corriere.it, 9 luglio 2026
Balotelli descrive sé stesso agli americani.
Mario Balotelli è spesso spiazzante, ma la frase che lascia di stucco gli intervistatori stavolta arriva alla fine del dialogo avvenuto negli Stati Uniti, nei giorni scorsi, dove era ospite del sindaco di New York Zohran Mamdani e ha assistito a Croazia-Ghana dei Mondiali. Ospite del podcast “The Man on Show”, condotto dall’ex stella Nba Joakim Noah (figlio di Yannick) e Jozy Altidore, ex centravanti della nazionale americana, l’attaccante risponde così alla domanda su quale sia stato il momento più bello e importante della sua vita fuori dal calcio: «Quando ho ottenuto la cittadinanza italiana il giorno del mio diciottesimo compleanno – spiega Mario – perché da allora ho potuto finalmente giocare con la nazionale italiana. Io ero ghanese per la legge, pur essendo nato e cresciuto in Italia: ogni anno con la mia madre adottiva dovevo andare a firmare documenti, in quanto immigrato. In Ghana, peraltro, andò l’anno prossimo per la prima volta: non ci sono mai stato». Noah e Altidore trasaliscono, ignari delle leggi italiane: «Ma è pazzesco, una follia: non sapevamo fosse così. Nascere in una nazione e non poterla rappresentare è incredibile: in America se nasci qui sei americano e basta, qualunque parte del mondo sia la tua origine».
In precedenza Mario si era aperto, raccontando la sua vita: «Ho iniziato a giocare a calcio a 3 anni, vidi altri bambini giocare in un parco e mi venne voglia di calciare il pallone, è una passione che ho avuto sin da quei giorni e poi è cresciuta. Ma ho fatto anche boxe, judo, basket, ho provato persino hockey su prato, facevo velocità e salto in alto in atletica, ero un bambino problematico e cercavano di tenermi occupato tutto il giorno con molti sport, soprattutto il nuoto dai 7 ai 12 anni: uno sport, questo, che mi ha aiutato molto soprattutto per formare il mio fisico. I miei genitori adottivi, a Brescia, lo hanno fatto per darmi disciplina ma anche per farmi addormentare presto la sera...».
Poi, spazio al suo presente: «Non so ancora quanto giocherò, ma se il mio corpo funziona bene come ora posso arrivare anche a 40-41 anni. Fuori dal campo sto lavorando sulla mia immagine, sono interessato agli investimenti finanziari con la mia banca, mi piace andare in moto, ne ho due. Nel tempo libero mi dedico alla mia fidanzata e ai miei figli. Vorrei da una parte avere una vita senza calcio, dall’altra non voglio lasciare momenti come lo spogliatoio, gli allenamenti, l’attesa della partita, quelle emozioni che sono la vera essenza del calcio». Momento classifiche: «I momenti più eccitanti? La Champions con l’Inter, la Premier con il City e la semifinale Italia-Germania con la mia doppietta in nazionale all’Europeo.
I miei compagni più forti? In nazionale Pirlo e Cassano, all’Inter Adriano e Figo ma Adriano è stato l’attaccante più forte con cui io abbia mai giocato, aveva tutto, sembrava uno scherzo, aveva velocità, forza fisica, cinismo sotto porta. I difensori più forti incontrati sono stati Chiellini e Thiago Silvia. Il compagno migliore, Aguero. Fuori dal campo i miei amici erano mia madre e mio padre, anche Materazzi però mi ha aiutato molto».
Poi, altre riflessioni sul calcio e sulla nazionale: «Rappresentare l’Italia era tutto per me, avevo anche la responsabilità da uomo nero di supportare tutti gli immigrati in Italia, e mi piaceva. Solo Ogbonna era nero come me tra i convocati. Quando giochi in nazionale hai un paese sulle spalle, devi dare il meglio, il nostro è un Paese con molta passione». Gli ultimi pensieri sono sul Mondiale in corso: «Non c’è una nazionale che mi sta rubando l’attenzione, ci sono alcuni giocatori di talento specie giovani come Semenyo, ma la qualità del calcio per me è scesa: ora si corre di più e fisicamente c’è stato un miglioramento, però c’è meno tecnica. Mi aspetterei di più. Messi resta ancora il migliore».