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 2026  luglio 09 Giovedì calendario

Lo stipendio medio annuo è di 27.649 euro. Con lo smart working si fanno più figli

Il lavoro di oggi costruisce la pensione di domani. Per questo, di fronte a una sfida demografica senza precedenti, è necessario rafforzare l’occupazione, quantitativamente e qualitativamente, per rendere più solide le pensioni di domani. È questo il filo conduttore del Rapporto annuale dell’Inps, presentato dal presidente dell’istituto di previdenza, Gabriele Fava, nella sala della Regina alla Camera. «La previdenza – sottolinea Fava – non nasce al momento della pensione. Nasce nel primo contratto, nella prima retribuzione, nella continuità dei versamenti, nella qualità del lavoro, nella produttività, nella partecipazione delle donne e dei giovani al mercato del lavoro, nella capacità di contrastare il sommerso. Non esiste pensione solida senza lavoro stabile, regolare e dignitosamente retribuito».
I servizi abbassano i salari
L’occupazione, con più di 24 milioni di lavoratori, ha raggiunto «massimi storici, trainata dal lavoro dipendente a tempo indeterminato. Tuttavia – si legge nel Rapporto – permangono debolezze strutturali: il tasso di occupazione resta inferiore alla media europea ed è caratterizzato da forti divari di genere». Non solo. Il numero di lavoratori è aumentato soprattutto nel settore dei servizi, dove l’occupazione è più intermittente, la produttività stagnante, i salari bassi. «Le imprese dell’industria, che hanno in media più dipendenti e che versano un importo complessivo maggiore di contributi (anche per un maggiore livello medio annuo delle retribuzioni), mostrano un’incidenza decrescente negli anni, mentre le imprese dei servizi hanno un trend di segno opposto.
Le imprese dell’industria erano il 36% nel 2007 (il 43% in termini di dipendenti) mentre sono il 27% nel 2025 (il 33% in termini di dipendenti)». Per sostenere il mercato del lavoro e le imprese, nel triennio 2023-25, si sono spesi complessivamente più di 96 miliardi in sgravi e sottocontribuzioni: 32,1 nel 2023, 41 nel 2024 e 23 nel 2025. Di cui, rispettivamente, 21,3, 22,6 e 20,8 in agevolazioni per i datori di lavoro.
Potere d’acquisto e bonus
La perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni ha indotto il governo in questi anni a intervenire con riduzioni fiscali e contributive a favore dei redditi più bassi, che, secondo le analisi dell’Inps, hanno così sostanzialmente azzerato la perdita: «Il valore mediano della retribuzione annuale netta dei dipendenti full year-full time tra il 2019 e il 2025 è aumentato del 19,2%, recuperando di fatto l’inflazione». In sostanza, secondo l’Inps, «i redditi alti si sono difesi di più sul mercato seppure in maniera incompleta rispetto all’inflazione, mentre i redditi medi e bassi hanno ottenuto sul mercato risultati inferiori ma hanno ampiamente beneficiato degli interventi a carico della fiscalità generale arrivati quasi ad annullare l’impatto dell’inflazione, seppur in ritardo rispetto alla sua esplosione».
Ma resta la preoccupazione per il futuro perché gli scarsi contributi associati ai bassi salari produrranno in futuro basse pensioni. Inoltre, sottolinea il Rapporto, «aumenta la discontinuità lavorativa dei giovani che entrano nel mercato del lavoro, misurata come minore accumulo di montante contributivo nei tre anni successivi all’esordio». Anche questa una cattiva notizia per le pensioni del futuro.
Il ventaglio delle retribuzioni
Nel 2025 per i 21 milioni di dipendenti pubblici e privati (esclusi operai agricoli e domestici) la retribuzione media annua effettiva è stata di 27.649 euro, con una crescita del 3,6% rispetto all’anno precedente e del 14,5% rispetto al 2019. Ma la media nasconde forti oscillazioni. Si va dai 41.872 euro lordi medi per i lavoratori full time – full year, che sono 9,4 milioni, ai 9.170 euro dei 3,7 milioni di persone che lavora part time e mediamente per non più di 171 giorni l’anno, passando per i circa 19mila euro guadagnati in media dai 7,9 milioni di lavoratori impegnati part time per tutto l’anno o full time ma solo per una parte dell’anno. Per la retribuzione, insomma, è determinante non solo che lavoro si fa, ma per quanto tempo si lavora durante la settimana o l’anno.
Più figli con lo smart working
Per contrastare l’inverno demografico sono state messe in atto politiche per la natalità, ma i risultati sono contrastanti, rileva l’Inps: «Gli incentivi economici alle famiglie, come l’Assegno unico universale e altri Bonus, possono favorire un aumento delle nascite, ma rischiano di ridurre la partecipazione delle madri al mercato del lavoro se non accompagnati da interventi complementari», come gli asili nido e lo smart working, che si è dimostrato efficace nell’aumentare la propensione a diventare madri, anche perché si osserva che il reddito delle stesse madri aumenta di 1.100-1300 euro «nell’anno successivo alla nascita», dice il Rapporto. Quindi, conclude l’Inps, «il lavoro da remoto è associato a una più alta probabilità di diventare madri e di avere un ulteriore figlio».
Sul fronte della previdenza, al 31 dicembre 2025, i pensionati erano 16,4 milioni, di cui 8 milioni di maschi e 8,4 milioni di femmine. La spesa per le pensioni era di circa 371 miliardi. L’importo degli assegni percepiti dagli uomini (2.166 euro al mese in media) era superiore a quello delle donne (1.619 euro) di circa il 34%, «a causa di carriere contributive storicamente più discontinue e di retribuzioni inferiori». Le pensioni anticipate/anzianità sono le più ricche, 2.162 euro al mese, «in ragione della maggiore durata media delle carriere sottostanti». Seguono le pensioni di invalidità, con 1.130 euro, le pensioni di vecchiaia, con 1.035 euro, le pensioni di reversibilità, con 868 euro e quelle assistenziali, con 511 euro.

