Corriere della Sera, 9 luglio 2026
Nuovi raid americani contro l’Iran
Le bombe tornano sullo Stretto. Per il secondo giorno consecutivo, gli Stati Uniti colpiscono obiettivi iraniani nell’area di Hormuz. Missioni che la Casa Bianca presenta come risposta obbligata alle azioni di Teheran contro le navi commerciali, ma che segnano un’ulteriore, pericolosa accelerazione in un conflitto che sembrava avviato verso la de-escalation. Un’accelerazione che era già scritta nelle ultime ore, quando da Ankara la voce di Donald Trump arriva dritta, addosso al regime. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi è a Teheran, immerso nella settimana di celebrazioni per i funerali Ali Khamenei che si chiude oggi, con la sepoltura a Mashhad, quando rompe il silenzio del lutto. Al vertice Nato il presidente americano dice che «la tregua è finita», chiama i leader iraniani «feccia» e «pazzi», promette di colpirli «dieci volte più duramente», torna a minacciare l’isola di Kharg e il blocco dei porti. Araghchi gli risponde che rivolgersi alla nazione civile e coraggiosa dell’Iran con un linguaggio dispregiativo non ne sminuisce la grandezza, e che «gli iraniani non rispondono alla volgarità con altra volgarità, ma con azioni, senza timore». Peccato che le azioni siano già cominciate. Nella notte tra martedì e mercoledì il Pentagono colpisce pesantemente l’Iran: circa ottanta obiettivi, dai sistemi di difesa alle reti di comando, dalle postazioni radar costiere alle capacità missilistiche antinave, fino a più di 60 imbarcazioni dei pasdaran nello Stretto di Hormuz.
«Le stazioni radar, i posti di osservazione, qualsiasi cosa venisse utilizzata per interrompere la navigazione nello Stretto, qualsiasi cosa pensassero di aver ricostruito, è stata presa di mira», dice sempre da Ankara il segretario alla Guerra americano Pete Hegseth. Se necessario, aggiunge, e su ordine del presidente, colpiremo altri obiettivi. Cosa poi avvenuta.
I raid sarebbero la reazione agli attacchi contro tre navi mercantili nello Stretto, che Washington attribuisce a Teheran e che considera una violazione del memorandum d’intesa siglato tre settimane fa. La Repubblica islamica non rivendica la responsabilità, ma reclama il controllo di Hormuz, impone rotte preferite alle imbarcazioni e lascia filtrare la minaccia di richiuderlo. In poche ore gli Stati Uniti revocano la deroga sulle sanzioni al petrolio.
La risposta iraniana ai raid di martedì notte colpisce le basi americane nel Golfo: ottantacinque installazioni chiave, secondo Teheran, raggiunte da missili e droni in Bahrein e Kuwait, un drone MQ-9 abbattuto secondo i pasdaran. Muoiono otto soldati iraniani. Il Comando centrale Usa assicura che tutti i missili e i droni lanciati da Teheran sono stati intercettati o non hanno causato danni significativi, mentre le esplosioni nelle isole di Qeshm e Sirik, e nella città portuale di Bandar Abbas riportano Hormuz al centro della scena.
Una fonte statunitense racconta che gli attacchi sono stati, per portata e potenza, quattro o cinque volte superiori ai raid di dieci giorni prima. Un’altra anticipa che le forze navali Usa sono pronte a ripristinare il blocco in entrata e in uscita dai porti iraniani.
Da Teheran interviene anche il viceministro Kazem Gharibabadi. Le parole di Trump non sono un segno di forza, dice, ma l’ammissione del fallimento: «Con un criminale e un assassino bisogna parlare con lo stesso linguaggio». Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione Esteri del Parlamento, prende di petto la minaccia su Kharg: «Venite, vi aspettiamo. Promettiamo che nemmeno un soldato Usa tornerà vivo». Nel discorso si inseriscono anche i falchi. Lo fanno sui media vicini al regime. Fars invita ad annunciare la fine ufficiale del cessate il fuoco, Tasnim suggerisce di bruciare l’intesa di Islamabad.
Intorno, il resto del mondo prova a mettere freni. Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, chiede il massimo livello di moderazione. Il Pakistan, mediatore della tregua, invita le parti a onorare gli impegni.