il Giornale, 8 luglio 2026
L’upper class britannica è in decadenza come un "Lord Jim a casa"
Per molti scrittori del primo Novecento inglese, può valere quello che uno di loro, Ciryl Connolly, definì in un suo libro “la teoria dell’adolescenza permanente” e che si può trovare nelle memorie di Robert Graves come nei romanzi di Christopher Isherwood, di Evelyn Waugh, nelle poesie di Auden o di Spender, per fare solo alcuni nomi e insieme i più interessanti. Era un qualcosa che aveva a che fare con il sistema britannico stesso, familiare e scolastico intendo, e strettamente connesso con la sua upper class, chiamata a fornire all’Impero l’élite che lo avrebbe conservato e ingrandito.
Spedito nelle public school a partire dagli otto anni, il bambino cominciava a vedere la vita scolastica come realtà e quella reale come illusione e, divenuto adolescente, avrebbe mantenuto questa convinzione unita a quella di una giovinezza permanente poi tenacemente conservata ed alimentata nella memoria. Poiché il motivo di quell’insegnamento era di carattere amministrativo-militare l’elemento preparatorio per quest’ultimo stava nella castrazione dell’immaginazione, ovvero la subordinazione e il rispetto delle regole e della disciplina, del sistema gerarchico, un’esistenza scolastica all’infinito in quanto lo faceva essere mentalmente uno studente a vita, ottuso e mediocre nella maggioranza dei casi (le eccezioni, si sa, confermano le regole), e però leale. È disposto a morire, se comandato, come accadde ai ragazzi inglesi nel corso delle due guerre mondiali.
Il secondo dopoguerra, con lo sbaraccamento dell’Impero e l’amara consapevolezza che l’aver vinto la guerra li condannava alla decadenza nella pace, vide l’entrata sulla scena letteraria di nuovi eroi, working class, questa volta, e piccoli borghesi, per i quali i valori e i rimpianti etoniani e collegiali, il cricket, il rugby, i prefetti, le frustate, i primi amori omosessuali, le piccole ribellioni, lo spirito di corpo e lo spirito di classe erano inesistenti: semplicemente non li avevano mai conosciuti. Il vento della contestazione fece il resto e se si esclude la monumentale saga, dal sapore proustiano, A Dance to the Music of Time di Anthony Powell, uscita fra i Cinquanta e i Settanta, l’Inghilterra sembrò dare l’addio a quel piccolo mondo ovattato e crudele in cui si svolgeva “l’infanzia di un capo”.
All’inizio degli anni Settanta fece perciò scalpore un romanzo, felicissimo già nel titolo, Lord Jim at Home, in cui era proprio quell’elemento di “adolescenza permanente” a essere in controtendenza proposto e però stravolto ed estremizzato e, particolare non secondario, il fatto che a scriverlo fosse una donna aggiungeva un elemento di scandalo, visto che andava a frugare e a buttare all’aria quelli che erano stati sino ad allora panni sporchi letterari inequivocabilmente maschili. E il fatto che in quella rivisitazione non ci fosse nulla di nostalgico, aggiungeva ulteriore legna al fuoco delle polemiche.
Sull’onda di un ritorno di interesse editoriale in Inghilterra intorno a esso, il libro di Dinah Brooke è uscito anche in italiano (Lord Jim a casa, Sellerio, pagg. 321, euro 16; traduzione di Tommaso Pincio) e il lettore ha di fronte che cosa per uno scrittore all’epoca trentenne potesse significare quel mondo di ieri: un concentrato di orrori.
La strizzata d’occhio al capolavoro conradiano non deve trarre in inganno. Tranne il suo soprannome, Lord, dato al giovane Giles Trenchard, Lord Giles, dunque, e un servizio nella marina (militare, non mercantile) sulla nave Patusan (altro nome conradiano) Giles è l’esatto contrario di Jim. Tanto questi è in attesa della sua chance che gli farà riscattare l’occasione perduta, la sua debolezza e/o la sua viltà, tanto quello è terrorizzato dall’idea stessa di decidere: è come ritrovarsi “gettato nel mondo freddo e duro”.
All’apparenza, Giles Trenchard è un privilegiato. È di buona famiglia, è il primogenito, destinato al cursus honorum che lo porterà a una laurea, a Oxford, a Cambridge, e a un ingresso nella professione forense, sull’orma di ciò che è stato suo nonno e poi suo padre. È un privilegiato e insieme una vittima predestinata. Il padre sfoga su di lui le frustrazioni derivanti dal suo, di padre, che ancora lo comanda a bacchetta e non perde l’occasione per umiliarlo. La madre, al suo primo parto, è succube più o meno compiacente, delle regole della classe sociale cui appartiene: del piccolo si occupa la nurse, non bisogna cedere ai suoi pianti e ai suoi capricci, le punizioni lo fortificano eccetera, eccetera. Non è un ragazzino particolarmente studioso, Giles, anche perché nulla lo interessa, a scuola “ha una grande capacità di mimetizzarsi”, non è un escluso, ma non ha amici intimi, ogni tanto di notte ha gli incubi e urla, bagna il letto, disturba la camerata, insomma, e questo non va bene. È educato, comunque...
Nel 1940, quindicenne, superato finalmente l’esame scolastico, grazie a un cambio di scuola, Giles si arruola volontario in marina, marinaio semplice: “Vuole farsi strada partendo dai gradi più bassi” spiega la madre al tavolo del bridge. Il padre alza gli occhi al cielo, un altro fallimento...
La guerra di Giles è per certi versi un romanzo nel romanzo, ma in fondo quell’unica scelta da lui fatta è giustificata dalla routine che ne riceve in cambio. C’è chi si prende cura di te 24 ore su 24: devi solo obbedire... Poi però, anche la guerra finisce e il nostro eroe deve tornare a casa, anche se non subito, trattenuto in Oriente in un limbo di incombenze burocratico-militare. Così, quando finalmente sbarca in Inghilterra, non c’è più la folla ansiosa di festeggiare il ritorno dei suoi eroi. “È un buco, l’Inghilterra. Un buco della malora”. Cosa farà ora Giles Trenchard? “Pensa di diventare avvocato; Mio padre fa l’avvocato, capite, dice”. È un bravo figliolo, Giles...
Scritto molto bene, altrettanto ben tradotto, Lord Jim a casa è la parabola di una inarrestabile caduta di cui non sveleremo al lettore il punto finale. Quello che però vale ancora la pena di aggiungere è che nelle sue azioni, così come nei suoi comportamenti, Giles resta sempre il gentleman che la sua estrazione gli impone: è cortese, non urla, acconsente e conserva quella trasandatezza, nel vestire come nella pulizia, tipica dei suoi anni scolastici... È un ragazzo educato e nessuno, proprio nessuno, avrebbe mai pensato che un giorno...