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 2026  luglio 09 Giovedì calendario

A Mari lo Strega delle polemiche

«Al netto del fatto che io non so ridere, quindi non lo farò perché verrebbe fuori solo un ghigno horribilis, voglio ringraziare prima di tutto i lettori, quelli che mi hanno sostenuto e anche quelli che non lo hanno fatto». Brindisi in giallo per Michele Mari e il suo romanzo I convitati di pietra (Einaudi). È lui il vincitore dell’ottantesima edizione del Premio Strega, nonostante il testa a testa con Matteo Nucci e il suo Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli) – arrivato secondo – abbia in più momenti fatto salire le temperature e agitare i ventagli in seta degli ospiti della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, promotrice del premio insieme a Strega Alberti Benevento. La finale del più importante concorso letterario d’Italia, intitolato quest’anno «Quasi una vita» (dall’omonimo libro di Corrado Alvaro vincitore nel 1951) si è chiusa ieri a Roma, ospitata eccezionalmente in piazza del Campidoglio – e non nella storica sede di Villa Giulia— in onore dell’anniversario a cifra tonda.
Serata caldissima all’ombra delle architetture monumentali della Grande Bellezza, ma pronostico rispettato, malgrado il confronto con Nucci in platea avesse fatto balenare un possibile ribaltamento. Mari d’altronde era ormai da mesi «il favorito», guidava la sestina con 280 voti, 38 più di Nucci. Scarto che ieri si è rivelato incolmabile, con il distacco mantenuto fino all’ultimo voto degli Amici della Domenica: 190 i voti finali per Mari e 152 quelli per Nucci. Non solo. Lo scrittore milanese, già un mese e mezzo fa aveva incassato lo Strega Giovani – replicando la parabola della doppietta di riconoscimenti messa a segno nel 2025 da Andrea Bajani con L’anniversario (Feltrinelli) – e alla vigilia della finale romana, due giorni fa, si era anche spinto candidamente ad ammettere: «La vittoria? Sì, un po’ ci credo, ma sempre con prudente scaramanzia».
Neanche il polverone di polemiche scatenato dalla presunta lite avvenuta durante una tappa dello Strega Tour con Teresa Ciabatti – finalista con Donnaregina (Mondadori) – per alcuni pareri che Mari avrebbe espresso su Michela Murgia (scomparsa nel 2023) è riuscito a comprometterne la corsa per vittoria. Eppure il riflesso della querelle, che in vista del concorso gli scrittori hanno preferito sopire per «lasciar parlare la letteratura», si è allungato sul palco della finale nel ricordo della scrittrice sarda che è stato consegnato dall’amica Ciabatti – commossa – nel suo intervento sul palco: «Michela ci ha raccontato la tenacia, l’impeto e il coraggio, partendo da un piccolo paese della Sardegna e diventando una delle più grandi intellettuali che abbiamo mai avuto – ha detto la scrittrice —. Solo con il tempo mi sono resa conto che lei, che si è sempre messa di traverso, pervade completamente il mio romanzo». Da parte sua Mari si è limitato a parlare di «un tour piuttosto impegnativo, per usare un eufemismo».
A consegnare il Premio e la bottiglia dello Strega per il brindisi del vincitore a Mari – che, emozionato, ha voluto chiamare sul palco la moglie e i figli – è stato Andrea D’Angelo, vicepresidente di Strega Alberti Benevento, alla presenza del ministro della Cultura Alessandro Giuli (assente lo scorso anno, quando in polemica con la Fondazione Bellonci disse di essere considerato «un Nemico della Domenica» perché non aveva ricevuto i libri candidati) e del sindaco di Roma Roberto Gualtieri. In una serata condotta da Pino Strabioli e Gloria Campaner (trasmessa in diretta televisiva da Rai 3) che ha seguito lo scrutinio degli ultimi cento voti presieduto da Bajani. Con l’immancabile rito della grande lavagna che prendeva vita un voto dopo l’altro.
Così Mari, alla sua prima candidatura, è entrato per direttissima nell’Albo d’Oro dello Strega con un romanzo in cui si demolisce il feticcio generazionale della rimpatriata scolastica, trasformando l’amicizia in un ring dove si consumano sotterfugi e macumbe. Un ambizioso ordigno narrativo, perfetto e crudele, innescato da una lingua colta e tagliente che sa imporsi per la precisione millimetrica in una trama a orologeria declinata in chiave distopica (la vicenda si allunga fino al 2050). Con i toni della commedia nera scivola il racconto di un gruppo di compagni di scuola che, terminato il liceo, stringono un patto destinato a durare tutta la vita: ritrovarsi ogni anno a cena e versare una quota in una cassa comune che sarà vinta dagli ultimi tre superstiti. Un gioco goliardico, apparentemente innocente, che però con il passare dei decenni assume i contorni di una lotteria biologica. Ogni funerale modifica la classifica, ogni assenza pesa come un avanzamento di graduatoria, ogni anno trascorso rende il premio più vicino e insieme più assurdo.
Un libro lontano anni luce dalla sensibilità umanistica di Matteo Nucci: il suo Platone non è un impolverato busto di marmo ma un corpo vivo, in un romanzo d’iniziazione che trasforma il pensiero filosofico in un corpo a corpo con l’esistenza contemporanea. È il tentativo di restituire carne, desiderio e vulnerabilità a una figura che ventiquattro secoli di storia hanno trasformato in un monumento. Ieri nel suo intervento lo scrittore ha parlato di «genocidio del popolo palestinese». «Come diceva Platone – ha detto – in un mondo ingiusto non può esserci la felicità».
I convitati di pietra – in un curioso parallelo – più che al secondo classificato sembra vicino al Tempo di uccidere, romanzo di Ennio Flaiano che nel 1947 inaugurava il palmarès dello Strega, attraverso un filo rosso fatto di cinismo, claustrofobia e scommesse spietate con il destino. Entrambi guardano alla sventura umana con il distacco chirurgico dell’entomologo, dimostrando che la letteratura non ha per forza bisogno di buoni sentimenti per vincere, ma di una spietata, magnifica verità formale.
Netto il distacco tra Mari e gli altri finalisti, con la classifica che ha lasciato indietro Bianca Pitzorno con La sonnambula (Bompiani) – per lei 84 le preferenze espresse – poi Alcide Pierantozzi in gara con Lo sbilico (Einaudi), con 78 voti – vincitore però della prima edizione del Premio Strega Deutschland – poi Teresa Ciabatti con Donnaregina (Mondadori) che ha raccolto 75 voti e infine Elena Rui con Vedove di Camus (L’orma) – in sestina grazie alla «clausola di salvaguardia» che garantisce la presenza in finale di almeno un romanzo pubblicato da un editore medio-piccolo —, per lei pe preferenze sono state 64 (il totale dei voti espressi, 643, è stato pari all’80,4 per cento degli aventi diritto).
Un finale che in fondo tutti si aspettavano, in un’edizione che nessuno avrebbe mai immaginato così burrascosa.