Avvenire, 8 luglio 2026
Intervista a Paul Seixas
Sono fermi al “tasso” Bernad Hinault (le blaireau).
È dal 1985 che la Francia non festeggia un connazionale sui Campi Elisi. È andata di gran lunga meglio a noi, che nel frattempo il Tour l’abbiamo vinto due volte con Marco Pantani (1998) e Vincenzo Nibali (2014).
La Francia è in subbuglio per “le petit-garçon”: Paul Seixas, 19 anni, il più giovane al via del Tour de France. Per lui si è persino scomodato il presidente della Repubblica Emmanuel Macron, per invitare la Decathlon CMA CGM – il team del piccolo prodigio – a non farsi sfuggire il talento lionese, che nel frattempo è divenuto oggetto dei desideri (Netcompany Ineos e Uae Emirates, gli stanno facendo una corte spietata, ndr). E pochi giorni dopo, il 28enne Kilian Willems, 28 anni, noto sui social con il nome d’arte Killow, per il ragazzino lionese ha composto una canzone che ha spopolato in rete. «Paul Seixas, per favore non firmare per la UAE. Sei troppo bravo per essere solo il successore di Pogacar. Vuoi davvero passare l’inverno a correre in Zona 2 nel deserto?», questo un passaggio del suo brano.
La Francia sogna, alla faccia di Pogacar e Vingegaard, Evenepoel e Carapaz. Tanto è vero che il talento della Decathlon- CMA CGM per la prima volta è stato invitato alla conferenza stampa riservata ai grandi favoriti della Grande Boucle, sedendo accanto a campioni affermati come Mathieu Van der Poel e Jasper Philipsen. Un segnale chiaro: il Tour considera già Seixas uno dei suoi protagonisti.
Con sorprendente naturalezza, alternando francese e inglese, Seixas ha risposto alle domande dei giornalisti con tranquillità, senza lasciarsi travolgere dall’emozione. «È sicuramente speciale essere qui. Sapevo che il Tour sarebbe stato di un altro livello, e ora ne ho la conferma. È una nuova esperienza che sta iniziando per me e spero che sarà positiva». E allora proviamo a conoscerlo un po’ questo ragazzo che un anno fa si è palesato al mondo vincendo il Tour de l’Avenir ed è arrivato tra i “grandi” 3° all’Europeo alle spalle di Pogacar e Evenepoel. Quest’anno, poi, già sette vittorie, tra le quali spiccano il Giro dei Paesi Baschi e la Freccia Vallone, oltre al 2° posto alla Liegi, sempre alle spalle di Pogacar.
Che effetto fa essere al Tour?
«Affronto questa corsa come qualsiasi altra, con la massima serietà e concentrazione. Il Tour è un sogno che coltivo fin da bambino, ma il mio approccio alla corsa è quello di sempre».
Sa che c’è un Paese, la Francia, che si attende molto da lei, forse pure troppo.
«Ho già vinto delle gare, ma questa è un’altra cosa. Prima di poter dire di voler vincere il Tour, devo prima fare esperienza qui. Ecco, non ascolto quello che dicono di me, voglio ascoltare solo me stesso. Molti mi sconsigliavano di correre il Tour a questa età, ma io penso che ognuno di noi debba fare quello che si sente di fare e io me la sentivo di esserci».
Quindi, quale sarà la sua priorità?
«Imparare e apprendere, cercando di affrontare al meglio la classifica generale. Dove potrò arrivare non lo so ancora, lo scoprirò solo strada facendo. E poi dovrò essere e bravo e anche fortunato, a non correre rischi inutili che possano compromettere il mio Tour».
Sa che c’è stato chi l’ha già paragonata a Lamine Yamal, il talento del calcio spagnolo che, a soli 18 anni, ha già conquistato il mondo.
«Di questo non posso che esserne orgoglioso».
La maglia gialla è il sogno, quella bianca che premia il miglior giovane della corsa è chiaramente un obiettivo.
«Se sarò capace di interpretare una grande corsa, tutto il resto verrà di conseguenza».
Sa che il direttore del Tour, Christian Prudhomme ha dichiarato che: «Non vedevo un campione francese come lui dai tempi di Bernard Hinault. So bene che Romain Bardet è arrivato secondo e terzo al Tour, che Thibaut Pinot ci ha entusiasmato nel 2019, Julian Alaphilippe... ma un ragazzo come lui, soprattutto alla sua età, non è mai esistito. È un gioiello».
«La mia risposta può essere solo peggiorativa: queste sono parole che mi porterò per sempre nel cuore».
Al Tour Auvergne-Rhône-Alpes, il vecchio Giro del Delfinato, lei è caduto: questo ha rallentato qualcosa?
«Dopo la caduta e il conseguente ritiro al Tour Auvergne ho potuto riprendere la preparazione per il Tour quasi normalmente. Ora però mi sento pronto a dare tutto per portare a termine queste tre settimane di corsa cercando di ottenere il miglior risultato possibile in classifica generale. Non mi pongo obiettivi più precisi, perché per me è un territorio inesplorato: non ho mai affrontato una corsa così lunga e impegnativa, in mezzo a così tanti campioni. Spero di riuscire a essere protagonista, di continuare a crescere come corridore e di godermi questa esperienza. Il Tour de France è la corsa che ho sempre sognato di correre e sono pienamente consapevole della fortuna che ho nel poterla disputare già in questa fase della mia carriera».
Dicono che lei abbia sempre avuto la testa tra le nuvole: dimenticava spesso le cose di tutti i giorni, arrivando agli allenamenti senza la borsa.
«Ogni tanto può capitarmi, ma oggi sono molto più preciso».
A casa era “Polo” o “le petit Paul”.
«Polo mi piace molto».
La bicicletta, una passione ereditata dal nonno.
«Come dicono i miei genitori, ho provato ottantacinque sport diversi prima di iniziare ad andare in bicicletta. È vero, ho ereditato la passione dal nonno, che passava con me i pomeriggi di luglio guardando le tappe del Tour alla tele».
Ha frequentato il liceo sportivo, ora segue un corso di laurea triennale in economia aziendale all’EMLyon Business School.
«Mi sono iscritto a un programma speciale pensato per gli atleti. È il corso ideale per me. Ho imparato molto da remoto».
Cos’è per lei vincere?
«Non è un’ossessione, ma un desiderio molto forte. Ho fiducia in me stesso, sento che sto migliorando. Non mi pongo davvero dei limiti e non chiudo nessuna porta. Non è che voglio imitare Pogacar e il suo modo di correre, credo che lo sloveno non abbia inventato nulla. Se vengo a una gara, non è per arrivare secondo, è per vincere».