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 2026  luglio 09 Giovedì calendario

Intervista a Lino Banfi

Madonna dell’Incoroneta, Lino, oggi sono 90.
«Da ora in poi punto direttamente ai 110 (e lode). Almeno ai 100 di sicuro». Banfi da sempre festeggia il compleanno due volte: è nato il 9 luglio del 1936, ma all’anagrafe lo registrarono l’11: Pasquale Zagaria da Andria, Pasqualino, Lino.
Linuccio a un giorno di vita.
«L’ospedale era lontano, ci si andava in carretto. Venne la levatrice. Tre anni dopo mio padre emigrò: “Ma la Germania è troppo luntàne”. Così ci trasferimmo a Canosa, a 12 km».
A 20 anni.
«Mi ero già accorciato il nome in Lino Zaga. Ero salito a Milano per fare l’attore. Lavoravo poco o niente. Qualche spettacolino, una festa di piazza. C’erano i cartelli “non si affitta ai meridionali”. Di notte, con la scolorina, cancellai la N di Andria dal documento. Diventò Adria, un paese in Veneto. Imparai solo questa frase: “S’è mica una camera per me?”».
La cartolina rosa.
«Il servizio militare mi salvò dalla malavita. Certa brutta gente mi aveva proposto di fare il palo. “Quando vedi la pula tu fischia O sole mio”. Però non mi usciva. Mi mandarono ad Arma di Taggia, 89° fanteria. Finalmente mangiavo due volte al giorno. Diventai pure caporalmaggiore. Il maresciallo di smistamento vide che sulla carta di identità, alla voce professione, c’era scritto: artista di varietà. Mi incaricò di organizzare spettacoli per le truppe, 18 mesi di pacchia».
I 30 anni.
«Ero già diventato Lino Banfi. Facevo qualche piccola apparizione con Franchi e Ingrassia. Franco e Ciccio mi hanno tanto aiutato, gli devo molto, mi volevano bene».
La prima volta in tv con Arbore a «Per voi giovani».
«I dirigenti Rai non mi volevano. Chiesero a Renzo: “Ma quel Banfi sa suonare?”. “Boh”. “Sa cantare?”. “Non lo so”. Il pubblico di quel programma era tremendo, difficile, avevano fischiato pure Lucio Battisti. Mi presentai così: “Raghezzi, io sono un povero disgrazieto, non sono folk, sono un bi-folk”. Mi applaudirono».
Nelle foto d’epoca Lino aveva i capelli folti e i basettoni, in più era un figurino.
«Questo è un mistero, sono l’unico Zagaria pelato della famiglia, papà, zii, tutti avevano i capelli folti e ondulati anche da vecchi. Quando facevo il militare, durante una gita con dei ricchi milanesi col macchinone che mi avevano preso come giullare – “Dai, su, racontaci una barzeleta” – di ritorno dal Casinò abbiamo avuto un incidente, uno è morto. Io sono stato sbalzato fuori, senza più scarpe, dicono che per lo choc ti si accorcia il piede. Ho fatto 8 giorni di ospedale. Mi hanno spiegato che in certi casi le ghiandole impazziscono. In pochi mesi persi tutti i capelli e ingrassai di 16 chili. Mio fratello non mi riconosceva. Per me fu un dramma, facevo i fotoromanzi. Invece forse è stata la mia fortuna».
Domenico Modugno.
«Era già famoso con Volare. Mi prese con lui per una tournée nei teatri. Contratto di 8 mesi. “Accetto, ma a una condizione: Non voglio andare in Puglia”. Mi vergognavo. Al paese la gente prendeva in giro papà. “Riccà, ma tuo figlio che lavoro fa?”. E poi mi ero sposato Lucia dopo la fuitina, avevo una brutta fama nella fame (nel senso, che all’epoca ero proprio un poveraccio). Insomma, Mimmo insistette. “C’è già prenotato il Petruzzelli di Bari, fai venire papà”. Quando lo vide in platea, in terza fila, con il Borsalino in mano, lo chiamò: “Signor Riccardo, questo giovanotto qui un giorno diventerà famoso. E il cappello se lo leveranno gli altri davanti a lei”».
Un grazie per zio Michele.
«Fratello di papà, faceva l’ortolano. Era lui che, quando un ragazzino più grande ci faceva un dispetto, strillava: “Portatemelo qua che gli spezzo la noce del capocollo e gli metto l’intestino a tracolla”. Così noi ridevamo e passava tutto. Pensai: se ci divertiamo tanto noi, si divertiranno anche gli altri».
Si è mai vergognato?
«Ho vissuto due momenti bruttissimi. Uno, quando a scuola la maestra ci mandò a chiamare dicendo che Rosanna era deperita. L’aveva sentita dire che a casa la carne si mangiava una volta al mese. Mi volevo suicidare. L’altro, quando papà stava morendo di tumore ai polmoni. Io andavo avanti e indietro, lavoravo tanto. “La prossima volta prometto che ti porto a Roma con me”. Lui, dal letto, mi fece cenno di avvicinarmi. “Pasquà, lu comico fallo alla televisione”».
Alberto Sordi.
«Un maestro. Un giorno, a Giffoni, mi volle al tavolo con lui. “Aho, ma quand’è che ricominci a fà il nonnetto Libero?”. “Guarda Albè che tu hai quindici anni più di me”. “E come te devo chiamà?”».
Paolo Villaggio.
«Bizzarro, un pazzo furioso. Gli piaceva mischiare i cibi più assurdi, tipo latte con pasta e fagioli e mangiava queste porcherie sostenendo che erano buonissime.
Però non era mai geloso degli altri che facevano ridere».
Nino Manfredi.
«Sul set aveva un caratteraccio, però non con me. Una sera a casa sua chiamò a sé il fratello Dante, oncologo. Ci abbracciò. “A Dà, se semo fatti n’artro fratello”. Tra Lino e Nino, quando ci chiamavano, si faceva confusione. Perciò mi chiese di chiamarlo col suo vero nome, Saturnino».
In coppia con Christian De Sica per «Bellifreschi» (1987).
«Vestiti da donna, truccati e depilati, colpa di quel disgrazieto che mi obbligò a usare le strisce di carta con la cera, che dolore. In Arizona, a luglio, con 50 gradi. Conciato così a un certo punto gridò: “Ragazzi, sono diventato papà!”. Era nata la figlia Maria Rosa».
Nelle commedie all’italiana ha lavorato con tante bellissime. La numero uno?

