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 2026  luglio 05 Domenica calendario

Che scrittore l’amico di Borges: il capolavoro di Adolfo Bioy Casares

Il rapporto di Adolfo Bioy Casares con Jorge Luis Borges è uno dei più affascinanti della storia della letteratura. Bioy aveva incontrato Borges quando era ancora un aspirante scribacchino di diciotto anni e Borges uno scrittore già affermato di trentatré. La madre di Bioy, consapevole delle aspirazioni letterarie del figlio, aveva chiesto alla grande dame delle lettere argentine, Victoria Ocampo, di fare da intermediaria. Durante quel primo incontro, probabilmente nel dicembre del 1932, a una festa di Capodanno a casa di Ocampo, i due uomini rimasero così intrappolati in una conversazione libresca che la loro padrona di casa fu costretta a chiedere loro di essere più socievoli: «No sean unos mierdas», disse loro. «Non siate dei pezzi di merda e venite a parlare con gli altri». Nel corso della loro amicizia durata più di mezzo secolo, entrambi gli uomini impararono molto l’uno dall’altro.
Borges imparò a conoscere le emozioni irrazionali e i meandri del cuore umano, Bioy i rigori della logica e i misteri degli enigmi metafisici. A volte scrivevano insieme sotto uno pseudonimo comune e condividevano idee per le loro opere di narrativa. Quando Bioy disse a Borges che stava pensando di intitolare il suo nuovo romanzo Diario de la guerra del cerdo, Borges gli consigliò di cambiarlo. «Altrimenti ti condannerai ad avere un maiale sulla copertina di uno dei tuoi libri per il resto della tua vita». Bioy ignorò l’opinione di Borges e pubblicò il romanzo con il titolo porcino nel 1969. La prima traduzione italiana apparve otto anni dopo a opera di Romana Petri per Cavallo di Ferro con il titolo Diario della guerra al maiale. Non ho letto la traduzione di Petri, ma quella pubblicata ora da Edizioni Sur, a opera di Francesca Lazzarato, è impeccabile.
Poco dopo il Natale del 1969, durante una cena a casa di Bioy, Borges disse a Bioy di aver appena finito di leggere Diario de la guerra del cerdo (con ciò intendeva dire che se lo era fatto leggere da altre persone, dato che Borges aveva perso la vista circa tredici anni prima). «Ho letto il miglior romanzo scritto in questo Paese», disse. Al che Elsa, la prima moglie di Borges, aggiunse dispettosamente a beneficio di Bioy: «Non credergli; è un ipocrita». Borges la ignorò e continuò: «Si potrebbe supporre che la scena del giornalaio sia troppo terribile per un inizio. Eppure, il romanzo continua a crescere di intensità. È un libro molto strano: c’è come una follia collettiva in esso». Bioy registrò diligentemente tutto questo nel suo diario.
La scena a cui Borges si riferiva descrive il brutale omicidio di un anziano giornalaio, don Manuel, da parte di un gruppo di giovani teppisti, e avviene appena a una dozzina di pagine dall’inizio del romanzo. Isidoro Vidal, il protagonista, vedendo il vecchio don Manuel in ginocchio, con le mani insanguinate che tentano di proteggere il volto tumefatto, grida: «Bisogna fare qualcosa prima che lo ammazzino». «Stai zitto», ordina il suo amico Jimi. «Non attirare l’attenzione». «Dobbiamo intervenire», insiste Vidal. «Lo ammazzeranno».
Diario della guerra al maiale si svolge tra il giugno 1969 e il settembre 1970 a Buenos Aires, tre anni dopo l’inizio della dittatura militare in Argentina. Sebbene non vi sia alcun accenno diretto alla Giunta, l’atmosfera di violenza riflette la chiamata alle armi di certi demagoghi intenti a sobillare i giovani con l’intenzione di far tornare Perón dall’esilio. La posizione di Bioy rimase ambigua. Da un lato, Bioy riconosceva i famigerati abusi dei militari; dall’altro, la sua generazione riteneva che i militari avessero salvato l’Argentina dal populismo tirannico di Perón. Bioy era allora verso la fine dei suoi cinquant’anni; coloro che complottavano per il ritorno di Perón erano sulla ventina e trentina, ammiratori di Che Guevara, inclini a unirsi alla guerriglia che si opponeva violentemente alla dittatura. Diario della guerra al maiale è la cronaca della lotta tra chi detiene il potere e chi lo oppone, la tradizione e il nuovo, i conservatori e i ribelli, raccontata qui come la battaglia dei giovani contro i vecchi. La maggior parte degli argentini, cercando di non farsi catturare nella spirale della violenza, scelse la strategia di Jimi: «¡No te metas!», «Non farti coinvolgere!».
Isidoro Vidal è un pensionato, e perciò considerato di età avanzata. Vive nel quartiere della classe media di Palermo con il figlio Isidorito. Vidal è un genitore single: sua moglie lo ha lasciato quando Isidorito era solo un bambino piccolo e, di fronte a un atto di ingiustizia, sente di doversi impegnare. Come altri testimoni di inspiegabili trasformazioni nella società – Bérenger nel Rinoceronte di Ionesco, il pittore anonimo in Todo modo di Sciascia, Joanna in La fabbrica delle mogli (The Stepford Wives) di Ira Levin – Vidal tenta di resistere, cercando allo stesso tempo una ragione per l’inspiegabile violenza dei giovani contro quelli della generazione di Vidal. Un medico offre una spiegazione psicoanalitica: «C’è un fatto nuovo e innegabile: l’identificazione dei giovani con i vecchi. Attraverso questa guerra capiscono in modo intimo, doloroso, che ogni vecchio è il futuro di un giovane. Di loro stessi, forse! Un altro fatto curioso: il giovane elabora invariabilmente questa fantasia: uccidere un vecchio equivale a suicidarsi». Vidal non è convinto. «Non sarà piuttosto che lo squallore e la bruttezza della vittima rendono sgradevole il delitto?».
Qui Bioy tocca una questione profondamente inquietante che attraversa gli innumerevoli episodi di violenza che costellano le nostre società fin dall’alba dei tempi. Perché gli esseri umani traggono piacere dalla violenza verso i deboli e gli sventurati? Perché gli esseri umani traggono piacere nel causare dolore a chi è meno fortunato? Attraverso brillanti scenari fantastici, la narrativa di Bioy esplora questioni relative al nostro comportamento etico e non etico: la conservazione dell’amata defunta in L’invenzione di Morel; l’illusione del crimine, della punizione e della libertà in Piano di evasione; l’abuso di potere in Il sogno degli eroi; l’impossibilità di conoscere l’oggetto del nostro desiderio in Dormire al sole. Poiché si tratta di opere di narrativa, e di altissimo artigianato, queste domande non hanno risposte, se non sotto forma di domande più complesse e memorabili. Alla fine di Diario della guerra al maiale, qualcuno chiede a Vidal dove pensi di andare adesso. «“Non lo so”, rispose Vidal e si allontanò risolutamente nella notte, perché voleva tornare da solo».