Corriere della Sera, 9 luglio 2026
L’ira di Bibi contro gli Usa per quegli F-35 a Erdogan
Non ci fossi io... «Mi piace Erdogan, mi piace anche Netanyahu. Ma loro due non si piacciono molto. Io ho mediato. Sono due potenze con un forte esercito: Erdogan sarebbe intervenuto contro Israele, se non fosse stato per me». Già pronto a intestarsi l’ottava guerra evitata grazie a lui, e magari a ricandidarsi per il Nobel, Donald Trump approfitta del vertice Nato per far capire quanto tenga agli equilibri in Medio Oriente: vendendo un po’ d’armi al Sultano, nello specifico gli F-35 Stealth. Cinque tanto per cominciare, e poi si vedrà. «È una decisione che prenderemo», dice il capo della Casa Bianca. «È una promessa che m’hai fatto», l’avverte il presidente turco. «Erdogan – commenta Netanyahu – è uno che ospita Hamas, invoca la distruzione d’Israele e la conquista di Gerusalemme. Un regime così non deve ricevere aerei».
Et voilà, l’ennesimo pasticcio fra alleati è servito. Donald ci prova tutto il giorno a far da pompiere, «la Turchia è un alleato fantastico, un Paese Nato, e nessun presidente ha fatto per Israele tanto quanto me...». Ma funziona poco: gl’israeliani incolpano della questione F-35 proprio l’ambasciatore Usa in Turchia, Tom Barrack, considerato poco meno d’un agente di Erdogan e con legami in Libano e in Iraq, dove avrebbe esercitato grande influenza su Trump per sostenere il ruolo turco. Perciò il messaggio non riguarda solo i caccia: guai a puntare su Ankara, dice Bibi.
Le antiche (e personali) schermaglie con Erdogan si sono intensificate quando il Sultano ha usato la parola «genocidio» e chiesto un processo internazionale per i crimini israeliani a Gaza. Da allora, è stato un crescendo fra due leadership che non possono ignorarsi – la Turchia è il principale partner commerciale d’Israele, per non dire degli interessi contrapposti sul gas mediterraneo —, ma non si sopportano. Qualche giorno fa, dopo decenni di silenzio, c’è stato il riconoscimento israeliano del Genocidio armeno (un tabù, ad Ankara). Quindi, gli attacchi dei ministri che ritengono Erdogan «il prossimo problema da risolvere», dopo l’Iran.
Gli F-35 sono solo l’ultimo episodio. Trump vuole riportare la Turchia al centro della difesa occidentale, anche se non è facile: Ankara ha acquistato nel 2020 i sistemi di difesa aerea russi S-400 che possono fornire informazioni proprio sulle capacità militari dell’F-35, danneggiando l’intera Alleanza. La Grecia e Cipro, bestie nere della Turchia, hanno rivolto a Trump lo stesso appello d’Israele. E pure sauditi ed emiratini sono preoccupati per la fornitura Usa.
Il ragionamento del presidente americano è però basico: Erdogan controlla il passaggio tra Mar Nero e Mediterraneo, domina in Siria, parla con l’Iran, ha un esercito Nato enorme e più di Netanyahu – impegnato su sette fronti militari e politicamente isolato – può stabilizzare la regione, contenendo la Russia. Ovviamente, tutto questo non può piacere a Israele che da tempo considera il Sultano una minaccia: gli s’è concesso d’organizzare il primo vertice atlantico in 22 anni, gli si vendono gli aerei, ora lo si promuove partner credibile? Una deriva pericolosa, dice Gerusalemme: «In Medio Oriente non esiste il vuoto – confida un alto militare israeliano —. Se l’Iran s’indebolisce, è la Turchia a rafforzarsi. È un azzardo consegnare aerei come l’F-35 a un regime estremista. Una simile mossa potrebbe cambiare le regole del gioco».