lastampa.it, 8 luglio 2026
Il Fmi taglia la crescita globale: mondo in bilico tra guerra e chip. L’Italia resta allo 0,5%
L’economia mondiale frena, stretta in una doppia morsa. La crescita globale è stata rivista al ribasso, così come quella dell’area euro, mentre l’Italia resta ancorata a uno 0,5% confermato sia per l’anno in corso sia per il prossimo. Nel suo aggiornamento del World Economic Outlook, il Fondo Monetario Internazionale dipinge un quadro complesso. «L’attività economica globale e le prospettive sono plasmate da due grandi forze, che spingono in direzioni opposte con effetti asimmetrici tra i Paesi», avverte l’istituzione di Washington, indicando da un lato il conflitto in Medio Oriente e dall’altro l’impeto dell’intelligenza artificiale.
Il taglio delle stime certifica un deterioramento del quadro macroeconomico generale, mitigato da parziali fattori di resilienza. Il Pil mondiale si fermerà al 3,0% nel 2026, registrando una flessione di un decimo di punto sulle proiezioni dello scorso aprile, per poi risalire al 3,4% nel 2027. Per l’Eurozona le prospettive appaiono peggiori. Il prodotto interno lordo dell’area valutaria crescerà dello 0,9% quest’anno, due decimi in meno in confronto alle attese, penalizzato dai rincari energetici e da un avvio d’anno debole. L’Italia, in questo scenario di rallentamento diffuso, mantiene le posizioni senza scossoni. La Penisola registra una crescita dello 0,5% per il 2026 e di un ulteriore 0,5% per il 2027, cifre identiche alle valutazioni primaverili. La Germania si ferma allo 0,7%, in calo di un decimo. La Francia scivola allo 0,6%, perdendo tre decimi di punto, mentre la Spagna mostra vigore al 2,1%. Oltreoceano, negli Stati Uniti il passo rimane saldo al 2,3% per il 2026, sostenuto da una politica espansiva e da robusti investimenti nel comparto tecnologico. In Asia emergono contrasti netti. La Cina rallenta al 4,6%, un decimo sotto il previsto, frenata dai costi petroliferi e da incertezze strutturali. L’India si conferma tra le grandi economie in espansione con un balzo del 6,4%.
Il Fmi sottolinea i due pesi sulla bilancia globale, chiarendo che «il modesto rallentamento riflette gli effetti della guerra in Medio Oriente, in parte compensati dall’accelerazione dello slancio guidato dalla domanda nel ciclo tecnologico globale grazie ai progressi dell’intelligenza artificiale e alla sua adozione». Ne deriva che una faglia profonda separa le sorti dei vari Stati. I Paesi esportatori di energia e le economie asiatiche integrate nella filiera hardware registrano espansioni robuste. Gli importatori di materie prime, in particolare le nazioni a basso reddito, subiscono un indebolimento gravoso dell’attività produttiva. Il volume del commercio mondiale scenderà al 3,5% nel 2026 dal 5,0% dell’anno precedente, ostacolato da dazi e ritorsioni incrociate.
Le nazioni emergenti, secondo l’istituzione guidata da Kristalina Georgieva, riflettono le distorsioni provocate dal mutato scenario globale. L’aggregato delle economie in via di sviluppo segna un calo al 3,8% nel 2026, prima di un recupero al 4,5% nel 2027. Il Medio Oriente e l’Asia Centrale subiscono la revisione più severa. La crescita precipita allo 0,7% quest’anno, con un crollo di 1,2 punti percentuali rispetto alle stime di aprile. La causa risiede nelle interruzioni prolungate della produzione energetica. Iraq, Kuwait e Qatar andranno incontro a brusche contrazioni economiche. In Europa orientale, la Russia continua a eludere il peso delle sanzioni crescendo dell’1,1%, protetta da ricavi da esportazione e da massicce iniezioni di spesa militare.
In questo frangente, i rischi per l’economia planetaria permangono asimmetrici. I tecnici di Washington avvertono che «la possibilità di un rinnovato conflitto in Medio Oriente incombe e potrebbe estendere la volatilità dei prezzi delle materie prime, minacciare ulteriormente le catene di approvvigionamento, aumentare i prezzi e pesare sulle condizioni finanziarie». Anche la finanza nasconde insidie. I mercati azionari, dipendenti dalle imprese legate all’intelligenza artificiale, rischiano correzioni repentine. Il documento sottolinea le criticità di valutazioni esuberanti, precisando che le aspettative di redditività legate alle nuove tecnologie «potrebbero essere riviste al ribasso, gli investimenti nei settori ad alta intensità tecnologica potrebbero subire una brusca contrazione e le valutazioni azionarie gonfiate potrebbero correggersi in modo netto». Un simile riprezzamento colpirebbe i consumi e innescherebbe fughe di capitali, rendendo il credito scarso e oneroso a ogni latitudine.
Il nodo cruciale per le autorità resta l’inflazione, un ostacolo insidioso e non sconfitto. I prezzi al consumo globali torneranno a correre, passando dal 4,1% del 2025 al 4,7% nel 2026, per ritracciare al 3,9% l’anno successivo. L’istituzione non lascia spazio a dubbi e sentenzia che «riviste in lieve rialzo rispetto ad aprile, queste proiezioni indicano che la tendenza alla disinflazione in atto dall’inizio del 2024 si è arenata». L’istituto calcola livelli dei prezzi energetici superiori agli standard pre-conflitto. Il greggio balzerà a 89 dollari al barile di media, segnando un aumento del 32% sul 2025, mentre il gas naturale subirà un rialzo del 22%. I danni peggiori sono stati evitati attingendo alle scorte, ma il margine di sicurezza si assottiglia.
In un contesto così complesso e incerto le prescrizioni operative del Fondo per banche centrali e governi non ammettono indugi. Il rapporto avverte che «la politica monetaria dovrebbe continuare a rimanere concentrata sul preservare la stabilità dei prezzi». Laddove le pressioni inflazionistiche risultino evidenti, i tassi di interesse dovranno permanere elevati a lungo per scongiurare un surriscaldamento incontrollato. Allo stesso tempo, sul versante della finanza pubblica, i paracadute di sicurezza erosi negli anni recenti esigono una ricostruzione tempestiva. Il documento detta un cambio di passo, stabilendo che «il sostegno fiscale legato all’energia, in particolare le misure che distorcono i prezzi, dovrebbe essere rimosso man mano che lo shock energetico si attenua, in modo da preservare i margini di manovra fiscali». In tal senso, si sottolinea, gli interventi pubblici andranno limitati a provvedimenti selettivi, calibrati sui redditi marginali, evitando riduzioni generalizzate delle tasse.
Non solo. Su scala sistemica, il Fondo esorta le superpotenze a limare le asimmetrie commerciali. Il piano richiede un ribilanciamento della domanda in Cina, un consolidamento del bilancio federale negli Stati Uniti e una maggiore integrazione nel mercato unico dell’Unione Europea. Questi passaggi, per Washington, restano ineludibili per edificare fondamenta robuste e proteggere l’economia internazionale dalle turbolenze future.