In pensione più tardi con il lavoro da remoto
Le riforme hanno portato un graduale aumento dell’età effettiva di pensionamento. Quella per le pensioni di vecchiaia, con 67,2 anni, è praticamente allineata con il requisito di legge mentre quella per le pensioni anticipate è salita a 61,7 anni (era a 59,9 anni nel 2012) con una contribuzione media di 42 anni. Anche sull’uscita dal lavoro influisce lo smart work: «Il lavoro da remoto è associato a una minore probabilità di pensionamento nell’anno successivo,soprattutto tra gli uomini». Emerge poi, si legge ancora nel Rapporto, «il fenomeno crescente dei “pensionati lavoratori”, che segnala un confine sempre più sfumato tra quiescenza e occupazione», in particolare nelle grandi aziende, dove spesso l’ex dipendente continua a collaborare.
Raddoppiate le indennità di accompagnamento
Sul fronte dei grandi anziani, si rileva che la componente assistenziale della spesa, «in particolare l’indennità di accompagnamento, è in crescita strutturale per effetto della maggiore longevità». Quelle in pagamento sono più che raddoppiate tra il 2002 e il 2026: da circa 1 milione a quasi 2,2 milioni. In pratica 4 prestazioni su 5 sotto la voce invalidità civile si traducono nell’erogazione dell’indennità di accompagnamento, che di fatto è il principale strumento di sostegno per la non autosufficienza. 
Il ruolo degli stranieri
Infine, l’apporto dei lavoratori stranieri, importante per la tenuta stessa del welfare. «Tra il 2019 e il 2025 i lavoratori extra Ue sono cresciuti di oltre il 35% – osserva il presidente Fava – e oggi un lavoratore dipendente su sette è straniero. Si tratta di un dato che va letto con serietà, al di fuori di contrapposizioni ideologiche. Esso evidenzia come una quota crescente della capacità produttiva e della base contributiva del Paese dipenda anche dalla capacità di governare i flussi migratori, orientandoli verso i fabbisogni del sistema produttivo e accompagnandoli con percorsi di formazione, legalità, integrazione e lavoro regolare».