerti nei palasport. Non ho mai corso e sono arrivata fin qui: perché cambiare?».