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 2026  luglio 08 Mercoledì calendario

Intervista a Pier Giorgio Bellocchio

«Mi sa che andrò in pensione prima io di mio papà», ride divertito Pier Giorgio Bellocchio. 52 anni, cognome importante (ma anche nome di peso, che rievoca lo zio, fondatore di Quaderni piacentini), il figlio di Marco Bellocchio è oggi un uomo in pace con se stesso. Sa cosa desiderare («il palco ma non le sue lunghe attese, per questo oltre a recitare faccio il produttore») e cosa lasciare andare («le etichette, la fama a tutti i costi») perchè ha capito, grazie a sua moglie Laura, che gli eccessi sono una questione di sguardo: su se stessi e sul mondo. «È la mia ancora. Per certi versi in passato mi ha salvato la vita – ammette l’attore e produttore, a Rimini in giuria all’Italian Global Series – se c’è qualcuno verso cui sentirmi in debito è lei, non i miei genitori».
Si riconosce maggiormente nello status di «marito di»?
«Non amo le etichette ma sicuramente devo molto a mia moglie. Il mio è un mestiere chiuso e totalizzante, fatto di esaltazioni, che finisce per sollevarti dal rapporto con la realtà. Laura è estranea a tutto ciò e il suo sguardo (sugli altri, su di me) mi riporta con i piedi per terra. Con lei ho cambiato abitudini e stile di vita: non subito, c’è voluto tempo, ma ha fatto germogliare quel seme di maturità che avevo dentro di me. In fondo il segreto di una carriera lunga e brillante sta tutto qui: nel rimanere a contatto con la realtà. Chi lo perde si schianta, per poi rianimarsi. Ecco io ho fatto tanti errori – alcol, droga, debiti – e li ho pagati tutti».
Il momento più nero?
«In realtà parliamo di classiche trasgressioni giovanili, nulla di eccezionale. Però quando, come nel mio caso, ti butti precocemente nella mischia, a volte non sei preparato a quello che ti conquisti. Ti senti inadeguato. Non rinnego nessuna esperienza che ho allegramente vissuto, alcune però non le consiglio affatto».
Droga e alcol non risolutivi?
«Le dirò, ho memoria di serate decisamente divertenti… Battuta a parte, come terapia non funzionano. L’eccesso non è solo la sostanza che ti altera, o l’ubriacarsi, bensì un certo sguardo sopra le righe, che hai di te stesso e di ciò che ti circonda: le scelte che fai, i no che dici, persino un certo modo di recitare o produrre film. Il resto sono solo sintomi di un disagio più profondo»
Ha sempre detto di avere un padre ingombrante. Lei però è stato un figlio scomodo?
«Sono stato un po’ bad boy: da ragazzo qualche pensiero l’ho dato ai miei, ma come spesso dico loro, “nonostante tutto, siete fortunati ad avermi"».
È vero che suo padre le faceva i provini prima di un film?
«All’inizio sì.
Un po’ mi pesava ma lì non c’entrava essere figlio d’arte. Dipendeva solo dal fatto che Marco è un uomo particolare: i suoi film vengono prima di qualsiasi altra cosa, parenti compresi. Non fa prigionieri. È fatto così, anche se non lo condivido».
Si comporterebbe diversamente con le sue figlie?
«Direi loro di studiare. Il mio grande rimpianto è non aver insistito dopo che mi hanno rifiutato al Centro sperimentale. La formazione mi avrebbe dato quegli strumenti per tenere la barra dritta in un’età delicata, senza farmi distrarre dalle lusinghe della fama e della riconoscibilità. Probabilmente sarei diventato quello che sono oggi (un attore piuttosto bravo) in metà tempo».
Mai pensato di fare altro?
«Nessuno mi ha mai chiesto cosa volessi fare da grande. Un po’ perchè a 14 anni ero già rapito dal set, un po’ perchè percorsi altrove considerati sicuri (medicina, legge) da noi non erano pervenuti. C’era il cinema, punto».
Da padre a casa sua c’è spazio per Temptation Island?
«Eh, purtroppo le mie figlie la guardano. Io, pur non essendo snob, ho resistito solo mezz’ora. Per me è una sofferenza perchè non ha nulla di artistico: è solo un esperimento sociale. Però, come tale, è una finestra su un pezzo di società, lontanissima da me».
Quel che vede la preoccupa?
«Paradossalmente mi rincuora proprio il fatto di avere due figlie perché sono convinto che il mondo passerà di mano alle donne. Bisogna solo capire se le donne vorranno cogliere tale possibilità. La vera emergenza è la precarietà: mi toccherà lavorare fino a 90 anni solo per aiutare loro».
È d’accordo con il vietare i social agli adolescenti?
«No, è una scelta tardiva perchè c’è una generazione in mezzo che è già stata travolta dai social. La scuola stessa viaggia sul cellulare tra registro elettronico, chat dei genitori e social. Resta però il grande tema dello scrollare: l’ipnotizzarsi davanti a una serie di video suggeriti da un algoritmo estremamente persuasivo e furbo, è un problema, in primis però di noi adulti».
La sua prossima serie, L’ombra, parla di una Milano criminale. Cos’è oggi la giustizia?
«Purtroppo dilaga la legge del più forte, lo scenario internazionale è sconfortante: a confronto di Trump, siamo delle educande. La giustizia non dovrebbe mai essere disgiunta dal dare una seconda possibilità. Il fatto è che la democrazia è scomoda, faticosa, a differenza della dittatura. È un po’ come in casa: dire “no” ai figli è facile. La cosa complessa è dire “sì” perchè apre al dialogo, al rischio e al ragionamento».
Il vero vantaggio competitivo tra tv e cinema è che la prima vive anche senza i finanziamenti statali?
«Adesso anche la tv attinge al tax credit. Non dico sia sbagliato ma il cinema dovrebbe avere privilegi maggiori: le serie tv sono anche prodotti commerciali, nelle mani di grandi colossi, mentre i film svolgono una funzione culturale di formazione e ricerca».