La Stampa, 8 luglio 2026
Intervista a Riccardo Allena
«Mi vergogno a dire che sono un pugile professionista. Quando mi chiedono di cosa mi occupo, rispondo semplicemente che lavoro in palestra. Preferisco stare nell’ombra: poi, se devono scoprirlo, lo fanno da soli». È forse questa la frase che racconta meglio Riccardo Allena. Perché dietro al campione che ha conquistato il titolo mondiale WKU di K-1 al Torino Fight Night, vincendo la finale con un ko al primo round, c’è un ragazzo timido che rifugge i riflettori e lascia parlare i risultati. A 26 anni, figlio d’arte perchè la sua mamma Michelina Giagnotti è stata quattro volte campionessa del mondo di kickboxing, continua a vivere il successo con umiltà, la stessa che gli è stata insegnata fin da bambino.
È cresciuto in una famiglia di campioni. Da bambino voleva davvero fare il kickboxer o sognava altro?
«Ho iniziato a otto anni quasi per caso. Mia mamma gestiva una palestra e io passavo le giornate a dare fastidio ai clienti. Così mi ha inserito nel corso di kickboxing. Da piccolo, in realtà, ero un gran pigrone».
Essere figlio di una leggenda della kickboxing è stato più uno stimolo o una pressione?
«La persona più difficile da convincere è sempre stata mia madre. Non è mai soddisfatta, perché vuole sempre il meglio per me. Ogni traguardo raggiunto è solo il punto di partenza per quello successivo. Mi ripete sempre: “Hai vinto, ma rimani con i piedi per terra”».
Sul ring viene definito un atleta glaciale. Ma cinque minuti prima di salire cosa succede davvero? Silenzio assoluto, musica a tutto volume o qualcuno deve evitare accuratamente di parlarle? C’è un po’ di paura?
«Soprattutto concentrazione mentale. Prima di ogni incontro c’è sempre un riscaldamento atletico, che devo fare per prepararmi al meglio. Ho anche un piccolo rituale: mi metto dei nastri alle caviglie, un gesto puramente simbolico che mi dà sicurezza e mi fa stare bene mentalmente. Questo è uno sport in cui la componente mentale conta tantissimo e non ho mai paura»
Fuori dal ring chi è Riccardo ?
«Mi definirei umile, ma freddo in situazioni di combattimento e perseverante. I miei amici, invece, direbbero semplicemente che sono un simpaticone».
Le sue abilità da pugile sono mai servite in una situazione reale?
«No mai, ho cercato sempre di evitare»
La kickboxing è utile anche nella vita di tutti i giorni?
«Gli sport da combattimento sono sempre utili: aiutano a sviluppare sicurezza in sé stessi e, nei casi estremi, possono anche fornire gli strumenti per difendersi».
Il regalo che si è concesso dopo il mondiale?
«Una pizza con la burrata. Erano tre mesi che non ne mangiavo una e me la sono goduta fino all’ultimo boccone».
Per arrivare in cima ha dovuto rinunciare a qualcosa?
«Moltissime volte. Ho saltato cene, serate e occasioni di svago con gli amici. Ma quando ho un obiettivo davanti, lo sport viene prima di tutto. Ad agosto andrò ad allenarmi in Thailandia».
E con l’ amore come va?
«Sono single. Con questa vita non è semplice costruire una relazione: allenamenti, alimentazione e orari rendono tutto complicato. Ma arriverà il momento giusto. Intanto, quando stacco dalla palestra, mi dedico all’arrampicata, al surf e agli sport estremi».