«La più statuaria era Nadia Cassini, per via di una certa parte anatomica. Sono stato l’unico in Italia ad aver toccato quel fondoschiena. Ero molto invidiato. Un altro ne avrebbe approfittato, io ho portato sempre rispetto».

Quella che per un secondo le ha fatto dimenticare di essere felicemente sposato?
«Beh, solo Edwige Fenech. Erano attimini. Tipo quando ti viene un prurito, ti stai per grattare ma è già passato. Negli ultimi anni mia moglie Lucia voleva sempre guardare quei film, la sera. Quando arrivavano certe scene commentava: “N’è cumbnat però” (quante ne hai combinate). “Ma figurati, mentre si girava intorno a noi c’erano un sacco di persone che guardavano”. “Quelli guardavano ma tu tuccav”».

Oronzo Canà, il mago del 5-5-5 è amatissimo dai calciatori veri.
«Giorni fa sono stato in visita alla Roma a Trigoria, c’erano Bruno Conti e Falcao, che mi toccava la faccia. “Lino, come fai ad avere la pelle così liscia?”. Nel mio studio, appena si entra, c’è la foto di me, lui e Pelè che stiamo dribblando. Ma si rende conto?».
E Totti, che è apparso ne «L’allenatore nel pallone 2»?
«Con Francesco ogni tanto ci vediamo. Resta sempre il mio Capitèno».
Aristoteles lo sente ancora?
«Fa l’assicuratore in Svizzera ogni tanto mi viene a trovare».
Lo ha scritto anche nel suo ultimo libro che i 90 non le fanno paura.
«A Trigoria mi hanno portato a vedere la collezione di magliette storiche dei giallorossi, faceva un freddo tremendo, serve per conservare i tessuti. Sono scappato fuori. Ero sudato, temevo che mi venisse un malore. Ecco, di questo ho paura. Di morire come uno stupido. Voglio fare una morte importante».
Che c’è di là?
«Non vado tanto in chiesa perché ogni volta c’è qualcuno che mi chiede la foto. Sono stato a pregare da solo sulla tomba di Papa Francesco che mi voleva tanto bene. Dall’altra parte c’è Lucia che mi sta aspettando e mi preparerà un’accoglienza incredibile».
Non è ancora ora. Ha tante cose da fare.
«Ho sognato che mi chiamava Malagò. “Lino, mi raccomando, non prendere impegni per i Mondiali e gli Europei”. Mi tengo libero, non si sa mai».
Come allena la mente per essere così in forma?
«Con dei giochetti matematici, sono rapidissimo nei conti l’ho imparato da un mago a cui facevo da valletto».
E il fisico?
«Non so nuotare, mai fatto manco una corsetta, prendo il sole sotto l’ombrellone con gli occhiali scuri, ho la carnagione chiara che si scotta. Sarà merito della burrata pugliese, mamma mi ha svezzato così».

Ho letto che vorrebbe ricevere un applauso speciale a Sanremo, che finora le è mancato e ci è rimasto male. Lo ha già detto a De Martino?
«Era uno scherzo. Non è vero che mi sono offeso con Amadeus, quando mai. Poi magari con Stefano ci incontreremo, è un bravo raghezzo».
Un brindisi a sé stesso per 100 di questi giorni.
«Lo lascio a Pasquale Zagaria. “Caro Lino, brindo a te, perché finalmente andiamo d’accordo, visto che dobbiamo vivere e morire insieme e in due facciamo 180 chili abbondanti. Tanti auguri”».